Saigon 1965

La seconda puntata di Revisionist History di Malcolm Gladwell si intitola Saigon 1965 e racconta la storia di tre persone che negli anni ‘60 hanno lavorato per un centro di ricerche americano chiamato RAND.

Quando gli americani iniziarono ad essere coinvolti nella guerra del Vietnam si resero conto di non sapere nulla dei Vittuone e per questo il segretario di stato McNamara decise di investire un milione di dollari in un progetto del RAND chiamato STUDIES OF MOTIVATION AND MORALE.

Il RAND voleva studiare i Vietcong, capirne le motivazioni e capire l’effetto che la guerra stava avendo sul morale dei guerriglieri del Vietnam del Nord. L’approccio alla guerra degli americani era semplice: bombardiamoli fin quando non avranno il morale a terra.

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Leon Gouré

Entra allora in gioco il primo protagonista della storia: Leon Gouré, l’uomo a cui il RAND affida la responsabilità del progetto. Gouré era nato in Russia nel 1922, i suoi genitori erano menscevichi, una sorta di rivoluzionari moderati che si opponevano ai bolscevichi. Nel 1923 la famiglia di Gouré andò in esilio a Berlino, da lì scapparono dalle persecuzioni naziste e si rifugiarono a Parigi, nel 1940 scapparono anche da Parigi, presero un treno per il Portogallo e da lì volarono in America. Nel 1943 Leon Gouré entrò nell’esercito americano e tornò in Europa per combattere i Nazisti.

Gouré era un patriota americano, un uomo che vedeva negli USA l’unico posto che aveva dato rifugio e speranza alla propria famiglia. Nel 1964 inizia a lavorare in Vietnam per il RAND e come prima cosa assume Mai Elliot, una vietnamita originaria del Nord. Mai Elliot sarà responsabile della fase della raccolta delle informazioni sul campo. Insieme a Gouré si occupa di reclutare gli intervistatori che devono raccogliere informazioni dai prigionieri e dai disertori vietcong. Mai Elliot odia profondamente i Vietcong. Suo padre, quando il Vietnam era ancora una colonia francese, era sindaco di una città del Nord e perciò la famiglia di Mai Elliot era ricca e potente, vivevano in un palazzo e suo padre era come un piccolo monarca. Mai Elliot perde tutto quando i comunisti occupano il Nord.
In quegli anni le operazioni in Vietnam del RAND vanno a gonfie vele. Vengono prodotte decine di migliaia di pagine di interviste. Elliot intervista e Gouré analizza. In uno dei report più importanti prodotti in quegli anni, Gouré racconta che dal 1964 al 1965 la percentuale di Vietcong che è sicura di vincere la guerra scende dal 60% al 20%. I documenti prodotti dal team di Leon Gouré arrivano a Washington e si dice che il presidente Lyndon Johnson giri sempre con un rapporto di Gourè nella tasca. Gli americani sono convinti che i Vietcong sono vicini al collasso.

Ma le cose sembrano troppo belle per essere vere, i capi del RAND decidono di assumere un altro esperto per vagliare i rapporti che arrivano dal Vietnam.

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Konrad Kellen

Entra in scena il terzo personaggio della storia: Konrad Kellen.

Kellen è nato a Berlino e appartiene ad una ricca e potente famiglia ebrea. La sua vita sembra un romanzo picaresco. Parente alla lontana di Albert Einstein, negli anni ‘30 fugge da Monaco e vola in America per evitare le persecuzioni naziste, negli anni ‘40 è il segretario personale di Thomas Mann, dopo la guerra si trova a Parigi e in un caffè degli Champs Elysee viene avvicinato dalla figlia di Chagall che gli chiede di aiutarla a portare i quadri del padre in salvo in America. E questi sono solo i suoi primi anni di vita.

Kellen viene assunto dal RAND e gli viene chiesto di rivedere tutti i dati raccolti da Gouré in Vietnam.

Kellen capisce subito che il risultato delle analisi sono falsati, i Vietcong non hanno nessuna intenzione di arrendersi, sono ben motivati e così come hanno scacciato i francesi non si fermeranno fin quando non sconfiggeranno anche gli americani.

Quello che presto viene fuori è che Leon Gouré e Mai Elliot si sono fatti influenzare dalla propria vita personale nella stesura dei report. Leon Gouré era un rifugiato che amava l’America e non poteva sopportare l’idea che i comunisti potessero vincere anche la guerra del Vietnam.

Mai Elliot aveva già una volta perso tutto a causa dei Vietcong, non voleva ammettere con se stessa di poter perdere anche quel poco che si era costruita a Saigon.Quando divenne chiaro che la guerra non sarebbe finita presto, Gouré venne licenziato dal RAND e Mai Elliot si trasferì in California.

Kellen continuò a produrre report in cui spiegava perché l’America non avrebbe mai potuto vincere la guerra del Vietnam, ma chiaramente nessuno gli diede mai retta.

Tra le altre storie tratte da Revisionist History ci sono:
La storia del giocatore di basket che lanciava come una nonnina e che fece 100 punti in una partita,
La storia della pittrice inglese che sparì
,
La storia di una canzone di Leonard Cohen che è come un quadro di Cèzanne.

(link al podcast http://revisionisthistory.com/episo…)

(per approfondire la storia di Kellen http://www.webcitation.org/6I1RnuJs…)

La ragazza scomparsa

Stamattina in macchina ho ascoltata la prima puntata di Revisionist History, il primo podcast di Malcolm Gladwell. Si raccontava la storia di Roll Call, uno dei più famosi e celebrati quadri inglese del diciannovesimo secolo. Il quadro divenne tanto famoso che venne portato in tour per la Gran Bretagna, con migliaia di persone che passavano ore in fila per poterlo vedere.

Ma la storia di Roll Call è anche una storia di misoginia e di cultura patriarcale perché a dipingere il quadro fu una donna, Elizabeth Thompson. Nel 1879 Eizabeth Thompson venne quasi eletta a membro della Royal Academy, ma perse per solo due voti. Sarebbe stata la prima donna, per giunta ventenne, ad essere ammessa all’academy. Tutti pensarono che da lì a qualche anno sarebbe successo, in fondo aveva perso solo per due voti ed era ancora così giovane.

 Ma non venne mai eletta. Dopo qualche anno si sposò con un militare e scomparve dalla scena artistica. Nelle centinaia di pagine della autobiografia di suo marito, il nome di Elzabeth Thompson non viene mai citato.

Malcolm Gladwell racconta nel podcast che dopo aver visto Roll Call a St. James’s Palace (oggi si trova là perché il quadro venne acquistato dalla Regina Vittoria) gli venne subito in mente la storia di Julia Gillard, la prima donna ad essere eletta Primo Ministro dell’Australia. Due storie simili, due storie di patriarcato e misoginia.

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Julia Gillard

C’è un discorso che Gillard fece al parlamento australiano e che è diventato molto famoso, è un discorso in cui l’allora Primo Ministro australiano deve difendere un membro del suo governo dall’accusa di aver scritto dei messaggi sessisti. Gillard viene intervistata nel podcast e racconta di essere stata soggetta ad attacchi sessisti durante tutto il suo mandato, l’hanno chiamata “witch” e “bitch”, l’opposizione ha messo in dubbio il fatto che una donna potesse essere adatta a ricoprire quel ruolo e adesso, quella stessa opposizione, accusa lei e il suo governo di essere “sessista”. Decide allora di attaccare, di combattere e inizia a parlare.

Il mio eroe di oggi si chiama Julia Gillard.

Serial: la storia di Bowe Bergdahl

Nell’Agosto del 2015 durante un comizio in New Hampshire l’imprenditore e politico Donald Trump espresse in maniera colorita la sua posizione sul caso del Sergente Bowe Bergdahl.

Disse che il sergente Bergdahl era un disertore e che erano stati uccisi sei soldati durante le ricerche fatte per ritrovare Bergdahl. Per Trump la giusta punizione per Bowe Bergdahl sarebbe dovuta essere “bim bang”, fucilarlo, “così come si faceva ai bei vecchi tempi”.

Due anni fa, il 31 Maggio del 2014, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, con a fianco i genitori del Sergente Bergdahl , annunciò che dopo quasi cinque anni di prigionia in Afghanistan finalmente Bowe Bergdahl era stato liberato e sarebbe presto ritornato a casa. La liberazione avvenne alla fine di una lunga ed estenuante negoziazione tra gli USA e i Talebani, che alla fine portò ad un accordo: Berghdal in cambio di cinque talebani detenuti nella prigione di Guantanamo sull’ìsola di Cuba.

Nessun americano era mai stato tenuto prigioniero per così a lungo durante la guerra in Afghanistan, nessun soldato in quella guerra era mai stato fatto prigioniero. Per ritrovare un caso simile a quello del Sergente Bergdahl bisognava risalire ai tempi della guerra del Vietnam. Insomma, quello era un momento storico.

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