7 belle canzoni per Nunzio

Ho questo amico che ho conosciuto qualche anno fa. Abbiamo imparato a conoscerci prima online, e poi di persona.

Lui si chiama Nunzio ed è un filosofo con la passione per la politica. Ultimamente proprio la politica ci ha aiutato a passare più tempo assieme. Durante una di questi incontri nella vita reale, abbiamo parlato un po’ dei suoi gusti musicali. Gusti che possono essere sintetizzati in “canzoni pop italiani uscite tra il 1985 e il 1996”. La cosa mi ha colpito perché Nunzio ha una testa tanta, ma la musica per lui è solo quella.

Qualche settimana fa, questo mio amico ha fatto una bella cosa su Facebook. Dopo che all’esame di Stato era uscito un tema su Caproni, ha deciso di scrivere un post al giorno per una settimana per raccontare un poeta italiano del Novecento.

Tutti i suoi post li ha poi raccolti in un piccolo libricino che si scarica da qui.

Allora ho deciso di ricambiare il favore a Nunzio e di aiutarlo a conoscere 7 canzoni belle. Però io non ho la sua costanza e sono certo che non riuscirei a mantenere l’impegno quotidiano, perciò metto tutte e sette le canzoni qua, tutte insieme.

Per scegliere le canzoni sono partito dalla passione per la poesia di Nunzio. Ho selezionato canzoni con un testo bello, spero poetico.

Time – Tom Waits

Ero ragazzo quando in casa arrivò il primo disco di Tom Waits. Mio fratello aveva ricevuto come regalo un buono d’acquisto di Top Dischi (il negozio di dischi della città). Se ne tornò con questo CD dalla copertina triste e brutta. Lui disse che gli avevano detto che “questo Tom Waits è bravo”. Avevamo messo il CD nello stereo di casa e Tom Waits aveva iniziato a cantare con questa voce brutta e rauca. “Francesco”, dissi a mio fratello, “ma che schifezza hai comprato?”. Poi il disco restò là, tra i tanti. Qualche volta lo mettevamo nello stereo e piano piano, un pezzo alla volta, quella musica ci entrò nella testa e alla fine capimmo. E da quel disco in poi Tom Waits è sempre nel mio cuore. (Grazie, Francesco!)

Tom Waits è un raccontastorie e riesce ad usare diversi registri, dal comico al romantico. Ci sono mille personaggi nelle sue canzoni. C’è molta malinconia e sarcasmo.

Avrei potuto suggerire a Nunzio di ascoltare Martha, ma ne avevo già scritto uno sproloquio sul blog. Perciò gli consiglio di ascoltare “Time” tratto dall’album “Rain dogs”.

Ne traduco un pezzettino…

E fanno tutti finta di essere orfani
e la loro memoria è come un treno
che vedi rimpicciolirsi mentre si allontana
e le cose che non riesci a ricordare
ti dicono cosa non puoi dimenticare
che la storia mette un santo in ogni sogno.

Bene, disse che sarebbe rimasta in giro
fin quando le avrebbero tolto le bende
ma questi cocchi di mamma non sanno mai quando smettere
e Mathilda chiede ai marinai
– Ma questi sono sogni o sono preghiere? –
Perciò chiudi gli occhi, figlio mio, e non ti farai male

+++

And they all pretend they’re orphans
and their memory’s like a train
you can see it getting smaller as it pulls away
and the things you can’t remember
tell the things you can’t forget
that history puts a saint in every dream
Well she said she’d stick around
until the bandages came off
but these mama’s boys just don’t know when to quit
and Mathilda asks the sailors
– Are those dreams or are those prayers? –
So close your eyes, son, and this won’t hurt a bit

L’amore è carte da decifrare – Ivano Fossati

Ivano Fossati l’ho scoperto grazie a Carmen. Eravamo all’università e lei mi parlò di questa canzone così romantica e struggente che si intitolava “Carte da decifrare”. Comprai “Dal vivo volume 2 – Carte da decifrare” da una bancarella del mercato di Pignasecca a Napoli. Da allora Fossati è stato uno dei miei cantanti preferiti. Qualche tempo dopo, Carmen mi raccontò la storia delle “lettere portoghesi” (grazie, Carmen, per tutte le cose che mi hai fatto scoprire). Le “lettere” sono un romanzo epistolare del XVII Secolo, che raccontano l’appassionata storia d’amore tra una monaca portoghese e un ufficiale francese. Per anni Carmen aveva cercato un testo che pubblicasse queste lettere di cui tanto aveva sentito parlare. Proprio in un disco di Fossati dal titolo di “Macramè” trovammo alcuni brani delle lettere. Qualche anno dopo trovai finalmente i testi completi delle “lettere” in un’edizione con i disegni di Milo Manara.

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“Carte da decifrare” mi è sempre sembrata una canzone con due anime, una canzone romantica, ma anche religiosa. C’è misticismo e spiritualità, una specie di preghiera ispirata a “S’i fossi foco” di Cecco Angiolieri.

L’amore è tutto carte da decifrare
e lunghe notti e giorni per imparare
io se avessi una penna ti scriverei
se avessi più fantasia ti disegnerei
su fogli di cristallo da frantumare

E guai se avessi un coltello per tagliare
ma se avessi più giudizio non lo negherei
che se avessi casa ti riceverei
che se facesse pioggia ti riparerei
che se facesse ombra ti ci nasconderei

Se fossi un vero viaggiatore t’avrei già incontrata
e ad ogni nuovo incrocio mille volte salutata
se fossi un guardiano ti guarderei
se fossi un cacciatore non ti caccerei
se fossi un sacerdote come un’orazione
con la lingua tra i denti ti pronuncerei
se fossi un sacerdote come un salmo segreto
con le mani sulla bocca ti canterei

Se avessi braccia migliori ti costringerei
se avessi labbra migliori ti abbatterei
se avessi buona la bocca ti parlerei
se avessi buone le parole ti fermerei
ad un angolo di strada io ti fermerei
ad una croce qualunque ti inchioderei

E invece come un ladro come un assassino
vengo di giorno ad accostare il tuo cammino
per rubarti il passo, il passo e la figura
e amarli di notte quando il sonno dura
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all’alba di altro amore
e amarti per ore, ore, ore
e ucciderti all’alba di altro amore

Perché l’amore è carte da decifrare
e lunghe notti e giorni da calcolare
se l’amore è tutto segni da indovinare

Perdona
se non ho avuto il tempo di imparare
se io non ho avuto il tempo
di imparare.

 

Please Please Please Let Me Get What I Want – The Smiths

Probabilmente la prima volta che ho sentito parlare degli Smiths è stato durante una discussione con Umberto. Io dicevo che la musica degli anni 80 era stata tutto uno schifo e che era stato tutto un periodo di brutta musica disimpegnata. Io citavo i Duran Duran, Jovanotti e altra roba del genere. Lui però mi diceva che non era vero, che la musica bella c’era ed era di altissimo livello, ad esempio c’erano gli Smiths.

(piccola digressione, Douglas Coupland ha scritto un libro bellissimo, tutto strano e asimmetrico che si intitola “Girlfriend in a coma” che è il titolo di una canzone degli Smiths)

“Please Please Please Let Me Get What I Want” è una canzone del 1984 ed era il lato B del singolo “William, It Was Really Nothing”. Nonostante fosse nascosta lì dietro non passò inosservata e divenne presto una delle canzoni simbolo della band inglese. La canzone è anche nella colonna sonora di “Bella in rosa”, uno dei film del cosiddetto “Brat pack”, ma questa è un’altra storia.

Provo a tradurne il testo…

È un buon momento per cambiare
Vedi, tutta la fortuna che ho avuto
avrebbe trasformato un buon uomo
in uno cattivo

Perciò per favore per favore per favore
fammi, fammi, fammi
avere quello che voglio
questa volta

Non ho fatto un sogno da tanto tempo
Vedi, la vita che ho avuto
avrebbe reso cattivo un uomo buono

Perciò per una volta nella vita
fammi avere quello che voglio
Il Signore sa che sarebbe la prima volta
Il Signore sa che sarebbe la prima volta

++++

Good times for a change
See, the luck I’ve had
would make a good man
turn bad

So please please please
let me, let me, let me
get what I want
this time

Haven’t had a dream in a long time
See, the life I’ve had
would make a good man bad

So for once in my life
let me get what I want
Lord knows it would be the first time
Lord knows it would be the first time

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Per combattere l’acne – Le luci della centrale elettrica

Quando la mia prima figlia era piccola, era una grande appassionata dei Teletubbies. Non so se vi sia mai capitato di vedere una puntata dei Teletubbies. Se non vi è mai capitato, vi dico solo che è un’esperienza unica, un’allucinazione di 30 minuti con i colori saturi.  Però lei ne andava pazza, si divertiva un mondo. E io non capivo.

Poi lessi un articolo che spiegava che i Teletubbies erano stati “progettati” da un team di esperti e psicologi. Era uno show pensato per piacere solo ai bambini in età prescolare. Per questo, ad esempio, ad un certo punto di ogni puntata c’è un video che viene sempre ripetuto due volte. Perché ai bambini piccoli piace rivedere le cose. L’articolo si chiudeva dicendo che un bambini in età prescolare è un essere vivente completamente diverso da un adulto, ed è per questo motivo che le cose che piacciono ad un bambino così piccolo non possono piacere anche ad un adulto, perché siamo completamente diversi. Anzi, più non capiamo una puntata dei Teletubbies, più è probabile che quella puntata piaccia ad un bambino.

Questo meccanismo è alla base anche del fatto che ai “vecchi non piace la musica che piace ai giovani”. Perché la musica per i giovani è pensata per persone che sono completamente diverse dai vecchi.

Tutto questo sproloquio per dire che la prima volta che ascoltai una canzone delle “Luci della centrale elettrica” non ci capii nulla. Mi ricordai però dell’articolo sui Teletubbies e mi dissi che forse valeva la pena di approfondire.

“Per combattere l’acne” contiene uno dei miei versi preferiti: “E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare.” Il Sert è il Servizio pubblico per le Tossicodipendenze.

La notte atomica che ci ha rimboccato le palpebre,
Guardare il cielo malconcio di Chernobyl da qui,
Esprimere desideri quando vedi scoppiare navicelle spaziali,
O moduli lunari russi o giapponesi o americani,
Arrampicarsi sulle impalcature per prendere il sole e rivenderlo a qualche spacciatore.
Lavarsi i denti con le antenne della televisione durante la pubblicità.
Ho abbassato le saracinesche dei negozi sui miei occhi,
Con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche.

Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.

A Parigi dici che non volano mosche.
Benedirci in chiese chiuse e in farmacie compiacenti,
Sposarci con i cerotti usati, in passeggiate su spiagge deturpate,
Le piazze sono vuote, le piazze sono mute,
Per combattere l’acne.
Sono tutti in ferie, maratone sulle tue arterie,
Sulle diramazioni autostradali, sui lavori in corso solo per farti venire
E invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare.
Le notti inutili e le madri che parlano con i ventilatori,
Negli inceneritori le schede elettorali,
E i tuoi capelli che sono fili scoperti,
Costruiremo delle molotov coi vostri avanzi.
Faremo dei rave sull’Enterprise,
Farò rifare l’asfalto per quando tornerai.

Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.
Siamo l’esercito del SERT.

E i tuoi capelli, che sono fili scoperti,
Che sono nastro isolante,
Che sono fili scoperti.

Un fachiro al cinema – Paolo Conte

Il cinema è stato un pezzo importante della mi vita. In un cinema ho fumato la mia seconda sigaretta, al cinema andavo ogni sabato con i miei amici quando avevo meno di vent’anni, a cinema sono andato con una ragazza una volta e da allora non ci siamo lasciati più.

Paolo Conte invece l’ho scoperto in macchina con mio padre, durante i viaggi con lui, quando apriva il portacassette e tirava fuori la cassetta di “Parole d’amore scritte a macchina”.

“Una faccia in prestito” è stato il mio primo album di Paolo Conte, il primo che ho comprato su CD.

“Un fachiro al cinema” è una canzone che ho regalato una volta ad una ragazza. Come tutte le canzoni brevi, ha per me un fascino particolare.

Mi sono perso un film
Perchè nel cinema
Tre file avanti, sì, eri tu…

Passasse il sole lontanamente da qui
Sopra le nebbie dell’arte! Io sì,
Come un fachiro mi stiro e rigiro,
E mi storco e contorco.

Ti guardo e non guardo più…
Mi sono perso un film
Proprio in un cinema…
Han dato un altro film per me…
…Hello…

Lettera – Francesco Guccini

Per molti Guccini è quello di “Dio è morto” e delle cover dei Nomadi. Quello della “Locomotiva” cantata col braccio alzato, o quello del vecchio e del bambino, oppure “il fumo che saliva lento”. È la parte della carriera più nota di Guccini, quella che (posso capire) può anche suonare un po’ vecchia e stantìa.

Però questo album è un’altra storia. Nel 1996 Guccini aveva alle spalle già 36 anni di carriera. Aveva attraversato il 68, il 77 e tutti gli anni 80, sempre col pugno alzato. Nel 1996 è ad una svolta, è forse anche un po’ stanco, decide di fare i conti col suo passato.

Quante sono le canzoni di cui possiamo ricordare esattamente il momento in cui le abbiamo scoperte? Cinque, tre, quattro in tutta la vita? Io “Lettera” l’ho ascoltata per la prima volta in macchina a dicembre. C’era la nebbia e tornavo da Pesco Sannita. La canzone iniziò in radio quando imboccai la strada che costeggia il fiume. C’era la nebbia, i lampioni, la strada buia. Rallentai per ascoltare meglio. E mi piacque tantissimo.

Prima di allora, anche per me Guccini era stato solo “dio è morto” e “la locomotiva”.

Qualche anno dopo scoprii che la “lettera” della canzone era indirizzata a Bonvi.

Bonvi è il disegnatore che ha creato Sturmtruppen (tra le tante cose). Lui e Guccini erano amici e avevano fatto anche alcuni fumetti assieme.

Copio da Wikipedia “Bonvi muore a 54 anni in un incidente stradale a Bologna, investito nella notte fra il 9 e il 10 dicembre 1995 mentre si sta recando come ospite alla trasmissione Roxy Bar, per vendere alcune sue tavole il cui ricavato sarebbe andato all’amico Magnus, all’epoca malato di cancro. Bonvi si fermò in un bar per chiedere informazioni su come raggiungere lo studio televisivo. Nell’attraversare la strada all’uscita dal locale fu mortalmente investito”.

Un anno dopo la morte dell’amico, Guccini pubblica un album sulla vita, l’amore e la morte e lo apre con una lettera a Bonvi, in cui lo aggiorna su cosa è successo in quell’anno in cui non c’era stato.

Ed è una lettera bellissima:

In giardino il ciliegio è fiorito
agli scoppi del nuovo sole
il quartiere si è presto riempito
di neve, di pioppi e di parole.
All’una in punto si sente il suono
acciottolante che fanno i piatti
le tv sono un rombo di tuono
per l’indifferenza scostante dei gatti.

Come vedi tutto è normale
in quest’inutile sarabanda
ma nell’intreccio di vita uguale
soffia il libeccio di una domanda.
Punge il rovaio di un dubbio eterno,
un formicaio di cose andate
di chi aspetta sempre l’inverno
per desiderare una nuova estate.

Son tornate a sbocciare le strade
ideali e ricami del mondo
ci girano tronfie la figlia e la madre
nel viso uguali e nel culo tondo.
In testa identiche, senza storia
sfidando tutto senza confini
frantumano un attimo quella boria,
grida di rondini e ragazzini.

Come vedi tutto è consueto
in quest’ingorgo di vite morte
ma mi rattristo, io sono lieto
di questa pista di voglie sorte,
di questa rete troppo smagliata,
di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata
di chi starnazza e non vuol volare.

Appassiscono piano le rose
spuntano a grappi i frutti del melo
le nuvole in alto van silenziose
negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull’erba verde
fantastico piano sul mio passato
ma l’età all’improvviso disperde
quel che credevo e non sono stato.

Come senti tutto va liscio
in questo mondo senza patemi
in questa vita presa di striscio
di svolgimento corretto ai temi
dei miei entusiasmi durati poco
dei tanti chiasmi filosofanti
di storie tragiche nate per gioco
troppo vicine o troppo distanti.

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende
chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende
la rabbia e il gesto, donne e canzoni.
Gli amici persi, i libri mangiati,
la gioia piana degli appetiti,
l’arsura sana degli assetati,
la fede cieca in poveri miti.
Come vedi tutto è usuale
solo che il tempo stringe la borsa
e c’è il sospetto che sia triviale
l’affanno e l’ansimo dopo una corsa.
L’ansia volgare del giorno dopo,
la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo
di questa cosa che chiami… vita.

Bonvi-linguaccia.jpg

Never is a promise – Fiona Apple

Fiona Apple l’ho scoperta grazie ad un programma che faceva su Radio 2 e che si chiamava “Dispenser”. Era bello “Dispenser”, veniva trasmesso la sera dopo “Alle otto della sera”. Era un programma di Matteo B. Bianchi, condotto nelle prime stagioni da Matteo Bordone e poi da Federico Bernocchi. Mi ha fatto scoprire tanta bella roba, gli devo molto.

Fiona Apple è una cantautrice americana. Nella sua carriera ha prodotto solo 4 album in studio. Si dice che abbia un pessimo carattere e perciò non sia facile lavorare con lei.

(per inciso, io adoro le cantautrici americane, magari la prossima volta faccio una lista con solo canzoni di Suzanne Vega, Carole King, Fiona Apple, Eddie Brickel…)

“Never is a promise” è una canzone del 1996 tratta da “Tidal”, il primo disco di Fiona Apple.

“But never is a promise / And you can’t afford to lie” è un verso che, cantato in quel modo, mi è sempre sembrato straziante.

Provo a tradurne un pezzo:

Non vedrai mai
il coraggio che io conosco,
la sua ricchezza di colori
non comparirà mai alla tua vista
Non splenderò mai
così come fai tu
La tua presenza domina
i giudizi su di te
ma mentre la scena si allarga
vedo sotto una luce differente
le forme e le ombre
che ondeggiano nella mia percezione
I miei sentimenti si gonfiano e si allungano
Riesco a vedere da altezze più grandi
Capisco quello di cui sono ancora
troppo orgogliosa da poterne raccontare
a te

Tu dirai che capisci
ma tu non capisci
Tu dirai che mai
rinuncerai a guardare negli occhi
Ma “mai” è una promessa
a tu non ti puoi permettere di mentire

 Qui c’è la playlist di tutte e sette le canzone su Spotify
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