Operazione Fotticervello

Nell’ultima puntata di Team Human c’è un intervista ad R. U. Sirius (si legge “are you sirius”, che si potrebbe tradurre con “ma dici davvero?”), pseudonimo di Ken Goffman.

Goffman è stato un attivista del movimento hacker degli anni ’80 e ’90 e, tra le altre cose, ha fondato la rivista Mondo 2000.

Mondo 2000 nasce dalle ceneri di un’altra rivista che si chiamava High Frontier, espressione del movimento psichedelico degli anni ’60 della zona di San Francisco.

Non è un caso, infatti, che tra i collaboratori di Mondo 2000 ci fosse anche Timothy Leary, filosofo e studioso che introdusse l’uso dell’acido lisergico LSD nella controcultura americana degli anni ’60.

(Uno dei principali eredi di Timothy Leary è Terence McKenna, che è tra gli autori più citati da Grant Morrison nella saga The Invisibles).

Nell’intervista ad R. U. Sirius che c’è nell’ultimo episodio di Team Human, gli viene chiesto se il dilagare del “complottismo” sia anche un po’ figlio di quelle controculture che nacquero nella “bay aerea” negli anni ’60, e che poi sono evolute nel cyberpunk e infine nel transumanesimo.

La risposta che dà il vecchio Sirius è sì, un po’ è anche colpa di quel tipo di mentalità. In fondo, dice, se oggi c’è gente che crede che l’Undici Settembre sia stato tutto un complotto, in fondo è anche un po’ colpa di Operation Mindfuck.

E quando ho sentito quelle due parole ho messo pausa e mi sono detto: Maccosa? Che roba è Operation Mindfuck? Continua a leggere

Andrea Pazienza, Beniamino Placido e quel film con Sergio Staino

(Qua sotto c’è una cosa che scrissi nel 2012 per il blog dell’associazione BN.Comix, mi è tornata in mente oggi perché a Napoli c’è una bella mostra sul 1977 e il fumetto italiano).

Ieri ho scoperto che Internet è rotta. Ho effettuato questa ricerca su Google:

“Andrea Pazienza” “Beniamino Placido”

ma Internet non è stata in grado di trovarmi l’introduzione che Beniamino Placido scrisse per il volume della Comic Art dedicato ad Andrea Pazienza. Sono riuscito a trovare solo commenti di lettori di blog che ricordavano con piacere un articolo che Placido scrisse su La Repubblica presentando le opere di Pazienza.

Ma io stavo cercando quell’introduzione che lessi più di 15 anni fa e che mi fece capire finalmente che la mia passione per i fumetti non era qualcosa di cui mi dovevo vergognare.

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il volume in questione

Allora ho deciso di aggiustare internet e google. Perciò ecco a voi Beniamino Placido su Andrea Pazienza. Continua a leggere

Quel concerto di De Gregori a Napoli

Quando avevo vent’anni studiavo ingegneria a Napoli. Vivevo in una casa da studenti e mi muovevo in città a bordo della mia Vespa HP, rossa non metallizzata, comprata quando avevo compiuto 14 anni.

Il modello che avevo era il primo HP che aveva fatto la Piaggio. Quel primo modello aveva un errore di progettazione non banale, l’avviamento a pedale era un optional a pagamento che raramente veniva montato. La mia Vespa non aveva il pedale di accensione e il motorino di avviamento si era rotto quasi subito (i  modelli successivi della Vespa HP avrebbero risolto il problema inserendo di serie il pedale di avvio).

Per questo motivo anche quella sera, quando andai a prendere Carmen a casa, le dissi:

“Aspettami qua, arrivo subito”.

Inserii la prima marcia, tirai la frizione e incominciai a spingere con tutta la forza che avevo in corpo. Raggiunta la velocità giusta, aprii la mano per lasciare la frizione e il motore partii. Saltai a volo sul sedile, girai il muso della Vespa e tornai a prendere Carmen.

Erano tempi più ingenui quelli e Napoli era ancora un po’ anarchica, perciò viaggiammo dal centro della città sulla mia Vespa HP 50cc, senza casco mentre lei si stringeva a me. Il sedile era stretto per tutti e due, ma io mi sporgevo un po’ in punta e lei cercava di non scivolare da dietro.

Napoli andrebbe sempre vista così: quando si hanno vent’anni e mentre una persona che ti vuole bene ti stringe il petto e ti respira nelle orecchie.

La Vespa non aveva tutti i pezzi al suo posto, mancava la ruota di scorta, erano saltati via gli sportelli laterali e lo specchietto era spezzato. Che bella che era la mia Vespa 50 HP, rossa non metallizzata.

Quella sera la nostra meta era il Palapartenope a Fuorigrotta. Faceva caldo, ma si stava bene. La Primavera a Napoli è la cosa più bella che vi possa mai capitare nella vita. Forse quella sera scese anche una piccola pioggerella, non ricordo bene, ma nemmeno quella riuscì a rovinare la Primavera. Quando non era Inverno il Palapartenope aveva il tendone aperto e da dentro si vedevano le stelle.

Parcheggiai la Vespa vicino ad un lampione e la legai con la catena. Anche la catena era rossa.

Francesco De Gregori quella sera suonava al Palapartenope e noi stavamo andando al suo concerto.

Di quella sera ricordo vividamente tre episodi.

Il primo ricordo è quando De Gregori finì una canzone e fece un annunciò:

“Adesso voglio invitare a salire sul palco un grande artista. Ecco a voi Ambrogio Sparagna”.

Dalle quinte spuntò fuori un signore dimesso che aveva tra le mani quella che sembrava una piccola fisarmonica. Nessuno nel pubblico aveva idea di chi fosse, ma noi volevamo bene a Ciccio De Gregori e sulla fiducia facemmo tutti un forte applauso. Sparagna iniziò subito a suonare il suo organetto e fu subito tanto amore per la sua musica.

Il secondo ricordo è quello di De Gregori che smette di cantare, posa la chitarra e tutto serio dice: “La prossima canzone la vorrei cantare da solo. Si tratta della “Donna cannone”, so benissimo che vi piace e che la vorreste cantare con me, ma penso che alcune canzoni si meritino un trattamento speciale. Vi prego perciò di restare in silenzio mentre la canto.”

E attaccò. Noi eravamo tutti là a morderci la lingua, a non fiatare, ad ascoltare in religioso silenzio quel santo laico che dal palco ci stava raccontando la preghiera che tutti sapevamo a memoria. Si percepiva l’emozione del momento, le luci si erano abbassate, si sentivano solo De Gregori e il suo pianista.

Poi arrivò alla fine della prima strofa, ci fu un breve assolo di pianoforte, poche note, le conoscete bene. De Gregori era lì con la testa abbassata in attesa di attaccare di nuovo quando dal mezzo della platea, nel silenzio più assoluto si sentii una voce che urlava a squarciagola:

“E CON LE MANI AMORE…”

E la magia si interruppe e io e Carmen ci mettemmo a ridere.

Per sapere qual è il terzo ricordo dovete prima premere play sul video qua sotto.

 

Il terzo ricordo è la band di Francesco De Gregori che inizia a suonare “Generale”. E io sento quel nuovo arrangiamento, ho vent’anni e quella canzone la conosco da sempre, e la sento che parte così, con quel rullo e quel flauto che ti fanno venire in mente le guerre di secessione e i cannoni sulle spianate verdi. E io ho vent’anni e sono a Napoli a Primavera, la mia Vespa rossa parcheggiata fuori e queste cinque lacrime sulla mia pelle.

E allora mi giro verso Carmen e le dico “Che bella. Hai sentito che bella”. E lei mi guarda e mi sorride, mi sorride come faceva allora, con quella complicità e quello sguardo di tenerezza e d’amore. Quello sguardo che solo quando hai vent’anni puoi dare per scontato.

Roba bella da leggere, ascoltare e guardare (#7)

Lista aperiodica di roba bella che ho letto, podcast e video interessanti.

Se avete link a riviste, blog o podcast interessanti, lasciatemi un messaggio perché sono sempre alla ricerca di roba bella.

A ottant’anni dalla morte di H.P. Lovecraft. Lovecraft, l’Italia, la Valsusa, il Polesine

Giap è il blog del collettivo letterario Wu Ming. Ci trovate sempre molta roba interessante, come questo pezzo su Lovercraft e l’Italia.

Negli ultimi anni si sono svolti principalmente due dibattiti su Lovecraft: uno sulla sua attualità, l’altro sul suo razzismo. Che è inequivocabile e innegabile. Se ne trovano abbondanti tracce nei racconti — The Call of Cthulhu è pieno di considerazioni ostili su «sanguemisti» e umani «di specie bassa» — e il suo epistolario ci consegna molte invettive contro «gli italiani del Sud brachicefali & gli ebrei russi e polacchi mezzi mongoloidi coi musi da ratti & tutta quella feccia maledetta» e altre descrizioni del genere.

L’unico modo di andare oltre il razzismo di Lovecraft è riconoscerlo e portarlo in piena luce. Altrimenti il rimosso continuerà a tornare, e ogni volta saremo costretti a discuterne, quando invece c’è molto altro.

[il pezzo completo si trova su Giap]

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Un’analisi filosofica delle foto di Diego Fusaro su Facebook

Fino a qualche mese fa vivevo in una bolla in cui nessuno aveva mai sentito parlare di Diego Fusaro, poi la bolla si è rotta e io sono stato inondato di articoli e video di questo “giovane pensatore” (si stava meglio nella bolla). Un paio di amici l’hanno conosciuto e mi dicono che in fondo sia un bravo ragazzo. Vice gli ha dedicato uno spassosissimo pezzo per prendere in giro la passione più grande di Diego Fusaro.

Le foto davanti alla legna sono una vera e propria ossessione per Fusaro: ne ha decine così, vestito con la tuba e il pastrano come Rodion Romanovich Raskolnikov, ma anche molte altre in cui posa pensieroso in camicia e pullover, o con il cappuccio e il foulard. Quindi mi sono chiesto che tipo di simbologia si nasconda dietro queste foto.

[foto di Fusaro e articolo di Niccolo Carradori si possono gustare a questo link] Continua a leggere

Che ne sarà di mia sorella? La storia di una bambina e della paura di essere deportati

“Non dobbiamo ragionare con la pancia, ma col cervello e anche con un po’ di cuore
Emma Bonino

Perché spesso bisogna prendere decisioni che riguardano gli aspetti più profondi della nostra umanità. E quando facciamo una scelta, quando decidiamo cosa comprare, chi votare, dove andare a vivere, quanto pagare la baby sitter, stiamo compiendo azioni che influenzano direttamente la vita di altre persone. E le persone sono fatte di carne ed emozioni. E quelle persone avranno una famiglia, un cane, un gatto, un povero cristo che le aspetta a casa la sera.

Perché anche i più stronzi di noi hanno il diritto ad essere considerati degli esseri umani. Perciò bisogna ragionare anche con il cuore.

E bisogna essere empatici. Pensare con la testa degli altri. Emozionarsi delle stesse emozioni che guidano altri essere umani.

***

Questo post va letto e ascoltato. Metti un paio di cuffie e quando ti dico io, premi play sui file audio che troverai strada facendo.

Seguimi perché ti racconterò la storia di una famiglia e delle sue paure. Continua a leggere

Criature [s1e4]

Quarta settimana del progetto Criature. Ecco cosa è successo dall’ultima volta.

Questa settimana abbiamo lanciato la nostra newsletter. Ci si iscrive inserendo la vostra mail nel form fastidioso che vi è comparso davanti dopo esattamente 5 secondi che eravate arrivati su questa pagina.

Ecco cosa c’era nella prima mail che è arrivata agli iscritti.

Le News di Criature

Per sapere sempre cosa succede a San Cupo

Ciao e grazie per esserti iscritto a questa newsletter. Promettiamo che non saremo troppo fastidiosi, ti invieremo solo lo stretto indispensabile per poter seguire la nostra storia (anzi, le nostre storie).

Se hai dei suggerimenti da darci o se non ti piace qualcosa che scriviamo, perché non ci mandi un messaggio così ne parliamo?

Se invece ti piace quello che stiamo facendo, perché non ne parli in giro e ci fai un po’ di pubblicità?

Sotto trovi una lista dei racconti che sono usciti questa settimana e il link ad una bella canzone che secondo noi si accompagna molto bene alla lettura.

Se ti sei perso qualche vecchio racconto, il nostro consiglio è sempre quello di tenere d’occhio questa pagina su Medium.

Alla prossima settimana e buona lettura,
Antonio & Flavio

La canzone del weekend

Questa settimana la canzone è stata scelta da Flavio Ignelzi e si tratta di Gone In Bloom and Bough di Caspian.

How does it feel to wonder?
How does it feel to know who we are?
I cannot find no other
I cannot find my way back to when my sun died

I racconti di questa settimana

Tredici più uno

di Flavio Ignelzi

Episodio 4

Il pulmino era vuoto e a Evaristo aveva iniziato a montare un grumo di agitazione dallo stomaco su, fino alla gola.

Aveva accostato alla cunetta, tirato il freno a mano, azionato le quattro frecce e col motore ancora borbottante si era alzato e si era fatto due volte il corridoio del pulmino, avanti e indietro, avanti e indietro, per essere sicuro che i bambini non fossero nascosti da qualche parte. Magari gli stavano facendo uno scherzo.

Niente. Non c’era nessuno. Il pulmino era veramente vuoto.

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Il rumore degli angeli

di Paolo Moreschi

Capitolo 4. Arriva la RAI

Ufficio del maresciallo Parodi, caserma CC di san Cupo ai Monti. Tira una gran brutta aria. Il maresciallo siede alla sua scrivania, come al solito ingombra di fascicoli in ordine sparso e col solito posacenere che però ora è più pieno del solito.

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p.s. Paolo ha iniziato a pubblicare i suoi capitoli anche su Medium. Li trovate sulla pagina delle Storie di Criature o sul suo account.

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di Nunzio Castaldi

Terzo capitolo: Jalandhar

Il 18 febbraio scorso, a Jalandhar, in India, uno scuolabus si scontra con un grosso veicolo, e la tragedia è evitata per un nulla. Sullo scuolabus, 13 bambini, tutti feriti, in modo più o meno lieve. Nella foto che ritrae l’impatto, s’intravvede chiaramente il nostro scuolabus giallo.

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Pecche e peccati

di Andrea Partiti

#3

Don Emilio sedeva rigido sulla sua poltrona, pensoso.

Betta lo fissava, dopo essersi levata dal petto la notizia del giorno. Forse dell’anno. Forse del decennio per San Cupo ai Monti. Accanto a lei, in piedi, stavano le altre tre vecchine accorse una alla volta a integrare le notizie. Pendevano dalle labbra dell’arciprete.

[continua a leggere su Medium]

Come partecipare

Criature nasce da un’idea di Flavio Ignelzi e Antonio Furno ed è un progetto di scrittura collettiva.

Criature è un storia a puntate che racconta gli eventi che si svolsero nel paese di San Cupo ai Monti. Criature ha una cadenza settimanale.Sei ancora in tempo per iniziare a scrivere con noi. Mandaci una mail o contattaci sui nostri canali social.

Twitter su https://twitter.com/lecriature
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I negri si sono menati in piazza

Ieri alcuni ragazzi si sono menati in piazza. Erano tutti negri. Io non li ho visti, ma deve essere stata una cosa grossa perché tutto il quartiere ne parla.

Mia moglie dice che la portiera le ha detto che si sono menati. Ho sentito mio padre a telefono stamattina e pure lui mi ha detto che si erano menati. Anche il verdummaro e il chianchiere sotto casa mi hanno detto che si erano menati. Il ragazzo dell’edicola invece non mi ha detto niente.

Io non li ho visti che si menavano, ma ho capito chi erano. Li vedo sempre quando passo di là. Sono quattro o cinque negri che stanno sempre seduti su una panchina. Oppure ciondolano per la piazza. Dicono che chiedono soldi. A me non hanno mai chiesto niente. Di solito qualche spicciolo glielo do sempre ai negri per strada. A questi non mi è mai capitato.

Non mi hanno saputo dire perché si sono menati. Saranno storie loro, roba di cose loro. Oggi sono passato e non c’erano, forse hanno esagerato e hanno capito che era meglio non farsi vedere per un po’. Erano tutti molto giovani e alti, magri come quegli adolescenti che sembrano che brucino tutto col semplice respirare.

Non so che faccia hanno perché non mi piace fissarli. Sembra sempre che tu li fissi perché sono negri, ma invece vuoi solo vedere che faccia hanno questi che vengono da fuori.

Che poi, uno fa tutto un viaggio di milioni di chilometri per poi finire a menarsi in una piazza di Benevento. A me sembra proprio una fesseria. Chissà se si sono fatti male. Questo nessuno me l’ha saputo dire, mi hanno detto che si sono menati e che è uno schifo, mi hanno detto che adesso la polizia deve venire più spesso e che perfino il sindaco si è lamentato.

Mi hanno detto che i negri in piazza si sono menati, ma nessuno mi ha saputo dire se qualcuno di quei ragazzi si è fatto male.