Hallelujah di Leonard Cohen è come un quadro di Cézanne

Ho già raccontato le storie dei primi tre episodi di Revisionist History, il podcast di Malcolm Gladwell. Gli episodi dal quattro al sei sono un po’ complessi e forse troppo legati alla cultura e alla politica americana, perciò ho deciso di saltare direttamente al settimo e di raccontarvi la nascita di Hallelujah di Leonard Cohen.

La storia di questo episodio serve a Gladwell per spiegare un ipotesi interessante sul tema della genialità e dello spirito creativo.

L’economista David W. Galenson nel suo libro Old Masters and Young Geniuses – The Two Life Cycles of Artistic Creativity ipotizza l’esistenza di due tipi diversi di geni creativi.

Da una parte ci sono le persone che iniziano a produrre opere artistiche fin da molto giovani, sono quelli che hanno un’idea in mente e con precisione e sicurezza la mettono subito in atto. Sono gli artisti che articolano un’idea, pianificano e agiscono con efficacia. Galenson li definisce gli “innovatori concettuali”. Picasso ad esempio era un innovatore concettuale.

Pablo Picasso è stato uno degli artisti più influenti di tutto il secolo scorso. A vent’anni Picasso aveva ben chiaro in mente una sua idea di arte e di espressività. Mise in atto subito queste sue idee, era sicuro di quello che voleva e non aveva dubbi.  Continua a leggere

Tirare a canestro come una nonnina

Penso che ormai si sia capito che passo molto tempo da solo in macchina e che quando guido mi piace ascoltare qualche buon podcast.

Il podcast che sto ascoltando in questi giorni si chiama Revisionist History ed è prodotto e condotto da Malcolm Gladwell, un giornalista, saggista e sociologo diventato famoso grazie al suo libro The Tipping Point (in Italia tradotto come Il punto critico).

La terza puntata del podcast di Gladwell è dedicato a raccontare la storia di due giocatori della NBA e di come questi tiravano la palla a canestro.

I due giocatori si chiamano Wilt Chamberlain e Rick Barry e sono stati entrambi giocatori NBA tra gli anni ’60 e ’70.

Chamberlain è considerato tra i più grandi giocatori della storia del basket americano. Ha collezionato una serie di record incredibili come ad esempio il maggior numero di punti segnati in una singola partita: 100. Wilt Chamberlain era un gigante di 2 metri e 16. Spesso i giocatori così alti hanno seri problemi di coordinazione, ma Chamberlain era elegante ed aggraziato. Aveva dalla sua anche una percentuale incredibilmente alta di realizzazione di tiri liberi. Roba da non crederci, un gigante aggraziato e in grado di segnare da qualsiasi posizione.

Wilt però non era sempre stato così, il suo tiro non era mai stato tanto eccezionale fino a quando non aveva incontrato Rick Barry.

Barry non era un campione superdotato come Wilt, ma aveva dalla sua un carattere fortissimo e un animo da perfezionista. Barry insegnò a Wilt un modo diverso di tirare a canestro. Barry non sbagliava quasi mai un tiro a canestro perché  non tirava come tutti gli altri, lui usava una tecnica diversa: prendeva il pallone a due mani, allargava le gambe e lanciava il pallone dal basso verso l’alto. Rick Barry lanciava usando il Underhand Throw. E grazie proprio a questa tecnica che Wilt Chamberlain nel marzo del 1962 raggiunge i 100 punti in una singola partita, segnando 28 tiri liberi su 32.

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Mani in basso

Il tiro dal basso é molto più preciso del tiro a mani alzate, l’atleta riesce a controllare meglio la traiettoria e ne viene fuori un tiro morbido e preciso che va a segno molto più facilmente. Chiunque abbia frequentato i campi da basket sa invece quanto sia complicato imparare a controllare la palla con le mani alzate, nel tipico gesto che i coach insegnano a tutti i giovani cestisti.

Però dopo aver raggiunto la vetta sportiva Wilt smise di usare il Underhand Throw e le sue statistiche si abbassarono, restò un campione, ma non raggiunse mai più le performance di quella sera del 2 marzo ’63.

Ma perché Wilt Chamberlain smise di usare la tecnica che gli aveva permesso di realizzare i suoi record?

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Saigon 1965

La seconda puntata di Revisionist History di Malcolm Gladwell si intitola Saigon 1965 e racconta la storia di tre persone che negli anni ‘60 hanno lavorato per un centro di ricerche americano chiamato RAND.

Quando gli americani iniziarono ad essere coinvolti nella guerra del Vietnam si resero conto di non sapere nulla dei Vittuone e per questo il segretario di stato McNamara decise di investire un milione di dollari in un progetto del RAND chiamato STUDIES OF MOTIVATION AND MORALE.

Il RAND voleva studiare i Vietcong, capirne le motivazioni e capire l’effetto che la guerra stava avendo sul morale dei guerriglieri del Vietnam del Nord. L’approccio alla guerra degli americani era semplice: bombardiamoli fin quando non avranno il morale a terra.

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Leon Gouré

Entra allora in gioco il primo protagonista della storia: Leon Gouré, l’uomo a cui il RAND affida la responsabilità del progetto. Gouré era nato in Russia nel 1922, i suoi genitori erano menscevichi, una sorta di rivoluzionari moderati che si opponevano ai bolscevichi. Nel 1923 la famiglia di Gouré andò in esilio a Berlino, da lì scapparono dalle persecuzioni naziste e si rifugiarono a Parigi, nel 1940 scapparono anche da Parigi, presero un treno per il Portogallo e da lì volarono in America. Nel 1943 Leon Gouré entrò nell’esercito americano e tornò in Europa per combattere i Nazisti.

Gouré era un patriota americano, un uomo che vedeva negli USA l’unico posto che aveva dato rifugio e speranza alla propria famiglia. Nel 1964 inizia a lavorare in Vietnam per il RAND e come prima cosa assume Mai Elliot, una vietnamita originaria del Nord. Mai Elliot sarà responsabile della fase della raccolta delle informazioni sul campo. Insieme a Gouré si occupa di reclutare gli intervistatori che devono raccogliere informazioni dai prigionieri e dai disertori vietcong. Mai Elliot odia profondamente i Vietcong. Suo padre, quando il Vietnam era ancora una colonia francese, era sindaco di una città del Nord e perciò la famiglia di Mai Elliot era ricca e potente, vivevano in un palazzo e suo padre era come un piccolo monarca. Mai Elliot perde tutto quando i comunisti occupano il Nord.
In quegli anni le operazioni in Vietnam del RAND vanno a gonfie vele. Vengono prodotte decine di migliaia di pagine di interviste. Elliot intervista e Gouré analizza. In uno dei report più importanti prodotti in quegli anni, Gouré racconta che dal 1964 al 1965 la percentuale di Vietcong che è sicura di vincere la guerra scende dal 60% al 20%. I documenti prodotti dal team di Leon Gouré arrivano a Washington e si dice che il presidente Lyndon Johnson giri sempre con un rapporto di Gourè nella tasca. Gli americani sono convinti che i Vietcong sono vicini al collasso.

Ma le cose sembrano troppo belle per essere vere, i capi del RAND decidono di assumere un altro esperto per vagliare i rapporti che arrivano dal Vietnam.

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Konrad Kellen

Entra in scena il terzo personaggio della storia: Konrad Kellen.

Kellen è nato a Berlino e appartiene ad una ricca e potente famiglia ebrea. La sua vita sembra un romanzo picaresco. Parente alla lontana di Albert Einstein, negli anni ‘30 fugge da Monaco e vola in America per evitare le persecuzioni naziste, negli anni ‘40 è il segretario personale di Thomas Mann, dopo la guerra si trova a Parigi e in un caffè degli Champs Elysee viene avvicinato dalla figlia di Chagall che gli chiede di aiutarla a portare i quadri del padre in salvo in America. E questi sono solo i suoi primi anni di vita.

Kellen viene assunto dal RAND e gli viene chiesto di rivedere tutti i dati raccolti da Gouré in Vietnam.

Kellen capisce subito che il risultato delle analisi sono falsati, i Vietcong non hanno nessuna intenzione di arrendersi, sono ben motivati e così come hanno scacciato i francesi non si fermeranno fin quando non sconfiggeranno anche gli americani.

Quello che presto viene fuori è che Leon Gouré e Mai Elliot si sono fatti influenzare dalla propria vita personale nella stesura dei report. Leon Gouré era un rifugiato che amava l’America e non poteva sopportare l’idea che i comunisti potessero vincere anche la guerra del Vietnam.

Mai Elliot aveva già una volta perso tutto a causa dei Vietcong, non voleva ammettere con se stessa di poter perdere anche quel poco che si era costruita a Saigon.Quando divenne chiaro che la guerra non sarebbe finita presto, Gouré venne licenziato dal RAND e Mai Elliot si trasferì in California.

Kellen continuò a produrre report in cui spiegava perché l’America non avrebbe mai potuto vincere la guerra del Vietnam, ma chiaramente nessuno gli diede mai retta.

Tra le altre storie tratte da Revisionist History ci sono:
La storia del giocatore di basket che lanciava come una nonnina e che fece 100 punti in una partita,
La storia della pittrice inglese che sparì
,
La storia di una canzone di Leonard Cohen che è come un quadro di Cèzanne.

(link al podcast http://revisionisthistory.com/episo…)

(per approfondire la storia di Kellen http://www.webcitation.org/6I1RnuJs…)

La ragazza scomparsa

Stamattina in macchina ho ascoltata la prima puntata di Revisionist History, il primo podcast di Malcolm Gladwell. Si raccontava la storia di Roll Call, uno dei più famosi e celebrati quadri inglese del diciannovesimo secolo. Il quadro divenne tanto famoso che venne portato in tour per la Gran Bretagna, con migliaia di persone che passavano ore in fila per poterlo vedere.

Ma la storia di Roll Call è anche una storia di misoginia e di cultura patriarcale perché a dipingere il quadro fu una donna, Elizabeth Thompson. Nel 1879 Eizabeth Thompson venne quasi eletta a membro della Royal Academy, ma perse per solo due voti. Sarebbe stata la prima donna, per giunta ventenne, ad essere ammessa all’academy. Tutti pensarono che da lì a qualche anno sarebbe successo, in fondo aveva perso solo per due voti ed era ancora così giovane.

 Ma non venne mai eletta. Dopo qualche anno si sposò con un militare e scomparve dalla scena artistica. Nelle centinaia di pagine della autobiografia di suo marito, il nome di Elzabeth Thompson non viene mai citato.

Malcolm Gladwell racconta nel podcast che dopo aver visto Roll Call a St. James’s Palace (oggi si trova là perché il quadro venne acquistato dalla Regina Vittoria) gli venne subito in mente la storia di Julia Gillard, la prima donna ad essere eletta Primo Ministro dell’Australia. Due storie simili, due storie di patriarcato e misoginia.

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Julia Gillard

C’è un discorso che Gillard fece al parlamento australiano e che è diventato molto famoso, è un discorso in cui l’allora Primo Ministro australiano deve difendere un membro del suo governo dall’accusa di aver scritto dei messaggi sessisti. Gillard viene intervistata nel podcast e racconta di essere stata soggetta ad attacchi sessisti durante tutto il suo mandato, l’hanno chiamata “witch” e “bitch”, l’opposizione ha messo in dubbio il fatto che una donna potesse essere adatta a ricoprire quel ruolo e adesso, quella stessa opposizione, accusa lei e il suo governo di essere “sessista”. Decide allora di attaccare, di combattere e inizia a parlare.

Il mio eroe di oggi si chiama Julia Gillard.