Yassin mi spiega la Brexit

Insieme alle mie quattro coinquiline siamo andati a passare il ponte del 25 Aprile a Londra.

(per i selfie alla manifestazione con i partigiani dobbiamo rimandare all’anno prossimo)

L’ultima volta che siamo stati là era il 2012 e ancora non c’era una delle coinquiline.

Comunque.

Cinque anni sembrano pochi, ma per una città come Londra sono un’eternità. Anche se ci passi pochi giorni non puoi non accorgertene.

Ad esempio una cosa che non c’era nel 2012 era UberContinua a leggere

Quel concerto di De Gregori a Napoli

Quando avevo vent’anni studiavo ingegneria a Napoli. Vivevo in una casa da studenti e mi muovevo in città a bordo della mia Vespa HP, rossa non metallizzata, comprata quando avevo compiuto 14 anni.

Il modello che avevo era il primo HP che aveva fatto la Piaggio. Quel primo modello aveva un errore di progettazione non banale, l’avviamento a pedale era un optional a pagamento che raramente veniva montato. La mia Vespa non aveva il pedale di accensione e il motorino di avviamento si era rotto quasi subito (i  modelli successivi della Vespa HP avrebbero risolto il problema inserendo di serie il pedale di avvio).

Per questo motivo anche quella sera, quando andai a prendere Carmen a casa, le dissi:

“Aspettami qua, arrivo subito”.

Inserii la prima marcia, tirai la frizione e incominciai a spingere con tutta la forza che avevo in corpo. Raggiunta la velocità giusta, aprii la mano per lasciare la frizione e il motore partii. Saltai a volo sul sedile, girai il muso della Vespa e tornai a prendere Carmen.

Erano tempi più ingenui quelli e Napoli era ancora un po’ anarchica, perciò viaggiammo dal centro della città sulla mia Vespa HP 50cc, senza casco mentre lei si stringeva a me. Il sedile era stretto per tutti e due, ma io mi sporgevo un po’ in punta e lei cercava di non scivolare da dietro.

Napoli andrebbe sempre vista così: quando si hanno vent’anni e mentre una persona che ti vuole bene ti stringe il petto e ti respira nelle orecchie.

La Vespa non aveva tutti i pezzi al suo posto, mancava la ruota di scorta, erano saltati via gli sportelli laterali e lo specchietto era spezzato. Che bella che era la mia Vespa 50 HP, rossa non metallizzata.

Quella sera la nostra meta era il Palapartenope a Fuorigrotta. Faceva caldo, ma si stava bene. La Primavera a Napoli è la cosa più bella che vi possa mai capitare nella vita. Forse quella sera scese anche una piccola pioggerella, non ricordo bene, ma nemmeno quella riuscì a rovinare la Primavera. Quando non era Inverno il Palapartenope aveva il tendone aperto e da dentro si vedevano le stelle.

Parcheggiai la Vespa vicino ad un lampione e la legai con la catena. Anche la catena era rossa.

Francesco De Gregori quella sera suonava al Palapartenope e noi stavamo andando al suo concerto.

Di quella sera ricordo vividamente tre episodi.

Il primo ricordo è quando De Gregori finì una canzone e fece un annunciò:

“Adesso voglio invitare a salire sul palco un grande artista. Ecco a voi Ambrogio Sparagna”.

Dalle quinte spuntò fuori un signore dimesso che aveva tra le mani quella che sembrava una piccola fisarmonica. Nessuno nel pubblico aveva idea di chi fosse, ma noi volevamo bene a Ciccio De Gregori e sulla fiducia facemmo tutti un forte applauso. Sparagna iniziò subito a suonare il suo organetto e fu subito tanto amore per la sua musica.

Il secondo ricordo è quello di De Gregori che smette di cantare, posa la chitarra e tutto serio dice: “La prossima canzone la vorrei cantare da solo. Si tratta della “Donna cannone”, so benissimo che vi piace e che la vorreste cantare con me, ma penso che alcune canzoni si meritino un trattamento speciale. Vi prego perciò di restare in silenzio mentre la canto.”

E attaccò. Noi eravamo tutti là a morderci la lingua, a non fiatare, ad ascoltare in religioso silenzio quel santo laico che dal palco ci stava raccontando la preghiera che tutti sapevamo a memoria. Si percepiva l’emozione del momento, le luci si erano abbassate, si sentivano solo De Gregori e il suo pianista.

Poi arrivò alla fine della prima strofa, ci fu un breve assolo di pianoforte, poche note, le conoscete bene. De Gregori era lì con la testa abbassata in attesa di attaccare di nuovo quando dal mezzo della platea, nel silenzio più assoluto si sentii una voce che urlava a squarciagola:

“E CON LE MANI AMORE…”

E la magia si interruppe e io e Carmen ci mettemmo a ridere.

Per sapere qual è il terzo ricordo dovete prima premere play sul video qua sotto.

 

Il terzo ricordo è la band di Francesco De Gregori che inizia a suonare “Generale”. E io sento quel nuovo arrangiamento, ho vent’anni e quella canzone la conosco da sempre, e la sento che parte così, con quel rullo e quel flauto che ti fanno venire in mente le guerre di secessione e i cannoni sulle spianate verdi. E io ho vent’anni e sono a Napoli a Primavera, la mia Vespa rossa parcheggiata fuori e queste cinque lacrime sulla mia pelle.

E allora mi giro verso Carmen e le dico “Che bella. Hai sentito che bella”. E lei mi guarda e mi sorride, mi sorride come faceva allora, con quella complicità e quello sguardo di tenerezza e d’amore. Quello sguardo che solo quando hai vent’anni puoi dare per scontato.

mall

[scritti adolescenziali] dio

(Conservo alcuni vecchi quaderni di quando andavo al Liceo. Su questi quaderni la sera scrivevo racconti e altre robe. Molto di quel materiale è molto più che imbarazzante.)

Loro dicono che sono pazzo.

Loro non sanno.

Dicono che sono isterico e pericoloso.

Non sanno.

Dico loro cosa so.

Non ascoltano, sono pazzo, dicono.

Vivono all’oscuro dell’universo. Vivono senza sapere. Vivono senza vivere.

Non sanno come imparare.

Imparare a vedere, a capire, a conoscere. Imparare, come ho fatto io. Come ho fatto io quando aprii gli occhi.

E vidi.

Vidi nell’ombra dell’universo l’esistenza. Osservai colui che gestiva, nostro padre e nostra madre. Lo fissai a lungo.

E vidi sul suo volto la mia faccia che appariva.

[scritti adolescenziali] noia

(Conservo alcuni vecchi quaderni di quando andavo al Liceo. Su questi quaderni la sera scrivevo racconti e altre robe. Gran parte di quel materiale è molto più che imbarazzante)

A volte il mio cervello cessa di funzionare.

I miei arti allora incominciano a muoversi autonomamente. Toccano, spostano, strofinano.

Non riesco a fermarli.

C’è qualcosa dentro di me che mi sussurra: “Cos’altro puoi fare?”

A volte ho il coraggio di rispondere: “Tutto, fuorché questo!”

Altre volte commento solamente con un laconico “e già”.

Quando rispondo così, la noia ha vinto.

Carl Reiner and Mel Brooks

Podcast estivi – 2016 Edition

Io vivo a Benevento e lavoro ad Arzano. Non esistono mezzi pubblici che collegano le due città perciò da 15 anni, ogni volta che devo andare in ufficio, devo usare la macchina per percorrere i 60 Km che separano casa da lavoro. Qualsiasi percorso scelga (autostrada, statale, interpoderale) ci impiego non meno di 1 ora e 15 minuti all’andata e 1 ora e 15 minuti al ritorno.

Nel corso degli anni mi sono creato delle abitudini ben precise per riempire il silenzio e la solitudine che mi accompagna per circa 2 ore e mezza al giorno, 5 giorni a settimana. Ad esempio, quando fumavo ancora, avevo stabilito dei punti ben precisi lungo il percorso per accendere le 2 sigarette per tratta. Quando invece non ero ancora sottoposto ad una dieta ferrea, avevo passato diversi mesi ad assaggiare i cornetti di ogni bar che si trovava tra Benevento ad Arzano, dopo averli assaggiati tutti (uno diverso ogni giorno) avevo identificato i due migliori bar e ogni giorno mi fermavo da uno dei due per fare colazione.

I primi anni di lavoro, quando stavo ancora perfezionando la mia routine quotidiana, mi portavo in macchina sempre una selezione di CD musicali e cercavo di usare la musica come compagna di viaggio. Ben presto però ho scoperto che la musica non riusciva a tenermi occupato, era solo un tappeto sonoro che mi distraeva e mi faceva vagare con la mente. Quando i pensieri iniziano a muoversi a caso, prima o poi si arriva a ragionare sul proprio stato e sulla propria condizione di vita e mettermi a contemplare la mia vita di pendolare campano rinchiuso in macchina non era esattamente il modo migliore per impegnare il mio tempo.

Perciò ho iniziato a cercare programmi radiofonici senza musica, volevo gente che mi parlasse, volevo ascoltare storie. La tecnologia negli anni mi ha supportato, ho iniziato a scaricare podcast e ad ascoltarli in macchina, prima collegando l’uscita AUX del mio vecchio iPod (Rest In Peace) poi, quando sono passato ad una macchina con impianto audio multimediale, usando il bluetooth del telefono.

Negli anni ho ascoltato centinaia di ore di podcast. Ad esempio ho ricominciato a seguire l’industria dei videogame grazie alle trasmissioni di Rincast e di Oucast, ho studiato il Medioevo grazie alle lezioni della Professoressa Salvatori di Historycast, ho recuperato alcune delle stagioni più belle di Alle Otto della Sera.

(l’unico programma radio che oggi ascolto ancora in macchina, l’unico che non è stato soppiantato da un podcast, è la migliore trasmissione radio che oggi sia possibile ascoltare in Italia: Stampa e Regime di Massimo Bordin su Radio Radicale)

Questa appena trascorsa è stata un’estate ricca di buoni ascolti, alcuni episodi sono tra le cose migliori che abbia ascoltato negli anni. Quella che segue è una lista che raccoglie alcune delle trasmissioni migliori. Continua a leggere

American Flag

Il compagno Michael Jackson

La mia scuola media è iniziata nel 1986 ed è terminata tre anni dopo, nel 1989.

In quel periodo Reagan e Gorbaciov stavano provando a fare la pace. C’era una brutta aria nel mondo e per noi bambini era un dato di fatto che prima o poi sarebbe scoppiata una guerra e sarebbe esploso tutto. Tra URSS e USA in famiglia noi non si tifava per nessuno. I miei avevano questo background di attivisti del ‘68 e mi avevano insegnato a guardare con sospetto quel rugoso presidente americano che veniva dal cinema. Il puro divertimento e la ricerca del piacere non erano visti di buon occhio a casa e perciò il reaganismo era il nostro acerrimo nemico. Ci si poteva divertire, ma solo con il dovuto rispetto per gli altri e per quella parte del mondo che non era rappresentata dalla bandiera a stelle e strisce.

Nel 1988 gli U2 erano il gruppo musicale che tutti ascoltavano. Ad inizio anno pubblicarono “The Joshua Tree” e tutto il mondo iniziò a cantare “With or without you” e “I still haven’t find what I’m looking for”. Io però ero stato cresciuto nella diffidenza della massa: tutto ciò che piace a troppi, a me non deve piacere. Avevo letto su una rivista che gli anni ‘80 erano il peggior decennio musicale del secolo, di conseguenza tutto quello che aveva successo in quel periodo doveva essere rifiutato con sdegno.

Era impossibile evitare di ascoltare gli U2 in quegli anni, erano dappertutto, su tutte le radio, in televisione, ma io non mi facevo spaventare e combattevo la mia quotidiana battaglia contro il conformismo della band irlandese. Avevo anche scelto un mio personale campione di originalità e libertà di pensiero: ero diventato fan di Michael Jackson.

Era iniziato tutto con il videoclip che Jackson aveva preparato per il lancio promozionale dell’album “Bad”. Il video venne trasmesso in prima serata da Italia Uno, ma io non potei vederlo perché in casa vigeva una severa regola sull’andare a letto alle otto e mezza di sera (perché i bambini hanno bisogno di almeno otto ore di sonno). La storia del video me la raccontarono i compagni di classe il giorno dopo a scuola/ Michael Jackson era un ex criminale, uno che era stato cattivo e aveva pagato il suo debito con la società. Era ritornato a casa, ma i vecchi amici lo prendevano in giro perché era diventato debole e non era più cattivo. A quel punto Michael si arrabbiava e spiegava a tutti che lui era ancora il tipo tosto di un tempo. I cattivi venivano sconfitti e il bene vinceva.

Era un cantante di colore, espressione delle minoranze represse dal capitalismo, cantava temi di riscatto sociale, era famoso, ma nessuno dei miei compagni lo conosceva perché il suo ultimo album era di cinque anni prima: divenne il mio eroe.  Mi feci comprare subito la cassetta di “Bad” e al mio compleanno costrinsi i compagni di classe a regalarmi il vinile di “Thriller”. Trovai un poster di Michael Jackson in una rivista di mia cugina e lo attaccai in camera, dove restò per anni e anni; il mio personale eroe proletario, nemico della società perbenista e difensore delle minoranze, mio gemello spirituale.

Quando arrivò “Rattle and hum” il film che gli U2 avevano girato durante le registrazioni di “The Joshua Tree”, io osservai con un senso di superiorità morale la quasi totalità dei miei amici andare al cinema a vederlo. Continua a leggere

La distanza dalla scuola

La distanza tra la scuola media Vitelli e la casa dei miei genitori era esattamente di due chilometri.

A volte c’erano belle mattine di primavera in cui gli anziani della scuola decidevano che non si doveva entrare. Di solito c’era la scusa di uno sciopero, di una guerra o di una protesta contro la militarizzazione dell’occidente. Agli studenti più vecchi della Vitelli, e parliamo di ragazzi delle medie che a forza di ripetere gli anni erano vicini alla maggiore età, poco importava il motivo della protesta, era una bella giornata e il sole splendeva, tanto bastava per decidere che nessun altro studente dovesse entrare in classe.

Nella classe che frequentavo alla Vitelli avevo trovato un paio di spiriti affini, due o tre povere anime che come me cercavano di attraversare indenni quegli anni difficili. Penso che non sia necessario specificare che io e i miei amici eravamo tra quelli più difficili da convincere a non marinare la scuola. Eravamo tutti accomunati da un vile senso del dovere nei confronti dei nostri genitori, ci eravamo dati la missione di essere i più bravi e i più diligenti e non ci interessava che fuori ci fosse il sole o la nebbia, la neve o la pioggia, noi si doveva andare a scuola per imparare ad essere bravi bambini. A pensarci oggi mi sembra tutto una gran perdita di tempo, non riesco a ricordare una singola cosa che imparai in quelle classi e che oggi mi ha reso l’uomo che sono. Tutto ciò che ho studiato allora devo averlo dimenticato e riscoperto altrove, tutti quei giorni in classe sono spariti nella mia memoria. Le giornate di sole invece mi sono rimaste.

Strano pensare che oggi mi tocca ringraziare quei bulletti che a scuola si piazzavano vicino l’ingresso e ci spaventavano a morte. Grazie a loro io e i miei amici eravamo costretti a non entrare a scuola, ad aspettare che la campanella suonasse inutilmente e che il portone si chiudesse dopo un po’. Quando questo succedeva, quasi sempre si decideva di andare a casa mia. Perciò, zaino in spalla e uno di fianco all’altro io, D’Onofrio e Molinaro ci incamminavamo (alle medie non ci si chiamava per nome, i professori usavano i nostri cognomi e anche noi ci adeguavamo).

Per arrivare a casa dalla Vitelli si doveva scendere per Corso Dante e poi per Via Torre delle Catene, all’incrocio di queste strade c’era il monumento al Bue Apis e la pompa di benzina di Ettore. Il monumento al bue è ancora là dopo tre decenni, Ettore invece morì qualche anno dopo. Era una persona per bene, bassa, scura e rugosa. Mamma e papà facevano sempre benzina da Ettore e io adoravo andare da lui. Il profumo della benzina era bellissimo. Seduto in macchina dei miei, mentre Ettore riempiva il serbatoio aspiravo a pieni polmoni l’odore di super a cento ottani. Era un profumo che mi riempiva il cuore e mi emozionava. Non so per quale motivo, ma ce n’era solo un altro che mi creava le stesse emozioni di piacere ed era il profumo che si sentiva quando salivamo nell’ascensore del palazzo dei miei nonni dopo che qualcuno ci aveva fumato dentro. Il profumo di tabacco fumato e gli sfiati della benzina sono gli odori della mia infanzia, non suona molto bene, ma è così, non posso farci nulla. Un giorno Ettore morì, scomparve lui, la sua voce roca e l’impermeabile di plastica che usava nei giorni di pioggia. Il distributore fu preso in gestione dal figlio di Ettore e la prima volta che mamma fece benzina dopo la morte del vecchio gestore, fermò la macchina, scese di corsa e andò ad abbracciare il ragazzo che le voleva solo fare il pieno. Si misero entrambi a piangere. Continua a leggere