Quel concerto di De Gregori a Napoli

Quando avevo vent’anni studiavo ingegneria a Napoli. Vivevo in una casa da studenti e mi muovevo in città a bordo della mia Vespa HP, rossa non metallizzata, compratami da mio padre quando avevo compiuto 14 anni.

Era il primo modello HP che aveva fatto la Piaggio. Quel primo modello aveva un errore di progettazione non banale: l’avviamento a pedale era un optional a pagamento che raramente veniva montato. La mia Vespa non aveva il pedale di accensione e il motorino di avviamento si era rotto quasi subito (i  modelli successivi della Vespa HP avrebbero risolto il problema inserendo di serie il pedale di avvio).

Per questo motivo anche quella sera, quando andai a prendere Carmen a casa, le dissi:

“Aspettami qua, arrivo subito.”

Inserii la marcia, tirai la frizione e incominciai a spingere con tutta la forza che avevo in corpo. Raggiunta la velocità giusta, aprii la mano per lasciare la frizione e il motore partii. Saltai a volo sul sedile, girai il muso della Vespa e tornai a prendere Carmen.

Erano tempi più ingenui quelli e Napoli era ancora un po’ anarchica, perciò viaggiammo dal centro della città, sulla mia Vespa HP 50cc, senza casco mentre lei si stringeva a me. Il sedile era stretto per tutti e due, ma io mi sporgevo un po’ in punta e lei cercava di non scivolare da dietro.

Napoli andrebbe sempre vista così: quando si hanno vent’anni e mentre una persona che ti vuole bene ti stringe il petto e ti respira nelle orecchie.

La Vespa non aveva tutti i pezzi al suo posto, mancava la ruota di scorta, erano saltati via gli sportelli laterali e lo specchietto era spezzato. Che bella che era la mia Vespa 50 HP, rossa non metallizzata.

Quella sera la nostra meta era il Palapartenope a Fuorigrotta. Faceva caldo, ma si stava bene. La Primavera a Napoli è la cosa più bella che vi possa mai capitare nella vita. Forse quella sera scese anche una piccola pioggerella, non ricordo bene, ma nemmeno quella riuscì a rovinare la Primavera. Quando non era Inverno il Palapartenope aveva il tendone aperto e da dentro si vedevano le stelle.

Parcheggiai la Vespa vicino ad un lampione e la legai con la catena. Anche la catena era rossa.

Francesco De Gregori quella sera suonava al Palapartenope e noi stavamo andando al suo concerto.

Di quella sera ricordo vividamente tre episodi.

Il primo ricordo è quando De Gregori finì una canzone e fece un annunciò:

“Adesso voglio invitare a salire sul palco un grande artista. Ecco a voi Ambrogio Sparagna”.

Dalle quinte spuntò fuori un signore dimesso che aveva tra le mani quella che sembrava una piccola fisarmonica. Nessuno nel pubblico aveva idea di chi fosse, ma noi volevamo bene a Ciccio De Gregori e sulla fiducia facemmo tutti un forte applauso. Sparagna iniziò subito a suonare il suo organetto e fu subito tanto amore per la sua musica.

Il secondo ricordo è quello di De Gregori che smette di cantare, posa la chitarra e tutto serio dice: “La prossima canzone la vorrei cantare da solo. Si tratta della “Donna cannone”, so benissimo che vi piace e che la vorreste cantare con me, ma penso che alcune canzoni si meritino un trattamento speciale. Vi prego perciò di restare in silenzio mentre la canto.”

E attaccò. Noi eravamo tutti là, a morderci la lingua, a non fiatare, ad ascoltare in religioso silenzio quel santo laico che dal palco ci stava raccontando la preghiera che tutti sapevamo a memoria. Si percepiva l’emozione del momento, le luci si erano abbassate, si sentivano solo De Gregori e il suo pianista.

Poi arrivò alla fine della prima strofa, ci fu un breve assolo di pianoforte, poche note, le conoscete bene. De Gregori era lì con la testa abbassata in attesa di attaccare di nuovo quando dal mezzo della platea, nel silenzio più assoluto si sentii una voce che urlava a squarciagola:

“E CON LE MANI AMORE…”

E la magia si interruppe e io e Carmen ci mettemmo a ridere.

Per sapere qual è il terzo ricordo dovete prima premere play sul video qua sotto.

 

Il terzo ricordo è la band di Francesco De Gregori che inizia a suonare “Generale”. E io sento quel nuovo arrangiamento, ho vent’anni e quella canzone la conosco da sempre, e la sento che parte così, con quel rullo e quel flauto che ti fanno venire in mente le guerre di secessione e i cannoni sulle spianate verdi. E io ho vent’anni e sono a Napoli a Primavera, la mia Vespa rossa parcheggiata fuori e queste cinque lacrime sulla mia pelle.

E allora mi giro verso Carmen e le dico “Che bella. Hai sentito che bella”. E lei mi guarda e mi sorride, mi sorride come faceva allora, con quella complicità e quello sguardo di tenerezza e d’amore. Quello sguardo che solo quando hai vent’anni puoi dare per scontato.

Criature [s1e3]

Terza settimana del progetto Criature. Ecco cosa è successo dall’ultima volta.

Il brano scelto questa settimana è stato Mothers of the disappeared, l’undicesima ed ultima canzone dell’album The Joshua Tree degli U2.

 

Questa settimana abbiamo pubblicato un comunicato stampa che è stato ripreso da un po’ di siti.

Abbiamo trovato due nuovi autori: Nunzio Castaldi e Andrea Partiti.

Visto che i racconti su Medium stavano diventando tanti, abbiamo deciso di creare una “pubblicazione”. Si trova a questo link qua.

criaturehome

la home page di Criature su Medium

 

Questi che seguono invece sono i link ai nuovi capitoli delle storie di Criature. Vi ricordo che, se volete partecipare anche voi è sufficiente mandarci un messaggio (ma potete lasciare anche un commento qua sotto). Continua a leggere

Criature [s1e2]

Seconda settimana del progetto Criature. Ecco cosa è successo dall’ultima volta.

Tredici più uno

di Flavio Ignelzi

Episodio 1

Il vento non smetteva mai, da quelle parti.

“Camilla finisci il latte.”

La tv trasmetteva Uno Mattina Estate. Anche se l’estate era finita da un pezzo. Settembre e la Oria, il vento di nord-est, chiudevano l’estate, da quelle parti.

A chiave. A quattro mandate.

L’estate di San Cupo ai Monti.

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Oggi nasce una criatura

Era un periodo felice per me. Con l’associazione che avevo aiutato a fondare avevamo pubblicato un bel libro di fumetti e racconti. A casa era appena arrivata la terza bimba. Il lavoro era pieno di soddisfazioni. Niente poteva andare storto.

Anche Flavio aveva da poco chiuso un progetto importante, aveva pubblicato il terzo volume degli Oschi Loschi, un trittico di libri che aveva creato e curato.

Perciò ci incontrammo e decidemmo di fare qualcosa insieme. Durante un paio di viaggi tra Benevento e la zona industriale di Napoli, parlammo di riviste online, di racconti e di illustrazioni.  Continua a leggere

auto nel parco

Criature – Terra e Fango (1 di 7)

criature

San Cupo ai Monti è un piccolo paesino della Campania. Non è vicino al mare, ma non è nemmeno in montagna. I suoi abitanti, i sancupesi, hanno la fama di essere schivi e perfino un po’ asociali. La verità è che quello che in molti scambiano per cattivo carattere, è una forma antica di orgoglio e amor proprio.

Per capire bene quale sia la mentalità di questa gente ci sono diverse storie che si potrebbero raccontare. Ad esempio c’è quella del ragazzo che scomparve negli anni 80.

Il ragazzo era figlio del barbiere del paese e nel locale del padre faceva il garzone. Tutti i maschi di San Cupo gli avevano elargito un po’ di mancia alla fine di una barba, di un taglio di capelli, di una passata di nero sull’argento di una tempia.

La storia di Giorgio, così si chiamava, iniziò quando durante un lunedì mattina, sfruttando il giorno di chiusura del locale paterno, decise di andare a cacciare funghi nel bosco. Non c’era molto altro da fare in paese, San Cupo non era troppo lontana dalle grandi città, ma era separata dal resto del mondo da decenni di evoluzione sociale. Discoteche, bar, pub e sale giochi erano lontani solo qualche decine di chilometri, ma separate da un abisso di diffidenza ed incomprensione. Al giovane Giorgio, per poter impiegare il tempo libero dei lunedì, non restava altro che inforcare un cestino di vimini e girare per i boschi alla ricerca di porcini e cantarelli.

Fu durante il percorso che lo portava verso i boschi, mentre camminava lungo la strada provinciale, che Giorgio perse l’uso delle gambe e cadde a terra.

Fu ritrovato da un contadino che passava di là col suo trattore. Quella fu l’ultima persona di San Cupo che vide Giorgio. Si seppe che il ragazzo fu portato in ospedale e da lì riportato a casa in paese. Dopo qualche giorno il padre tornò ad aprire la bottega e la madre si rivide in giro per il paese a far commissioni, come se nulla fosse successo. Giorgio era un argomento di cui entrambi non parlavano mai, si sapeva che il ragazzo era accudito con amorevoli cure a casa, ma nessuno ebbe più la possibilità di incontrarlo. Giorgio scomparve dal paese. Dopo qualche anno un silenzioso funerale portò finalmente Giorgio fuori di casa per restituirlo al ricordo commosso del paese.

Per chi vive fuori San Cupo il comportamento dei genitori di Giorgio potrebbe sembrare crudele e spietato, ma sarebbe sbagliato giudicare i due con il metro dei forestieri. A San Cupo nessuno parla mai delle proprie disgrazie, le difficoltà vanno nascoste agli altri, non bisogna mai chiedere aiuto. La vita a San Cupo è sempre stata dura, i sancupesi sono gente povera cresciuta combattendo con terre sterili e montagne aride. Qui bisogna farcela da soli, chi non ce la fa non è forte abbastanza. Se il buon Dio ti manda una disgrazia devi dimostrargli di essere in grado di affrontarla. Solo chi è forte abbastanza ce la fa da solo.

Non era cattiveria quella del barbiere e di sua moglie, era amore per il figlio, era rispetto.

Erano passati molti decenni dalla morte di Giorgio, anche il barbiere e sua moglie erano morti. San Cupo era cambiata, la modernità era arrivata perfino lì, ma lo spirito delle genti era sempre quello. Le radici delle persone erano ancora piantate tra le miniere abbandonate di Contrada Razzi e il vecchio palazzo degli Ortona nel centro della piazza.

Fu solo un caso perciò che la scomparsa dei bambini avvenisse proprio su quella statale dove Giorgio era caduto tanti anni prima. Chissà se almeno uno dei genitori dei tredici bimbi scomparsi se ne ricordò quando la polizia li chiamò per cercare di spiegare loro cosa fosse successo.

Fu per caso che su quella strada si incontrarono due storie tanto lontane, ma abbracciate da un comune dolore.

(Criature è un progetto di scrittura creativa a cui tutti possono partecipare. Criature ha una pagina Facebook e un account Twitter. Per partecipare è sufficiente mandare un messaggio e chiedere il manuale con le regole. Criature è un storia a puntate scritta e pubblicata da diversi autori che raccontano lo stesso evento che si svolge nel paese fittizio di San Cupo ai Monti. Per leggere i racconti di Criature è sufficiente seguire la pagina Facebook o l’account Twitter.)

American Flag

Il compagno Michael Jackson

La mia scuola media è iniziata nel 1986 ed è terminata tre anni dopo, nel 1989.

In quel periodo Reagan e Gorbaciov stavano provando a fare la pace. C’era una brutta aria nel mondo. Per noi bambini era un dato di fatto che prima o poi sarebbe scoppiata una guerra e sarebbe esploso tutto. Tra URSS e USA in famiglia noi non si tifava per nessuno. I miei avevano questo background di attivisti del ‘68 e mi avevano insegnato a guardare con sospetto quel rugoso presidente americano che veniva dal cinema. Il puro divertimento e la ricerca del piacere non erano visti di buon occhio a casa, perciò il reaganismo era il nostro acerrimo nemico. Ci si poteva divertire, ma solo con il dovuto rispetto per gli altri e per quella parte del mondo che non era rappresentata dalla bandiera a stelle e strisce.

Nel 1988 gli U2 erano il gruppo musicale che tutti ascoltavano. Ad inizio anno pubblicarono “The Joshua Tree” e tutto il mondo iniziò a cantare “With or without you” e “I still haven’t find what I’m looking for”. Io però ero stato cresciuto nella diffidenza della massa: tutto ciò che piace a troppi, a me non deve piacere. Avevo letto su una rivista che gli anni ‘80 erano il peggior decennio musicale del secolo, di conseguenza tutto quello che aveva successo in quel periodo doveva essere rifiutato con sdegno.

Era impossibile evitare di ascoltare gli U2 in quegli anni, erano dappertutto, su tutte le radio, in televisione, ma io non mi facevo spaventare e combattevo la mia quotidiana battaglia contro il conformismo della band irlandese. Avevo anche scelto un mio personale campione di originalità e libertà di pensiero: ero diventato fan di Michael Jackson.

Era iniziato tutto con il videoclip che Jackson aveva preparato per il lancio promozionale dell’album “Bad”. Il video venne trasmesso in prima serata da Italia Uno, ma io non riuscii a vederlo perché in casa vigeva una severa regola sull’andare a letto alle otto e mezza di sera (perché i bambini hanno bisogno di almeno otto ore di sonno). La storia del video me la raccontarono i compagni di classe il giorno dopo a scuola.

Michael Jackson era un ex criminale, uno che era stato cattivo e aveva pagato il suo debito con la società. Era ritornato a casa, ma i vecchi amici lo prendevano in giro perché era diventato debole e non era più cattivo. A quel punto Michael si arrabbiava e spiegava a tutti che lui era ancora il tipo tosto di un tempo. I cattivi venivano sconfitti e il bene vinceva.

Era un cantante di colore, espressione delle minoranze represse dal capitalismo, cantava temi di riscatto sociale, era famoso, ma nessuno dei miei compagni lo conosceva perché il suo ultimo album era di cinque anni prima: aveva tutte le caratteristiche per diventare il mio eroe.  Mi feci comprare subito la cassetta di “Bad” e al mio compleanno costrinsi i compagni di classe a regalarmi il vinile di “Thriller”. Trovai un poster di Michael Jackson in una rivista di mia cugina e lo attaccai in camera, dove restò per anni e anni; il mio personale eroe proletario, nemico della società perbenista e difensore delle minoranze, mio gemello spirituale.

Quando arrivò “Rattle and hum”, il film che gli U2 avevano girato durante le registrazioni di “The Joshua Tree”, io osservai con un senso di superiorità morale la quasi totalità dei miei amici andare al cinema a vederlo. Continua a leggere

La distanza dalla scuola

La distanza tra la scuola media Vitelli e la casa dei miei genitori era esattamente di due chilometri.

A volte c’erano belle mattine di primavera in cui gli anziani della scuola decidevano che non si doveva entrare. Di solito c’era la scusa di uno sciopero, di una guerra o di una protesta contro la militarizzazione dell’occidente. Agli studenti più vecchi della Vitelli, e parliamo di ragazzi delle medie che a forza di ripetere gli anni erano vicini alla maggiore età, poco importava il motivo della protesta, era una bella giornata e il sole splendeva, tanto bastava per decidere che nessun altro studente dovesse entrare in classe.

Nella classe che frequentavo alla Vitelli avevo trovato un paio di spiriti affini, due o tre povere anime che come me cercavano di attraversare indenni quegli anni difficili. Penso che non sia necessario specificare che io e i miei amici eravamo tra quelli più difficili da convincere a non marinare la scuola. Eravamo tutti accomunati da un vile senso del dovere nei confronti dei nostri genitori, ci eravamo dati la missione di essere i più bravi e i più diligenti e non ci interessava che fuori ci fosse il sole o la nebbia, la neve o la pioggia, noi si doveva andare a scuola per imparare ad essere bravi bambini. A pensarci oggi mi sembra tutto una gran perdita di tempo, non riesco a ricordare una singola cosa che imparai in quelle classi e che oggi mi ha reso l’uomo che sono. Tutto ciò che ho studiato allora devo averlo dimenticato e riscoperto altrove, tutti quei giorni in classe sono spariti nella mia memoria. Le giornate di sole invece mi sono rimaste.

Strano pensare che oggi mi tocca ringraziare quei bulletti che a scuola si piazzavano vicino l’ingresso e ci spaventavano a morte. Grazie a loro io e i miei amici eravamo costretti a non entrare a scuola, ad aspettare che la campanella suonasse inutilmente e che il portone si chiudesse dopo un po’. Quando questo succedeva, quasi sempre si decideva di andare a casa mia. Perciò, zaino in spalla e uno di fianco all’altro io, D’Onofrio e Molinaro ci incamminavamo (alle medie non ci si chiamava per nome, i professori usavano i nostri cognomi e anche noi ci adeguavamo).

Per arrivare a casa dalla Vitelli si doveva scendere per Corso Dante e poi per Via Torre delle Catene, all’incrocio di queste strade c’era il monumento al Bue Apis e la pompa di benzina di Ettore. Il monumento al bue è ancora là dopo tre decenni, Ettore invece morì qualche anno dopo. Era una persona per bene, bassa, scura e rugosa. Mamma e papà facevano sempre benzina da Ettore e io adoravo andare da lui. Il profumo della benzina era bellissimo. Seduto in macchina dei miei, mentre Ettore riempiva il serbatoio aspiravo a pieni polmoni l’odore di super a cento ottani. Era un profumo che mi riempiva il cuore e mi emozionava. Non so per quale motivo, ma ce n’era solo un altro che mi creava le stesse emozioni di piacere ed era il profumo che si sentiva quando salivamo nell’ascensore del palazzo dei miei nonni dopo che qualcuno ci aveva fumato dentro. Il profumo di tabacco fumato e gli sfiati della benzina sono gli odori della mia infanzia, non suona molto bene, ma è così, non posso farci nulla. Un giorno Ettore morì, scomparve lui, la sua voce roca e l’impermeabile di plastica che usava nei giorni di pioggia. Il distributore fu preso in gestione dal figlio di Ettore e la prima volta che mamma fece benzina dopo la morte del vecchio gestore, fermò la macchina, scese di corsa e andò ad abbracciare il ragazzo che le voleva solo fare il pieno. Si misero entrambi a piangere. Continua a leggere

In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere

Una caviglia, un pino e una finestra

Quando facevo la prima media, mamma mi chiese se volevo andare a fare una vacanza-studio in Inghilterra. Probabilmente non avevo capito bene di cosa si trattasse, ma risposi comunque di sì, dissi che mi sarebbe piaciuto andare. Perciò quell’estate del 1987 passai tre settimane in un College di Southampton a studiare inglese. Avevo solo 11 anni ed ero il più piccolo della comitiva.

Del viaggio in pullman e poi in aereo conservo ancora ricordi molto forti, immagini nitide, brevi flash di un’esperienza che probabilmente dovette essere molto emozionante. Ad esempio ricordo la professoressa che ci accompagnò durante la vacanza. Non ricordo il suo viso o il suo nome, ma ricordo che aveva due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che aveva portato insieme a lei in quella vacanza. Durante il viaggio in pullman da Benevento a Roma io e la professoressa sedevamo vicini, immagino che mamma si fosse premurata di dirle di tenermi sotto controllo e di accompagnarmi sempre. Ad un certo punto la professoressa si mise a parlare con alcune ragazze nel pullman, chiacchieravano di moda e di marche di vestiti. Lei spiegava che non capiva perché tutti noi giovani fossimo tanto ossessionati dai vestiti, e non riusciva a spiegarsi questa moda colorata e pasticciona. Però una cosa apprezzava di noi giovani, una cosa che le avevano insegnato i suoi figli, aveva scoperto che le scarpe si potevano indossare anche senza calzini. Detto ciò, si prese un piede tra le mani e lo portò su, ad altezza delle mie ginocchia. Si tirò su il jeans e mostrò la caviglia nuda. Una brutta e vecchia caviglia, di una persona che avevo appena conosciuto, questo è il primo ricordo che ho di quel viaggio.

Arrivati all’aeroporto di Ciampino i ragazzi del pullman si eccitarono tutti. Eravamo una quarantina, la maggior parte erano liceali, poi c’erano una decina di studenti di seconda o terza media e poi c’ero io. I ragazzi più grandi si conoscevano tra di loro, non era la loro prima vacanza studio ed erano allegri e sguaiati. Arrivati di fronte all’ingresso dell’aeroporto uno di loro si alzò, indicò il cartello con la scritta “Benvenuti a Ciampino” e urlò: “C’hai un pino?”. La cosa fece esplodere il gruppo in una fragorosa risata. Tutti si misero a ripetere la battuta, partirono grosse pacche sulle spalle e cinque battuti alti. Il secondo ricordo che ho di quel viaggio è perciò un pessimo gioco di parole e un gruppo di adolescenti che urlano.

Arrivati in aeroporto il nostro gruppo si unì agli altri che venivano dalle altre parti di Italia. L’agenzia di viaggio aveva prenotato un intero charter per tutti quegli studenti. La professoressa ci spiegò che cos’è un volo charter e poi aggiunse che essendo un volo a basso costo è anche probabile che sia in ritardo. Il nostro volo fece molte ore di ritardo. Non ricordo come io e gli altri passammo quelle ore di attesa in aeroporto. Quello che so è che arrivammo ai check-in che era ora di pranzo e ci imbarcammo che fuori era notte fonda.

Fu durante quelle ore di attesa che mi venne affibbiato il soprannome di “Stellino”. Non ricordo per quale motivo mi stessi lamentando, la professoressa, in un moto di compassione, mi disse che ero “una povera stella”. Lo disse davanti a tutti e qualcuno del gruppo disse che ero uno “Stellino”. Non penso che nessuno di quei ragazzi abbia mai saputo che mi chiamo Antonio, per loro ero e rimasi “Stellino” per tutta la vacanza.

Ricordo l’aereo buio, i ragazzi che dormivano accasciati l’uno sull’altro. A pensarci oggi, sapendo quanto possano essere maleodoranti gli adolescenti, in piena estate e dopo tutte quelle ore di attesa, in quell’aereo doveva esserci un’atmosfera pestilenziale. Io però non me lo ricordo, immagino che allora fossi poco sensibile alle questioni legate all’igiene personale.

Io ero sveglio quando arrivò l’alba. Ricordo perfettamente il finestrino a cui mi attaccai per vedere quello spettacolo. Volavamo sopra un mare di nuvole. Il sole rosso e caldo salì da quel mare morbido di nubi a strati, il buio si trasformò in colore e noi eravamo tutti felici. Presi di corsa la macchina fotografica e scattai una foto a quell’istante che ora, dopo quasi trent’anni, ricordo in ogni dettaglio. La foto chiaramente non venne bene, ero troppo piccolo per capire di ISO e di tempi di esposizione.

Non ho molti ricordi delle successive tre settimane di vacanza. Vivevamo in un college dai mattoni rossi. La mensa era pessima, il nostro cibo restava quasi sempre tutto nei piatti. Uno di noi iniziò ad usare il cibo per fare dei disegni di enormi cazzi nei piatti, a volte usava il purè, altre volte raggruppava i piselli in due grosse montagnole e vi appoggiava una banana in mezzo. Quando riportava alle cameriere il vassoio contenente quelle sue opere d’arte tutti ci mettevamo a ridere e a darci di gomito. Entro la fine della vacanza, alla fine di ogni pasto, tutti i nostri piatti erano pieni di cazzi e disegni osceni.

La mensa e le classi dove la mattina studiavamo erano su uno dei quattro lati del cortile del college. Sul lato di fronte c’erano i dormitori. Il nostro gruppo occupava due piani di una delle house. Al piano di sopra c’erano le ragazze e la professoressa, al piano basso c’eravamo noi maschi. Io ero in camera con un ragazzo che mamma mi aveva presentato la mattina della partenza da Benevento. Mamma mi aveva detto che Giuseppe, se non sbaglio si chiamava così, era il figlio di un loro caro amico e che perciò saremmo andati in camera assieme. Giuseppe era un ragazzo grasso, dalle abitudini eccentriche, ma in fondo gentile e socievole. Ricordo che la notte per addormentarsi si metteva con le spalle appoggiate alla spalliera del letto, accendeva la lampada del comodino, una di quelle con il braccio snodabile, e si puntava la luce direttamente sugli occhi. Restava così, immobile e con la lampadina a pochi centimetri dal volto, per diverso tempo. Io mi addormentavo sempre prima che lui finisse quel rituale. Giuseppe diceva che faceva così perché per addormentarsi aveva bisogno di stancarsi gli occhi.

Una notte, mentre io e Giuseppe dormivamo in camera, fummo svegliati dal rumore della nostra finestra che si rompeva. Ci mettemmo ad urlare per lo spavento, il dormitorio fu gettato nel panico. Scappammo fuori dalla stanza continuando ad urlare e fummo subito circondati dagli altri che si erano svegliati di soprassalto. La professoressa ci coccolò e ci tranquillizzò. Venne chiamata la polizia, dissero che alcuni ragazzi del luogo avevano lanciato una pietra contro la finestra. Le ragazze erano spaventatissime, per tranquillizzarle dissero che una macchina della polizia avrebbe vegliato su di noi per tutta la notte. Io e Giuseppe venimmo separati, non potevamo più dormire in quella stanza. Io venni accolto nella stanza del figlio della professoressa, il maschio alfa del gruppo. Misero una brandina in un angolo della sua stanza e quella diventò anche la mia stanza.

Facemmo un patto tra tutti noi, un sacro giuramento che passò di stanza in stanza e a cui tutti partecipammo con solennità. Giurammo di non dire nulla ai nostri genitori di quello che era successo quella notte. Non volevamo che si preoccupassero e perciò, durante le telefonate che quotidianamente facevamo verso l’Italia, nessuno doveva fare menzione dell’attacco che aveva subito il nostro dormitorio. Solo quando ritornammo in Italia alcune ragazze ci confessarono di aver tradito il patto e di aver già raccontato tutto alle loro madri. Noi maschi invece eravamo stati tutti fedeli al giuramento e nessuno di noi aveva parlato. Stupidi, sciocchi e teneri maschi, noi e il nostro inutile codice morale.

Del viaggio di ritorno ricordo solo il caldo e umido abbraccio dell’aria estiva quando aprirono il portellone dell’aereo. Eravamo tornati a casa, alla nostra estate italiana. Alle nostre mamme e ai nostri papà.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la trenta puntata.

Prima Puntata

Seconda Puntata

Quarta Puntata (la prossima)

Quinta Puntata

La voglia che avevamo

Io e mio nonno Pietro avevamo la stessa voglia sul palmo della mano. La cosa buffa è che me ne accorsi solo la mattina in cui lui morì. È una piccola macchia marroncina al centro del palmo sinistro, sotto la nocca del medio. Un tempo mi dicevano che era una voglia di caffellatte (non so se oggi ci sia ancora tutto quel culto che c’era allora per la catalogazione delle forme e dei colori delle voglie dei bambini).

Io voglio bene alla mia voglia perché è piccola ed apprezzo la sua simmetria, apprezzo anche che abbia scelto di venire fuori proprio lì, nel centro esatto del palmo. E poi fa tanto romanzo di appendice il fatto che io abbia un marchio che mi distingue dagli altri; figlio del re, rapito da bambino e cresciuto dai pirati, riscopre le sue origini grazie all’incontro con la vecchia tata che racconta di quella voglia a forma di stella che il bambino aveva sul fianco sinistro, agnizione, sconfitta del malvagio barone usurpatore, abbracci commossi, fine.

Quando presi la mano del corpo morto di mio nonno e la portai alle labbra per baciarla mi accorsi che anche là c’era la stessa macchia caffellatte. Ricordo che mi sentii davvero male a fare quella scoperta. Altro che principesse, re e cavalieri, ero davvero una merda. Possibile che in tanti anni non avessi mai notato una cosa del genere? Ma che brutta persona che ero se solo dopo la sua morte gli avevo guardato le mani?

Eppure le mani di nonno Pietro avevano plasmato la mia vita perché lui con le mani sapeva costruire case, scale, palazzi, e famiglie. Lui era stato muratore da ragazzo, poi emigrante in Albania e Venezuela, e infine era diventato imprenditore e costruttore. Quando era ritornato in Italia aveva partecipato alla ricostruzione della sua città rasa al suolo dai bombardieri alleati e aveva tirato su un bel po’ di palazzi. All’ultimo piano di uno di questi palazzi lui, mia nonna, mia madre e mia zia si trasferirono e quella divenne la loro casa.

Nonno Pietro insegnò a tutti i suoi nipoti ad impastare il cemento. Ci spiegò l’utilità del filo a piombo e come riparare le crepe in un muro di tufo. Ho passato le estati della mia infanzia a seguire i suoi insegnamenti, a portargli l’acqua nella caldarella, a pulirgli la cazzuola sotto la fontana dell’acqua. Le sue mani erano grosse, bianche e precise. Come mi sia sfuggita quella macchia proprio non lo so. Tra i tanti rimpianti che mi porto dietro c’è quello di non averglielo mai fatto notare, di non avergli mai detto: “Guarda nonno, c’è un legame profondo tra me e te. Un po’ di quel tuo splendido gene di costruttore è arrivato fino a me passando attraverso tua figlia e adesso anche io ho questa macchia sulla mano”.

Nonno era stato per anni il fulcro attorno cui aveva girato tutta la nostra famiglia. O meglio, quel pezzo di famiglia a cui nonno ancora rivolgeva la parola.

Aveva avuto due sorelle e due fratelli. Il fratello a cui voleva più bene, Salvatore, era morto prima che io nascessi, con gli altri invece non si parlava più a causa di vecchie storie d’affari. Perché in famiglia noi si faceva così, coltivavamo il rancore, non ci si perdonava nulla e quando proprio non ce la facevamo più, ci si toglieva il saluto per sempre. E quando dico “per sempre” non sto esagerando. Ricordo ancora quando andammo al funerale di una delle sorelle di nonno e nemmeno di fronte alla morte i fratelli vollero cedere ad un cenno d’affetto.

Nel coltivare il rancore però nonno non si limitava alla famiglia. Si era costruito negli anni tutta una lista di persone che gli avevano fatto qualche sgarro. Aveva però un rituale tutto suo per vendicarsi di quelle persone, era una cosa che mi faceva impazzire e che me lo faceva adorare ancora di più. Faceva così: quando trovava su un manifesto mortuario il nome di uno di quelli che era sulla sua lista nera si fermava a fissarlo, leggeva per bene il manifesto e poi si metteva a ridere. Era davvero contento che morissero prima di lui, ne era soddisfatto e ce lo spiegava pure, tutto felice lui, “Eccone un altro che è morto. Bene! Prima o poi toccherà a tutti”, era soddisfatto che l’Angelo della Giustizia fosse sceso in terra a punire quello che magari venti anni prima gli aveva rubato i mattoni dal cantiere.

La casa dove sono cresciuto la costruì lui. Non ho alcun ricordo dell’appartamento dove per qualche anno io e i miei genitori vivemmo, perciò l’unica mia vera casa fu quella in Contrada Santa Clementina. Era una villetta a due piani che nonno iniziò a costruire per farne la casa di campagna della famiglia.

In casa abbiamo una vecchia foto in cui ci sono io a due anni che cammino in mezzo al prato su cui poi nonno costruì la casa. Nella foto si vede alle mie spalle un pezzo della valle sotto la collina, qualche albero sui bordi del prato e un po’ di nuvole in cielo. La cosa che mi ha sempre colpito in quella foto è la totale assenza di case e strade, non c’era niente di niente in quegli anni a Contrada Santa Clementina. Come gli sia venuto in mente di costruire lì dove non c’era nulla, nemmeno la strada per arrivare a quel prato, lì dove le fogne arrivarono solo vent’anni dopo, dove l’acqua era solo quella dei pozzi e delle piogge, lì dove non c’era nulla se non un bosco, qualche prato e un albero di noce, come gli sia venuto in mente per me resta un mistero. Forse fu la bella vista che si ammirava sulle montagne della “Dormiente” o più semplicemente, conoscendolo, un ottimo prezzo del terreno edificabile.

Sapete, a volte, quando vengo rapito da un afflato di romanticismo spicciolo penso a quanto la mia vita sia stata legata a due o tre case, tutte unite da legami personali e racchiuse in un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati: la casa che mio nonno costruì in collina e dove ho trascorso i miei primi venti anni di vita; a dieci minuti di macchina da lì l’appartamento in città che ospitava i miei nonni; attraversando la strada il palazzo dove c’era la scuola media a cui mia madre mi iscrisse e che lei scelse proprio perché strategicamente vicina ai nonni; la camera da letto di mio nonno dove io quella mattina lo andai a trovare già morto e che adesso, quando scrivo queste parole, è diventata la camera da letto mia e di mia moglie.

Poi però l’afflato romantico mi passa, torno lucido e penso che sono tutte sciocchezze perché l’unica cosa che conta è quella macchiolina sulla mia mano. Quella macchia che ogni volta che guardo mi fa sentire una merda, proprio come quella mattina di dieci anni fa quando capii che era troppo tardi per ogni rimpianto e che non si poteva più rimediare perché nonno non c’era più.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la seconda puntata.

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