In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere

Una caviglia, un pino e una finestra

Quando facevo la prima media, mamma mi chiese se volevo andare a fare una vacanza-studio in Inghilterra. Probabilmente non avevo capito bene di cosa si trattasse, ma risposi comunque di sì, dissi che mi sarebbe piaciuto andare. Perciò quell’estate del 1987 passai tre settimane in un College di Southampton a studiare inglese. Avevo solo 11 anni ed ero il più piccolo della comitiva.

Del viaggio in pullman e poi in aereo conservo ancora ricordi molto forti, immagini nitide, brevi flash di un’esperienza che probabilmente dovette essere molto emozionante. Ad esempio ricordo la professoressa che ci accompagnò durante la vacanza. Non ricordo il suo viso o il suo nome, ma ricordo che aveva due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che aveva portato insieme a lei in quella vacanza. Durante il viaggio in pullman da Benevento a Roma io e la professoressa sedevamo vicini, immagino che mamma si fosse premurata di dirle di tenermi sotto controllo e di accompagnarmi sempre. Ad un certo punto la professoressa si mise a parlare con alcune ragazze nel pullman, chiacchieravano di moda e di marche di vestiti. Lei spiegava che non capiva perché tutti noi giovani fossimo tanto ossessionati dai vestiti, e non riusciva a spiegarsi questa moda colorata e pasticciona. Però una cosa apprezzava di noi giovani, una cosa che le avevano insegnato i suoi figli, aveva scoperto che le scarpe si potevano indossare anche senza calzini. Detto ciò, si prese un piede tra le mani e lo portò su, ad altezza delle mie ginocchia. Si tirò su il jeans e mostrò la caviglia nuda. Una brutta e vecchia caviglia, di una persona che avevo appena conosciuto, questo è il primo ricordo che ho di quel viaggio.

Arrivati all’aeroporto di Ciampino i ragazzi del pullman si eccitarono tutti. Eravamo una quarantina, la maggior parte erano liceali, poi c’erano una decina di studenti di seconda o terza media e poi c’ero io. I ragazzi più grandi si conoscevano tra di loro, non era la loro prima vacanza studio ed erano allegri e sguaiati. Arrivati di fronte all’ingresso dell’aeroporto uno di loro si alzò, indicò il cartello con la scritta “Benvenuti a Ciampino” e urlò: “C’hai un pino?”. La cosa fece esplodere il gruppo in una fragorosa risata. Tutti si misero a ripetere la battuta, partirono grosse pacche sulle spalle e cinque battuti alti. Il secondo ricordo che ho di quel viaggio è perciò un pessimo gioco di parole e un gruppo di adolescenti che urlano.

Arrivati in aeroporto il nostro gruppo si unì agli altri che venivano dalle altre parti di Italia. L’agenzia di viaggio aveva prenotato un intero charter per tutti quegli studenti. La professoressa ci spiegò che cos’è un volo charter e poi aggiunse che essendo un volo a basso costo è anche probabile che sia in ritardo. Il nostro volo fece molte ore di ritardo. Non ricordo come io e gli altri passammo quelle ore di attesa in aeroporto. Quello che so è che arrivammo ai check-in che era ora di pranzo e ci imbarcammo che fuori era notte fonda.

Fu durante quelle ore di attesa che mi venne affibbiato il soprannome di “Stellino”. Non ricordo per quale motivo mi stessi lamentando, la professoressa, in un moto di compassione, mi disse che ero “una povera stella”. Lo disse davanti a tutti e qualcuno del gruppo disse che ero uno “Stellino”. Non penso che nessuno di quei ragazzi abbia mai saputo che mi chiamo Antonio, per loro ero e rimasi “Stellino” per tutta la vacanza.

Ricordo l’aereo buio, i ragazzi che dormivano accasciati l’uno sull’altro. A pensarci oggi, sapendo quanto possano essere maleodoranti gli adolescenti, in piena estate e dopo tutte quelle ore di attesa, in quell’aereo doveva esserci un’atmosfera pestilenziale. Io però non me lo ricordo, immagino che allora fossi poco sensibile alle questioni legate all’igiene personale.

Io ero sveglio quando arrivò l’alba. Ricordo perfettamente il finestrino a cui mi attaccai per vedere quello spettacolo. Volavamo sopra un mare di nuvole. Il sole rosso e caldo salì da quel mare morbido di nubi a strati, il buio si trasformò in colore e noi eravamo tutti felici. Presi di corsa la macchina fotografica e scattai una foto a quell’istante che ora, dopo quasi trent’anni, ricordo in ogni dettaglio. La foto chiaramente non venne bene, ero troppo piccolo per capire di ISO e di tempi di esposizione.

Non ho molti ricordi delle successive tre settimane di vacanza. Vivevamo in un college dai mattoni rossi. La mensa era pessima, il nostro cibo restava quasi sempre tutto nei piatti. Uno di noi iniziò ad usare il cibo per fare dei disegni di enormi cazzi nei piatti, a volte usava il purè, altre volte raggruppava i piselli in due grosse montagnole e vi appoggiava una banana in mezzo. Quando riportava alle cameriere il vassoio contenente quelle sue opere d’arte tutti ci mettevamo a ridere e a darci di gomito. Entro la fine della vacanza, alla fine di ogni pasto, tutti i nostri piatti erano pieni di cazzi e disegni osceni.

La mensa e le classi dove la mattina studiavamo erano su uno dei quattro lati del cortile del college. Sul lato di fronte c’erano i dormitori. Il nostro gruppo occupava due piani di una delle house. Al piano di sopra c’erano le ragazze e la professoressa, al piano basso c’eravamo noi maschi. Io ero in camera con un ragazzo che mamma mi aveva presentato la mattina della partenza da Benevento. Mamma mi aveva detto che Giuseppe, se non sbaglio si chiamava così, era il figlio di un loro caro amico e che perciò saremmo andati in camera assieme. Giuseppe era un ragazzo grasso, dalle abitudini eccentriche, ma in fondo gentile e socievole. Ricordo che la notte per addormentarsi si metteva con le spalle appoggiate alla spalliera del letto, accendeva la lampada del comodino, una di quelle con il braccio snodabile, e si puntava la luce direttamente sugli occhi. Restava così, immobile e con la lampadina a pochi centimetri dal volto, per diverso tempo. Io mi addormentavo sempre prima che lui finisse quel rituale. Giuseppe diceva che faceva così perché per addormentarsi aveva bisogno di stancarsi gli occhi.

Una notte, mentre io e Giuseppe dormivamo in camera, fummo svegliati dal rumore della nostra finestra che si rompeva. Ci mettemmo ad urlare per lo spavento, il dormitorio fu gettato nel panico. Scappammo fuori dalla stanza continuando ad urlare e fummo subito circondati dagli altri che si erano svegliati di soprassalto. La professoressa ci coccolò e ci tranquillizzò. Venne chiamata la polizia, dissero che alcuni ragazzi del luogo avevano lanciato una pietra contro la finestra. Le ragazze erano spaventatissime, per tranquillizzarle dissero che una macchina della polizia avrebbe vegliato su di noi per tutta la notte. Io e Giuseppe venimmo separati, non potevamo più dormire in quella stanza. Io venni accolto nella stanza del figlio della professoressa, il maschio alfa del gruppo. Misero una brandina in un angolo della sua stanza e quella diventò anche la mia stanza.

Facemmo un patto tra tutti noi, un sacro giuramento che passò di stanza in stanza e a cui tutti partecipammo con solennità. Giurammo di non dire nulla ai nostri genitori di quello che era successo quella notte. Non volevamo che si preoccupassero e perciò, durante le telefonate che quotidianamente facevamo verso l’Italia, nessuno doveva fare menzione dell’attacco che aveva subito il nostro dormitorio. Solo quando ritornammo in Italia alcune ragazze ci confessarono di aver tradito il patto e di aver già raccontato tutto alle loro madri. Noi maschi invece eravamo stati tutti fedeli al giuramento e nessuno di noi aveva parlato. Stupidi, sciocchi e teneri maschi, noi e il nostro inutile codice morale.

Del viaggio di ritorno ricordo solo il caldo e umido abbraccio dell’aria estiva quando aprirono il portellone dell’aereo. Eravamo tornati a casa, alla nostra estate italiana. Alle nostre mamme e ai nostri papà.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la trenta puntata.

Prima Puntata

Seconda Puntata

Quarta Puntata (la prossima)

Quinta Puntata

La voglia che avevamo

Io e mio nonno Pietro avevamo la stessa voglia sul palmo della mano. La cosa buffa è che me ne accorsi solo la mattina in cui lui morì. È una piccola macchia marroncina al centro del palmo sinistro, sotto la nocca del medio. Un tempo mi dicevano che era una voglia di caffellatte (non so se oggi ci sia ancora tutto quel culto che c’era allora per la catalogazione delle forme e dei colori delle voglie dei bambini).

Io voglio bene alla mia voglia perché è piccola ed apprezzo la sua simmetria, apprezzo anche che abbia scelto di venire fuori proprio lì, nel centro esatto del palmo. E poi fa tanto romanzo di appendice il fatto che io abbia un marchio che mi distingue dagli altri; figlio del re, rapito da bambino e cresciuto dai pirati, riscopre le sue origini grazie all’incontro con la vecchia tata che racconta di quella voglia a forma di stella che il bambino aveva sul fianco sinistro, agnizione, sconfitta del malvagio barone usurpatore, abbracci commossi, fine.

Quando presi la mano del corpo morto di mio nonno e la portai alle labbra per baciarla mi accorsi che anche là c’era la stessa macchia caffellatte. Ricordo che mi sentii davvero male a fare quella scoperta. Altro che principesse, re e cavalieri, ero davvero una merda. Possibile che in tanti anni non avessi mai notato una cosa del genere? Ma che brutta persona che ero se solo dopo la sua morte gli avevo guardato le mani?

Eppure le mani di nonno Pietro avevano plasmato la mia vita perché lui con le mani sapeva costruire case, scale, palazzi, e famiglie. Lui era stato muratore da ragazzo, poi emigrante in Albania e Venezuela, e infine era diventato imprenditore e costruttore. Quando era ritornato in Italia aveva partecipato alla ricostruzione della sua città rasa al suolo dai bombardieri alleati e aveva tirato su un bel po’ di palazzi. All’ultimo piano di uno di questi palazzi lui, mia nonna, mia madre e mia zia si trasferirono e quella divenne la loro casa.

Nonno Pietro insegnò a tutti i suoi nipoti ad impastare il cemento. Ci spiegò l’utilità del filo a piombo e come riparare le crepe in un muro di tufo. Ho passato le estati della mia infanzia a seguire i suoi insegnamenti, a portargli l’acqua nella caldarella, a pulirgli la cazzuola sotto la fontana dell’acqua. Le sue mani erano grosse, bianche e precise. Come mi sia sfuggita quella macchia proprio non lo so. Tra i tanti rimpianti che mi porto dietro c’è quello di non averglielo mai fatto notare, di non avergli mai detto: “Guarda nonno, c’è un legame profondo tra me e te. Un po’ di quel tuo splendido gene di costruttore è arrivato fino a me passando attraverso tua figlia e adesso anche io ho questa macchia sulla mano”.

Nonno era stato per anni il fulcro attorno cui aveva girato tutta la nostra famiglia. O meglio, quel pezzo di famiglia a cui nonno ancora rivolgeva la parola.

Aveva avuto due sorelle e due fratelli. Il fratello a cui voleva più bene, Salvatore, era morto prima che io nascessi, con gli altri invece non si parlava più a causa di vecchie storie d’affari. Perché in famiglia noi si faceva così, coltivavamo il rancore, non ci si perdonava nulla e quando proprio non ce la facevamo più, ci si toglieva il saluto per sempre. E quando dico “per sempre” non sto esagerando. Ricordo ancora quando andammo al funerale di una delle sorelle di nonno e nemmeno di fronte alla morte i fratelli vollero cedere ad un cenno d’affetto.

Nel coltivare il rancore però nonno non si limitava alla famiglia. Si era costruito negli anni tutta una lista di persone che gli avevano fatto qualche sgarro. Aveva però un rituale tutto suo per vendicarsi di quelle persone, era una cosa che mi faceva impazzire e che me lo faceva adorare ancora di più. Faceva così: quando trovava su un manifesto mortuario il nome di uno di quelli che era sulla sua lista nera si fermava a fissarlo, leggeva per bene il manifesto e poi si metteva a ridere. Era davvero contento che morissero prima di lui, ne era soddisfatto e ce lo spiegava pure, tutto felice lui, “Eccone un altro che è morto. Bene! Prima o poi toccherà a tutti”, era soddisfatto che l’Angelo della Giustizia fosse sceso in terra a punire quello che magari venti anni prima gli aveva rubato i mattoni dal cantiere.

La casa dove sono cresciuto la costruì lui. Non ho alcun ricordo dell’appartamento dove per qualche anno io e i miei genitori vivemmo, perciò l’unica mia vera casa fu quella in Contrada Santa Clementina. Era una villetta a due piani che nonno iniziò a costruire per farne la casa di campagna della famiglia.

In casa abbiamo una vecchia foto in cui ci sono io a due anni che cammino in mezzo al prato su cui poi nonno costruì la casa. Nella foto si vede alle mie spalle un pezzo della valle sotto la collina, qualche albero sui bordi del prato e un po’ di nuvole in cielo. La cosa che mi ha sempre colpito in quella foto è la totale assenza di case e strade, non c’era niente di niente in quegli anni a Contrada Santa Clementina. Come gli sia venuto in mente di costruire lì dove non c’era nulla, nemmeno la strada per arrivare a quel prato, lì dove le fogne arrivarono solo vent’anni dopo, dove l’acqua era solo quella dei pozzi e delle piogge, lì dove non c’era nulla se non un bosco, qualche prato e un albero di noce, come gli sia venuto in mente per me resta un mistero. Forse fu la bella vista che si ammirava sulle montagne della “Dormiente” o più semplicemente, conoscendolo, un ottimo prezzo del terreno edificabile.

Sapete, a volte, quando vengo rapito da un afflato di romanticismo spicciolo penso a quanto la mia vita sia stata legata a due o tre case, tutte unite da legami personali e racchiuse in un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati: la casa che mio nonno costruì in collina e dove ho trascorso i miei primi venti anni di vita; a dieci minuti di macchina da lì l’appartamento in città che ospitava i miei nonni; attraversando la strada il palazzo dove c’era la scuola media a cui mia madre mi iscrisse e che lei scelse proprio perché strategicamente vicina ai nonni; la camera da letto di mio nonno dove io quella mattina lo andai a trovare già morto e che adesso, quando scrivo queste parole, è diventata la camera da letto mia e di mia moglie.

Poi però l’afflato romantico mi passa, torno lucido e penso che sono tutte sciocchezze perché l’unica cosa che conta è quella macchiolina sulla mia mano. Quella macchia che ogni volta che guardo mi fa sentire una merda, proprio come quella mattina di dieci anni fa quando capii che era troppo tardi per ogni rimpianto e che non si poteva più rimediare perché nonno non c’era più.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la seconda puntata.

Prima Puntata

Terza Puntata (la prossima)

 

Quarta Puntata

Quinta Puntata

Le buone intenzioni

Benevento, 10 Settembre 2027, XV Anno dalla Liberazione di Parma

Ore 4:15 AM

Il trillo metallico delle sveglia riempì il silenzio della casa. Lui si alzò velocemente, afferrò la vestaglia di lana grezza e si fiondò verso il bagno. Cercò a tastoni la candela sulla mensola del bagno, tolse l’accendino dalla tasca e accese lo stoppino. La vestaglia era fredda e ispida, odiava sentirsi il corpo punzecchiare da quella lana di scarsa qualità. Grugnì di disappunto e chiuse la porta del bagno alle sue spalle. Come ogni mattina si ritrovò a fissare il lucchetto con cui la moglie aveva sigillato la valvola dell’acqua calda del rubinetto.

Avevano deciso di sigillarla quando il delegato del Movimento Condominiale si era presentato a casa loro una domenica di due anni prima. Il delegato era un ragazzo di non più di vent’anni, un giovane in carriera all’interno della gerarchia del Movimento. Aveva con sé una cartellina di cartone riciclato da cui spuntavano decine di fogli giallicci, probabilmente appunti o segnalazioni anonime. Il delegato aveva passato con loro tutta la mattinata illustrando le tecniche per migliorare l’efficienza energetica del loro appartamento, si era molto lamentato quando aveva scoperto la bassa classe degli elettrodomestici e la scarsa qualità degli infissi. Loro avevano cercato di spiegare al ragazzo che lo stipendio di entrambi non era sufficiente a comprare i costosissimi elettrodomestici di importazione tedesca.

Il delegato quel giorno li salutò sorridendo, ma loro avevano capito il messaggio. Il Movimento non era contento di quanto stavano risparmiando, dovevano fare di più, non era sufficiente essersi uniformati alla legge sul consumo massimo di 5 litri di gasolio per metro quadro, dovevano puntare ai 3 litri l’anno. Così decisero di razionare ulteriormente l’utilizzo dell’acqua calda e installarono i lucchetti. Le ragazze non erano rimaste contente della decisione dei loro genitori, ma si adattarono presto. In fondo era anche per il loro bene, avere una famiglia a basso impatto ambientale era uno dei requisiti fondamentali per poter essere assunti da un’azienda o da un ente statale.

Smise di pensare a quella visita del delegato e iniziò a prepararsi per partire. Uscì dal bagno ancora più intirizzito dal freddo. La moglie e le figlie nel frattempo si erano alzate anche loro. La più piccola stava preparandosi per uscire fuori al terrazzo per raccogliere la frutta per la colazione, aveva indossato gli stivali e il cappotto pesante, sotto il braccio portava un cesto di vimini. “La mia piccola cappuccetto rosso”, pensò guardandola chhe apriva la grossa porta-finestra che si affacciava fuori.

Alberi di melo un po’ rachitici crescevano appoggiati alle ringhiere dell’ampio terrazzo dell’appartamento. “Frutta a Metri Zero”, era così che il Movimento la chiamava. Gli alberi erano stati portati fin lì direttamente dal Nucleo Cittadino del Movimento, erano stati piantati in larghi vasi non più alti di 20 centimetri. I tecnici del Nucleo Cittadino gli avevano illustrato le meraviglie della coltivazione condominiale e prima di salutarli gli avevano ricordato che a partire da quel momento la loro famiglia aveva avuto l’onore e l’opportunità di avere accesso a quelle leccornie di stagione, perciò nessun membro della famiglia aveva più il permesso di comprare frutta in un supermercato o in un fruttivendolo. Odiava il sapore di quelle mele bacate e senza sapore.

Mentre la piccola raccoglieva la frutta, vide la figlia maggiore di fronte allo specchio iniziare a pettinarsi i capelli. Aveva già visto quella scena decine di volte, sapeva che ci avrebbe impiegato almeno un’ora, tanto richiedeva la lunga operazione da quando la ragazza non aveva più potuto comprare balsamo e shampoo, tutto materiale vietato dopo l’emanazione della legge “Basta Bolle” approvata dal referendum propositivo dell’anno prima. Le aveva spesso consigliato di tagliarsi i capelli, ma era troppo fiera della sua lunga chioma riccia per cedere al consiglio paterno. Preferiva quella lunga tortura quotidiana piuttosto che rinunciare ai suoi ricci.

Benevento, 10 Settembre 2027, XIV Anno dalla Conquista del Parlamento

Ore 4:50 AM

Salutò moglie e figlie e uscì di casa. Nell’androne lo aspettava Corrado, era seduto su uno degli sgabelli che di solito le donne del palazzo utilizzavano per la mungitura di Carlotta, la mucca che il condominio aveva deciso di acquistare per aderire alla campagna “Latte a Zero Metri”.

Lui e Corrado si avviarono assieme verso la fermata del bus elettrico che li avrebbe portati a lavoro.

Un tempo Corrado era stato un professore universitario, ma da quando gli studenti avevano avuto il diritto di giudicare il corpo docenti molti  avevano perso il lavoro. Erano sufficienti due note di demerito segnalate dal Rappresentante degli Studenti in Movimento per ricevere la lettera di licenziamento con disonore. Purtroppo l’aggravante del disonore non aveva permesso a Corrado di accedere nemmeno al sussidio di disoccupazione. Non che fosse possibile campare con quei quattro spiccioli, ma comunque lo avrebbero potuto aiutare nei momenti difficili che seguirono il licenziamento. Per fortuna la sua ottima preparazione e la fedina penale certificata a 5 Stelle gli avevano consentito di vincere un concorso per un posto come operaio semplice nella FIAT di Pomigliano.

Mentre camminavano Corrado raccontò che la sera prima il canale unico delle Rai aveva trasmesso un lungo speciale di Striscia la Notizia. Corrado, grazie al lavoro in FIAT, aveva un ottimo stipendio e poteva permettersi di avere un televisore in casa. Ogni mattina, durante la mezz’ora di camminata che facevano assieme verso il terminal degli autobus, lo intratteneva raccontandogli gli spettacoli che aveva visto la sera prima.

Lo Speciale di Striscia era stato mandato in onda per celebrare il decimillesimo parlamentare licenziato con disonore dal Comitato dei Cittadini. Durante il primo mandato del Governo a 5 Stelle era stato infatti introdotto il principio di non eleggibilità per i condannati. Dopo il successo della seconda vittoria alle politiche del 2018 il Movimento rese ancora più aspro il controllo sulla moralità degli eletti e istituì il principio del licenziamento con disonore dei deputati anche a seguito di una semplice iscrizione nell’elenco degli indagati. Da allora il numero dei deputati cacciati dalle Camere era salito enormemente e si era alla fine arrivati a quel numero tondo: 10.000.

Rise molto sentendo i racconti di Corrado e gliene fu grato. Negli ultimi anni erano diventati davvero pochi i momenti di intrattenimento nella sua vita e i racconti di Corrado erano tra questi. Aveva dovuto rinunciare alla lettura dei suoi adorati fumetti il giorno in cui si ruppe il suo vecchio iPad. Prima di allora aveva già dovuto rinunciare alla sua collezione su carta quando, anni prima, il Comitato di Quartiere aveva chiesto al suo condominio di rispettare la quota di differenziata da produrre. Le famiglie del suo palazzo si erano allora riunite in segreto e avevano deciso che l’unico modo per ridurre la loro percentuale di indifferenziata era quello di aumentare il materiale da differenziare anche in maniera, diciamo, creativa. Avevano quindi deciso di aggiungere alla raccolta differenziata anche libri, riviste e fumetti in modo da aumentarne artificialmente il peso. E così Miller, Moebius e Moore erano serviti ad evitare una multa e una nota di demerito a tutte le famiglie del condominio.

Arrivarono al terminal giusto in tempo per prendere uno dei 25 autobus che ogni mattina alle 5:30 partivano per Pomigliano. Odiava gli autobus, specialmente quelli pieni di persone. Ne odiava in particolar modo la puzza, quell’odore aspro e inconfondibile di persone che si possono permettere una sola doccia calda a settimana, un odore misto allo stantio di abiti vecchi lavati in lavatrici caricate a washing ball.

Benevento, 10 Settembre 2027, IX Anno dalla Elezione del Presidente Eterno

Ore 6:15 AM

Corrado gli si sedette di fianco e gli passò alcune pagine del Giornale Di Beppe Grillo. Lesse che la sera prima era morto un altro deputato durante i lavori d’aula. Questo era morto di infarto. Meglio per lui, pensò, una morte rapida ed indolore rispetto a quella di tanti suoi colleghi deputati morti per consunzione. L’articolo del giornale ricordava che era la settantacinquesima morte in aula da quando era stato introdotto l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare. Da allora ogni Meet-Up o comitato autogestito d’Italia aveva presentato una sua specifica proposta di legge, solo nel 2015 erano state diecimila le proposta che Camera e Senato erano state costrette a discutere. I parlamentari dovevano votarle tutte entro sessanta giorni dalla presentazione ed erano anche soggetti all’obbligo di presenza in aula. Alcuni parlamentari si erano lamentati ufficialmente col Comitato del Movimento parlando addirittura di sequestro di persona, si parlava di donne incinta che erano state costrette a partorire nell’infermeria di Montecitorio pur di poter presenziare a tutte le votazioni.

Si chiese come avrebbe commentato quella notizia Massimo Bordin durante la rassegna stampa mattutina di Radio Radicale. A volte ripensava a quel periodo della sua vita, quando si poteva ancora permettere una macchina e una radio. Quei suoi lunghi viaggi solitari tra Benevento e Arzano, sulla sua macchina, da solo, senza puzze altrui. Andando da casa all’ufficio ascoltando la radio che piaceva a lui.

Da quando il Movimento aveva deciso l’uscita dall’Euro e l’introduzione delle Neo-Lire queste si erano deprezzato tanto sul Dollaro che un litro di benzina era arrivato  a costare l’equivalente di un decimo del suo stipendio.

Aveva dovuto vendere macchina e stereo. Fu nello stesso periodo in cui iniziarono a chiudere tutti i giornali. Tutto ebbe inizio quando fu approvata la legge di abolizione dei finanziamenti pubblici alle testate giornalistiche. Il mercato era già in crisi, la mancanza improvvisa di quei sussidi statali fece chiudere tutti i giornali, dal Corriere all’Unità, solo la free press del Movimento resistette e continuò ad essere stampata. Gli altri si trasformarono tutti in giornali online, ma sul web ebbero vita breve. Infatti il costo dei computer era cresciuto del 2000% in 4 anni, era tutta tecnologia estera e le Neo-Lire valevano sempre meno. Quello che un tempo era un bene di largo consumo era tornato ad essere uno strumento ad uso solo delle élite ricche. In pochissimi potevano permettersi un PC a casa, gli smartphone erano diventati oggetti da museo, navigare su internet era diventato un lusso per pochi. Il numero dei lettori on line diminuì sempre di più e in breve fallirono anche i giornali sul web.

Anche la televisione negli anni ’10 non se la passò bene. Mediaset era stata espropriata nel 2016 e le fu imposto un azionarato diffuso, i nuovi manager eletti dal CDA a 5 Stelle però non ne capivano niente di televisione, chiusero tutti i programmi di maggior successo e in pochi anni i grossi investitori abbandonarono l’azienda, le banche tagliarono le linee di credito e poco dopo ci fu il fallimento e poi la chiusura. La RAI, vistasi senza più competitor, decise di ridurre i costi di gestioni riducendo i canali trasmessi. Prima vennero chiusi i canali tematici, poi si pensò di chiudere anche qualche canale generalista, infine si capì che era sufficiente avere un unico canale televisivo.

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Benevento, 10 Settembre 2027, Anno Zero del Libero Stato D’Italia

Ore 9:40 AM

L’autobus nel frattempo continuava lentamente il suo viaggio. Ogni 2 o 3 chilometri accostava e faceva salire qualcuno. Di solito erano operai come Corrado o dipendenti della Regione. I dipendenti pubblici erano subito riconoscibili dal sacco di carbone che portavano con sè e che serviva loro per riscaldarsi durante la giornata. Le stufe a carbone sotto le scrivanie erano state introdotte 3 anni prima per poter abbassare di un ulteriore 5% il consumo ufficiale delle strutture pubbliche. In questo modo la Regione poteva spegnere il riscaldamento e i dipendenti potevano mantenersi al caldo.

Eppure gli sembrava tutto così folle.

Le idee del Movimento in materia di risparmio energetico a prima vista sembravano buone: aumentare l’efficienza energetica per risparmiare corrente e carburante, macchine elettriche al posto di quelle a combustione, lampadine a basso consumo al posto di quelle a tungsteno. Il governo Stellare aveva anche tentato di stimolare la diffusione capillare delle energie rinnovabili, micro eolico e nano-solare di ultimissima generazione (roba inventata dai cinesi nel 2015), ma era tutta tecnologia di importazione e con le Neo-Lire italiane non ci si poteva permettere l’acquisto massiccio di queste tecnologie. I migliori ricercatori scientifici erano emigrati all’estero appena l’Italia era usciti dall’Euro e quando infine chiusero le frontiere ormai era troppo tardi per poter arginare il problema, nessuno in Italia sapeva come costruire un pannello fotovoltaico ad alto rendimento. Tutta la nazione poteva permettersi ogni anno al massimo l’acquisto di pochi metri quadri di pannelli dalla Germania e di uno o due pale eoliche dall’Olanda. Veniva tutto installato a Genova, il gioiello d’Italia.

L’autobus affrontò in quel momento una lunga salita che lo avrebbe portato alla fermata di Arpaia. Era sempre rischioso per autobus elettrici di quella portata affrontare salite cosi ripide. Gli ingegneri della FIAT non erano ancora riusciti a progettare un motore elettrico con abbastanza potenza da poter superare indenni pendenze superiori al 7%. A dirla tutta non erano riusciti nemmeno a progettarne uno in grado di superare i 30 Km all’ora in pianura. Gli autobus elettrici erano così lenti e si rompevano tanto spesso che molte persone preferivano usare altri mezzi: biciclette, cavalli, carri trainati da buoi, molto più costosi ma sicuramente più affidabili.

Qualche collega in passato gli aveva offerto un passaggio a bordo in un carro, ma lui non riusciva proprio a sopportare l’idea di passare 4 ore di viaggio tra Arzano, dove era il suo ufficio, a Beneveno con un collega. Lui odiava i suoi colleghi. Era un sentimento che aveva provato anche prima della Rivoluzione Stellare, ma nel corso degli anni, a causa anche dei nuovi sistemi di gestione del lavoro, il suo odio era aumentato esponenzialmente. Non sopportava l’idea che il Movimento avesse esteso le tutele ai lavoratori a discapito della meritocrazia, lui era stato un manager in carriera e le nuove regole ne avevano limitato le possibilità di crescita in azienda. Il Movimento richiedeva che lo stipendio di tutti i dipendenti fosse lo stesso, inoltre chiunque fosse stato un manager prima della crisi finanziaria della Neo-Lira era ritenuto responsabile di tutti problemi legati all’economia. Lui era stato un ottimo manager e questo adesso andava a suo sfavore, inoltre aveva dovuto cambiare lavoro da quando non gli era più possibile andare all’estero a causa delle limitazione imposte sui visti in uscita e a causa dell’altissimo costo dei biglietti aerei (ormai un volo di solo andata costava quasi quanto una piccola auto elettrica).

Alla fine il motore dell’autobus si bruciò. Fece una fiammata e smise di funzionare. Tutti i passeggeri scesero sconsolati. Lui fu tra gli ultimi.

Appena uscì all’aria aperta si trovò davanti uno stormo di galline selvatiche che razzolavano di fianco all’autobus in panne. Le galline selvatiche avevano iniziato a colonizzare le campagne intorno a Benevento a partire dal 2021, anno in cui una cellula anarchica della Lipu era riuscita a far passare un referendum propositivo che vietava la macellazione e l’uccisione di qualsiasi volatile.

La puzza tipica dello sterco di gallina lo colpì e lo fece rinsavire, smise di pensare al passato, alla sua vecchia carriera, ai colleghi inglesi e americani che non avrebbe più rivisto. Non pensò più alle corse in macchina e alle serate passate chattando con gli amici, non pensò più al passato che non c’era più, quel tempo ricco di rabbia e dolore, ma anche di promesse e di fiducia. Pensò solo all’oggi e a quel maledetto autobus rotto che non lo avrebbe portato in ufficio. Tanto valeva allora tornarsene a casa.

Tra poco sarebbe stato mezzogiorno, salutò Corrado e iniziò ad allontarsi dall’autobus fermo sul ciglio della strada.

Se fosse riuscito a mantenere un passo costante per tutto il percorso, in quattro o cinque ore sarebbe riuscito a tornare a casa.

“Giusto in tempo per la mungitura di Carlotta” disse ad alta voce, col pensiero rivolto al futuro.

(foto di EssjayNZpublicenergy, Roadsipicture, sprengben)

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Inizia”. Da allora non aveva più smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indifferenza si affacciava alla cucina per scoprire il menù. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sarà Francesco”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun Pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo più errori di gioventù dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare quel meraviglioso 1998) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perché la melanzana è buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica e collettiva, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema così. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda sembrava essere quella di scandagliare la realtà, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilità del piacere melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva, pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiaiate di parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non è che non gli piacessero, è solo che non ne riusciva ad apprezzarne la bellezza gastronomica. Era tutto così mediocre e senza sapore. Nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del Sommo Ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Suo fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembrò convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al più presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente già pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.

Il colore del grano

lavanda

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. La stanchezza si era da poco trasformata in noia e inedia. Palpabre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riebbe a metà strada.

Si accorse che stava guidando. Da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non riusciva a capire.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

*

Il Messaggio di Dio

uovo

Un giorno Dio mi disse di prendere un treno.

Era un giorno d’estate e faceva caldo, io ero steso sul letto in mutande e canottiera. A ripensarci oggi mi sembra quasi blasfemo aver ricevuto il primo messaggio di Dio vestito a quel modo. D’altra parte come potevo sapere che Dio avrebbe scelto proprio quel giorno per farsi vivo.

A quel tempo non potevo certo essere considerato un assiduo praticante del culto. Andavo in chiesa, ma non è che ci credessi per davvero. Era più un abitudine presa da bambino. Mia madre che si mette le perle, mio padre che si fa il nodo alla cravatta, le scarpe buone e la passeggiata per il corso; la religione era sempre stato questo per me.

Mi ci volle un po’ prima di capire cosa mi stesse succedendo, non è cosa di tutti i giorni ricevere un messaggio da Dio in persona. Il Logos, l’Origine, l’Alpha e l’Omega nella mia camera da letto, alle due del pomeriggio di un mercoledl di Luglio.

Devo ammettere che però affrontai la cosa con il giusto sangue freddo, dopo i primi momenti di spaesamento corsi subito a prendere il blocco note e la matita che usavo per gli appunti all’università. Non potevo certo correre il rischio di dimenticare alcuna parte del messaggio di Dio. Segnai la data in alto a destra sul foglio, tracciai una linea ed iniziai a scrivere.

Devi Prendere Il Treno Che Ti Porterà. Via da qui. Vai E Segui La Luce E Il Vento. Latte.

Dio a volte è poco chiaro. Col tempo mi ci sono abituato, ma allora ero nuovo a questa Sua forma di comunicazione. Sapevo però che c’era un treno che dovevo prendere. Mi vestii di corsa, piegai il foglio con gli appunti e me lo misi nella tasca posteriore del jeans. Uscii sbattendo la porta alle mie spalle, la stazione era a meno di due chilometri da casa, non avevo bisogno della macchina.

Mi misi a correre. Se Dio ordina non bisogna perdere tempo.

In stazione c’era un solo treno pronto a partire. Arrivava a Nord, saliva per oltre quattrocento chilometri. Era il mio treno. Presi il foglio di carta con gli appunti, rilessi quanto avevo scritto e andai a fare il biglietto.

Il treno era per metà vuoto, in altri periodi sarebbe stato pieno di studenti, ma d’estate con le scuole chiuse si viaggiava più comodi.

Quando il treno partì mi sentii d’un tratto più leggero, sorrisi alla ragazza seduta di fronte a me. Lei ricambiò il sorriso e si mise a piangere. Strano, pensai, chissà cosa le prende.

Incominciò ad urlare, sempre più agitata, mi abbracciò. Cercai di scansarla, ero terrorizzato. Accorsero altri passeggerei attirati dallo spettacolo, la ragazza era ormai preda di un attacco isterico. Poi d’un tratto si calmò e iniziò a pregare inginocchiandosi; Dio ho fatto come mi hai detto, bonfochiava, sono sul treno e sono nella tua grazia, dimmi adesso cosa devo fare.

Un vecchio alle mie spalle urlò che Dio non poteva aver parlato a quella ragazza, perché Dio aveva chiesto a lui di salire sul treno.

Nel giro di pochi minuti ci rendemmo conto che tutti, ma proprio tutti su quel treno, erano stati chiamati da Dio.

Ci rimasi un po’ male.

Da allora sono passati sei mesi. Le notizie che ci arrivano sono parziali ed imprecise. L’esercito ha smesso quasi subito di rifornirci di cibo ed acqua. Dicono che fosse impossibile assistere tutti i treni occupati dai Chiamati. Pare che adesso anche le autostrade siano piene di gente come noi chiamata ad adempiere alla Missione.

La televisione non trasmette più, si dice che quasi tutti i tecnici televisi del paese si siano imbarcati su delle navi da crociera dirette in Egitto. I treni sono fermi perché non c’è più corrente, il vecchio che incontrai il primo giorno è morto ieri. Sembra sia stato un infarto.

Solo le radio continuano a funzionare, nessuno ha ancora capito perché. Ieri hanno detto che la Cina sta mandando degli aiuti, ma non sanno ancora quando potranno essere qui.

Ma cosa importa in fondo.

Siamo sempre di più.  Dio ci ha scelti e chi siamo noi per rifiutare la sua Chiamata.

Sappiamo che ci ha voluto qui, sappiamo che ci parla e ci dice di continuare a cercare. Sappiamo che siamo nel giusto e che stiamo costruendo un mondo migliore.

Dio è con noi.