Primo giorno di scuola

C’era questa ragazzina, non avrà avuto nemmeno sedici anni, ha iniziato a correre lungo il marciapiede. Io ero in macchina fermo al semaforo e lei era di fronte a me che correva. Era uno scatto da centometrista, uno di quegli sforzi atletici in cui uno impegna tutte le proprie energie per raggiungere uno scopo ben preciso.

Fissava di fronte a sé il suo obiettivo e correva a lunghe falcate.

“Forse non vuole perdere l’autobus” ho pensato.

Sfruttando il rosso del semaforo in un paio di lunghi passi la ragazzina ha attraversato la strada. Ginocchi alti e testa china ha continuato a correre.
“Speriamo riesca a prendere l’autobus, poverina”

Dopodiché ha fatto due passi un po’ più corti, ha rallentato ed è saltata al collo di un ragazzino magro magro. Loro e i loro due zainetti si sono abbracciati per un’infinità.

Quando è scattato il verde io sono andato via e loro stavano ancora lì ad abbracciarsi.

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La distanza dalla scuola

La distanza tra la scuola media Vitelli e la casa dei miei genitori era esattamente di due chilometri.

A volte c’erano belle mattine di primavera in cui gli anziani della scuola decidevano che non si doveva entrare. Di solito c’era la scusa di uno sciopero, di una guerra o di una protesta contro la militarizzazione dell’occidente. Agli studenti più vecchi della Vitelli, e parliamo di ragazzi delle medie che a forza di ripetere gli anni erano vicini alla maggiore età, poco importava il motivo della protesta, era una bella giornata e il sole splendeva, tanto bastava per decidere che nessun altro studente dovesse entrare in classe.

Nella classe che frequentavo alla Vitelli avevo trovato un paio di spiriti affini, due o tre povere anime che come me cercavano di attraversare indenni quegli anni difficili. Penso che non sia necessario specificare che io e i miei amici eravamo tra quelli più difficili da convincere a non marinare la scuola. Eravamo tutti accomunati da un vile senso del dovere nei confronti dei nostri genitori, ci eravamo dati la missione di essere i più bravi e i più diligenti e non ci interessava che fuori ci fosse il sole o la nebbia, la neve o la pioggia, noi si doveva andare a scuola per imparare ad essere bravi bambini. A pensarci oggi mi sembra tutto una gran perdita di tempo, non riesco a ricordare una singola cosa che imparai in quelle classi e che oggi mi ha reso l’uomo che sono. Tutto ciò che ho studiato allora devo averlo dimenticato e riscoperto altrove, tutti quei giorni in classe sono spariti nella mia memoria. Le giornate di sole invece mi sono rimaste.

Strano pensare che oggi mi tocca ringraziare quei bulletti che a scuola si piazzavano vicino l’ingresso e ci spaventavano a morte. Grazie a loro io e i miei amici eravamo costretti a non entrare a scuola, ad aspettare che la campanella suonasse inutilmente e che il portone si chiudesse dopo un po’. Quando questo succedeva, quasi sempre si decideva di andare a casa mia. Perciò, zaino in spalla e uno di fianco all’altro io, D’Onofrio e Molinaro ci incamminavamo (alle medie non ci si chiamava per nome, i professori usavano i nostri cognomi e anche noi ci adeguavamo).

Per arrivare a casa dalla Vitelli si doveva scendere per Corso Dante e poi per Via Torre delle Catene, all’incrocio di queste strade c’era il monumento al Bue Apis e la pompa di benzina di Ettore. Il monumento al bue è ancora là dopo tre decenni, Ettore invece morì qualche anno dopo. Era una persona per bene, bassa, scura e rugosa. Mamma e papà facevano sempre benzina da Ettore e io adoravo andare da lui. Il profumo della benzina era bellissimo. Seduto in macchina dei miei, mentre Ettore riempiva il serbatoio aspiravo a pieni polmoni l’odore di super a cento ottani. Era un profumo che mi riempiva il cuore e mi emozionava. Non so per quale motivo, ma ce n’era solo un altro che mi creava le stesse emozioni di piacere ed era il profumo che si sentiva quando salivamo nell’ascensore del palazzo dei miei nonni dopo che qualcuno ci aveva fumato dentro. Il profumo di tabacco fumato e gli sfiati della benzina sono gli odori della mia infanzia, non suona molto bene, ma è così, non posso farci nulla. Un giorno Ettore morì, scomparve lui, la sua voce roca e l’impermeabile di plastica che usava nei giorni di pioggia. Il distributore fu preso in gestione dal figlio di Ettore e la prima volta che mamma fece benzina dopo la morte del vecchio gestore, fermò la macchina, scese di corsa e andò ad abbracciare il ragazzo che le voleva solo fare il pieno. Si misero entrambi a piangere. Continua a leggere