La voglia che avevamo

Io e mio nonno Pietro avevamo la stessa voglia sul palmo della mano. La cosa buffa è che me ne accorsi solo la mattina in cui lui morì. È una piccola macchia marroncina al centro del palmo sinistro, sotto la nocca del medio. Un tempo mi dicevano che era una voglia di caffellatte (non so se oggi ci sia ancora tutto quel culto che c’era allora per la catalogazione delle forme e dei colori delle voglie dei bambini).

Io voglio bene alla mia voglia perché è piccola ed apprezzo la sua simmetria, apprezzo anche che abbia scelto di venire fuori proprio lì, nel centro esatto del palmo. E poi fa tanto romanzo di appendice il fatto che io abbia un marchio che mi distingue dagli altri; figlio del re, rapito da bambino e cresciuto dai pirati, riscopre le sue origini grazie all’incontro con la vecchia tata che racconta di quella voglia a forma di stella che il bambino aveva sul fianco sinistro, agnizione, sconfitta del malvagio barone usurpatore, abbracci commossi, fine.

Quando presi la mano del corpo morto di mio nonno e la portai alle labbra per baciarla mi accorsi che anche là c’era la stessa macchia caffellatte. Ricordo che mi sentii davvero male a fare quella scoperta. Altro che principesse, re e cavalieri, ero davvero una merda. Possibile che in tanti anni non avessi mai notato una cosa del genere? Ma che brutta persona che ero se solo dopo la sua morte gli avevo guardato le mani?

Eppure le mani di nonno Pietro avevano plasmato la mia vita perché lui con le mani sapeva costruire case, scale, palazzi, e famiglie. Lui era stato muratore da ragazzo, poi emigrante in Albania e Venezuela, e infine era diventato imprenditore e costruttore. Quando era ritornato in Italia aveva partecipato alla ricostruzione della sua città rasa al suolo dai bombardieri alleati e aveva tirato su un bel po’ di palazzi. All’ultimo piano di uno di questi palazzi lui, mia nonna, mia madre e mia zia si trasferirono e quella divenne la loro casa.

Nonno Pietro insegnò a tutti i suoi nipoti ad impastare il cemento. Ci spiegò l’utilità del filo a piombo e come riparare le crepe in un muro di tufo. Ho passato le estati della mia infanzia a seguire i suoi insegnamenti, a portargli l’acqua nella caldarella, a pulirgli la cazzuola sotto la fontana dell’acqua. Le sue mani erano grosse, bianche e precise. Come mi sia sfuggita quella macchia proprio non lo so. Tra i tanti rimpianti che mi porto dietro c’è quello di non averglielo mai fatto notare, di non avergli mai detto: “Guarda nonno, c’è un legame profondo tra me e te. Un po’ di quel tuo splendido gene di costruttore è arrivato fino a me passando attraverso tua figlia e adesso anche io ho questa macchia sulla mano”.

Nonno era stato per anni il fulcro attorno cui aveva girato tutta la nostra famiglia. O meglio, quel pezzo di famiglia a cui nonno ancora rivolgeva la parola.

Aveva avuto due sorelle e due fratelli. Il fratello a cui voleva più bene, Salvatore, era morto prima che io nascessi, con gli altri invece non si parlava più a causa di vecchie storie d’affari. Perché in famiglia noi si faceva così, coltivavamo il rancore, non ci si perdonava nulla e quando proprio non ce la facevamo più, ci si toglieva il saluto per sempre. E quando dico “per sempre” non sto esagerando. Ricordo ancora quando andammo al funerale di una delle sorelle di nonno e nemmeno di fronte alla morte i fratelli vollero cedere ad un cenno d’affetto.

Nel coltivare il rancore però nonno non si limitava alla famiglia. Si era costruito negli anni tutta una lista di persone che gli avevano fatto qualche sgarro. Aveva però un rituale tutto suo per vendicarsi di quelle persone, era una cosa che mi faceva impazzire e che me lo faceva adorare ancora di più. Faceva così: quando trovava su un manifesto mortuario il nome di uno di quelli che era sulla sua lista nera si fermava a fissarlo, leggeva per bene il manifesto e poi si metteva a ridere. Era davvero contento che morissero prima di lui, ne era soddisfatto e ce lo spiegava pure, tutto felice lui, “Eccone un altro che è morto. Bene! Prima o poi toccherà a tutti”, era soddisfatto che l’Angelo della Giustizia fosse sceso in terra a punire quello che magari venti anni prima gli aveva rubato i mattoni dal cantiere.

La casa dove sono cresciuto la costruì lui. Non ho alcun ricordo dell’appartamento dove per qualche anno io e i miei genitori vivemmo, perciò l’unica mia vera casa fu quella in Contrada Santa Clementina. Era una villetta a due piani che nonno iniziò a costruire per farne la casa di campagna della famiglia.

In casa abbiamo una vecchia foto in cui ci sono io a due anni che cammino in mezzo al prato su cui poi nonno costruì la casa. Nella foto si vede alle mie spalle un pezzo della valle sotto la collina, qualche albero sui bordi del prato e un po’ di nuvole in cielo. La cosa che mi ha sempre colpito in quella foto è la totale assenza di case e strade, non c’era niente di niente in quegli anni a Contrada Santa Clementina. Come gli sia venuto in mente di costruire lì dove non c’era nulla, nemmeno la strada per arrivare a quel prato, lì dove le fogne arrivarono solo vent’anni dopo, dove l’acqua era solo quella dei pozzi e delle piogge, lì dove non c’era nulla se non un bosco, qualche prato e un albero di noce, come gli sia venuto in mente per me resta un mistero. Forse fu la bella vista che si ammirava sulle montagne della “Dormiente” o più semplicemente, conoscendolo, un ottimo prezzo del terreno edificabile.

Sapete, a volte, quando vengo rapito da un afflato di romanticismo spicciolo penso a quanto la mia vita sia stata legata a due o tre case, tutte unite da legami personali e racchiuse in un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati: la casa che mio nonno costruì in collina e dove ho trascorso i miei primi venti anni di vita; a dieci minuti di macchina da lì l’appartamento in città che ospitava i miei nonni; attraversando la strada il palazzo dove c’era la scuola media a cui mia madre mi iscrisse e che lei scelse proprio perché strategicamente vicina ai nonni; la camera da letto di mio nonno dove io quella mattina lo andai a trovare già morto e che adesso, quando scrivo queste parole, è diventata la camera da letto mia e di mia moglie.

Poi però l’afflato romantico mi passa, torno lucido e penso che sono tutte sciocchezze perché l’unica cosa che conta è quella macchiolina sulla mia mano. Quella macchia che ogni volta che guardo mi fa sentire una merda, proprio come quella mattina di dieci anni fa quando capii che era troppo tardi per ogni rimpianto e che non si poteva più rimediare perché nonno non c’era più.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la seconda puntata.

Prima Puntata

Terza Puntata (la prossima)

 

Quarta Puntata

Quinta Puntata

Mnemosùne – alla Grecia gli voglio bene

Quella sera che passammo sulla spiaggia a giocare con altri bambini che non parlavano italiano. Il sole calava e ogni tanto mamma e papà ci chiamavano perché era arrivata a tavola ora la frittura fresca di quei pesciolini piccoli e saporiti, ora l’insalata di pomodori rossi e croccanti. Il ristorante me lo ricordo come una casa di legno, con il portico che affacciava sulla spiaggia. Ci avevano portati lì due amici greci di altri amici italiani. Questi amici greci avevano una gioielleria sulla Spianata a Corfù e dopo aver passato il pomeriggio a fare acquisti da loro ci avevano invitati a cena. Io mi ricordo l’odore del mare, il colore del cielo che diventa notte, la brecciolina sotto alle barche scure di legno.

Anni dopo ci fu il viaggio per Ios, il pullman che sbarca a Patrasso e l’autista che corre per non perdere il traghetto al Pireo. La forza della gioventù per affrontare un viaggio di quarantotto ore. I ragazzi che dormono sul ponte dei traghetti, stesi su teli non più spessi di due dita, le chitarre e le cartine. Atene che vedo per la prima volta dal finestrino del pullman e poi, una volta che il traghetto parte dal Pireo, mi si distende davanti agli occhi. Immensa, brutta, grigia, vista dal mare sembra un brutto posto e per fortuna che noi andiamo verso le isole.

Lo tzatziki, quella greek salad mangiata con gli amici e l’amore di una vita, la pitta come cena di ferragosto e le attese infinite prima che arrivassero finalmente i gamberoni in quel ristorante che ci piaceva tanto. E sempre un giro di Ouzo alla fine, ma questo ve lo offre la casa.

Il Melteni e la sabbia che si alza spinta dalla potenza di quel vento che è parte del paesaggio, come lo sono il bianco e il blu delle case. La panda che affittammo per girare un’isola che si riusciva ad abbracciare con uno sguardo.

Il ritorno in Italia, più magro di cinque chili, dopo aver navigato per mare dormendo seduto su una sedia di plastica, senza più soldi.

Poi arrivarono gli ulivi di Zante, le colazioni con il miele, la frutta fresca e le mandorle. Il mare affollato di turisti, la fuga alla ricerca delle spiagge più belle, l’uva comprata e mangiata in riva al mare. La retsina, lo yogurt, la gente che balla il sirtaki nei locali. Nel mio ricordo resiste fortissimo il suono delle distese di ulivi, il profumo dell’estate, il mio amore che mi chiede di fermare la macchina perché quello è un albero bellissimo, secolare.

Con Paxos scatta l’amore, la cotta definitiva. Arrivarci fu come al solito complicato. Ricordo il porto vuoto di Patrasso, sempre da lì tocca passare, l’alba che sorge e il traghetto che ci porterà a destinazione. Lacca, Gaios e tutti gli altri paesi sono una gioia da vedere e da vivere. La vecchia Opel Corsa blu elettrico parcheggiata tra gli alberi, io e il mio amore che scendiamo in spiaggia a piedi, lungo strade scavate nella terra secca. Le giornate passate in spiaggia, il giro in barca, solo io e lei, lungo le coste dell’isola. La pace, la gentilezza e la gioia delle persone.

Io in Grecia ho passato alcuni dei momenti più felici della mia vita. Alla Grecia voglio bene. Viva la Grecia!

Lettera a me quattordicenne

Ciao Antonio,

sono te e ti scrivo dal 2014. Oggi abbiamo quasi 40 anni, un lavoro fisso e una bella famiglia. Immagina tuo padre adesso che stai leggendo questa lettera. Bene, nel 2014, che ti piaccia o meno, noi siamo un po’ come lui. Non so bene perché ho deciso di scriverti proprio adesso; è successo tutto ieri, ho letto la notizia di un razzo della NASA che è esploso in aria e mi sono ricordato di quanto ci piaceva pensare allo spazio, alla scienza e all’infinito da raggiungere.

Ti ricordo bene mentre facevi tutti i calcoli per capire se un giorno saremo mai riusciti, io e te, a salire su un razzo spaziale e a volare via. Un giorno hai letto un articolo che parlava del piano della NASA per mandare il primo uomo su Marte e ti sei appuntato questa data, il 2050. Pensavi che se per allora l’uomo sarebbe andato su Marte, allora i viaggi comemrciali, aperti anche ai civili, sarebbero dovuti essere a disposizione di tutti. Ti immaginavi già, nel 2050, a 74 anni, a salire su uno Space Shuttle, un po’ come tu nel 1990 sali su un aereo per andare in Inghilterra d’estate. Non ho mai ben capito perché un ragazzo con quei sogni e quel talento non abbia deciso di intraprendere una carriera nel mondo dell’aereonautica. Perché non hai mai fatto come gli altri bambini? Perché non hai mai detto “voglio fare l’astronauta”? Cosa ti ha frenato?

Prima di scriverti mi sono imposto di non farti troppi spoiler. Adesso però dovrei prima spiegarti cos’è uno spoiler. Diciamo che io vivo in una società in cui è cattiva educazione raccontare a chi non lo sa, come va a finire una storia. Lo so che ti sembra assurdo, tu hai 14 anni, hai un fuoco che ti brucia dentro, vorresti sapere tutto del mondo. Tu e i tuoi amici spendete soldi per comprarvi riviste amatoriali che ti raccontano come finisce Dragonball, vivi in un mondo in cui la prima domanda che si fa all’amico che torna dagli USA è “cosa sta succendendo a Beatiful?”. Tutto questo non c’è più e oggi non è bene raccontare cosa succede dopo.

Perciò cercherò di dirti poco del tuo futuro, ma vorrei comunque raccontarti un po’ di quello che andrà bene e cosa andrà male.

Iniziamo con i viaggi nello spazio. Purtroppo la NASA ha deciso di rallentare il programma spaziale, niente uomo su Marte, mi dispiace. Ma per fortuna ci sono molti investitori privati che stanno cercando di entrare nel mercato dei viaggi spaziali. Pensa che adesso nello spazio ci vanno perfino i cinesi e gli indiani. Forse per il 2050 abbiamo ancora qualche speranza.

Passiamo ad un altro tema che so che ti sta a cuore: libri e fumetti. Qui le cose andranno sempre meglio  Certo, ti dovrai abituare a vivere in un mondo in cui le edicole non sono più quel paese della cuccagna a cui sei abituato, e dovrai rassegnarti a non passare più le ore a girovagare in una libreria, ma in cambio avrai molto altro. Dove vivo io adesso è molto più semplice cercare e comprare libri e fumetti. Ti dico solo che in meno di 24 ore posso avere un corriere che mi porta a casa qualsiasi libro o fumetto che desideri, e non costa praticamente niente.

La tecnologia, come penso immaginerai, farà un balzo in avanti incredibile. Però ti stupirà, prenderà delle strade che non avresti mai immaginato. Nessuno dei tuoi amati romanzi di fantascienza si è avvicinato minimamente a quello che succederà. Sarà un mondo nuovo e inaspettato, ci saranno tante delusioni, ma alla fine sarà un bel percorso. Ti dico solo questo, i videogiochi saranno spettacolari e li troverai ovunque. In tasca in questo momento ho un dispositivo elettronico, più piccolo di un Gameboy, ma con uno schermo 100 volte più bello del televisore che papà ha da poco comprato da te. Su questo dispositivo sto giocando ad un videogame su L’Uomo Ragno che da vedere è molto più bello di qualsiasi film tu abbia mai visto, e questo videogioco è perfino gratis.

I film poi, hanno raggiunto dei livelli di spettacolarità che tu non potrai mai immaginare. Ti ricordi quando al Cinema Comunale vedesti per la prima volta il trailer di “Scontro tra Titani”? Ti ricordi quella sensazione di stupore che ti provocarono quei pochi minuti? Fu un’esperienza tanto potente che io oggi ho dimenticato completamente il film che venne dopo il trailer, ma riesco ancora a vedere la scena in cui la testa della statua di Atena cade per terra e inizia a parlare. Immagina che i film di oggi sono tutti, ma proprio tutti, più spettacolari di “Scontro tra Titani” e in questi film ci saranno tutti i tuoi personaggi preferiti: l’Uomo Ragno, Hulk, Batman, Superman, il Capitano Kirk, Sylvester Stallone, Tom Cruise.

E con questo penso di averti scritto tutto quello che andava detto. Come vedi ci sono tante cose belle che ti aspettano, vedrai cose incredibili e storie mai raccontate. A volte ti sembrerà perfino di ricevere troppe informazioni, di avere troppa scelta, di essere circondato da troppa tecnologia e non ti nascondo che vivrai momenti della tua vita in cui deciderai di prenderti una pausa dal mondo. Ma sai com’è la vita, ci sono alti e bassi.

Sarà un viaggio bellissimo e tu ci sarai.

Ti aspetto,

Antonio

p.s.  Faccio uno strappo alla regola e ti scrivo un piccolo spoiler, perché questa la devi sentire: ci saranno ben due nuove trilogie di Star Wars.

Mia mamma mi voleva morto (DC)

Mia madre era una persona a cui piaceva organizzare bene la propria vita e quella degli altri. Si riteneva molto pragmatica e moderna. Andava fiera delle sue lotte. Figlia di don Pietro, uomo dalle umili origini e dai principi saldamente piantati nel suo adorato fascismo, mamma aveva combattuto contro suo padre per rendersi libera e moderna, emancipata e padrona della propria vita.

Mia madre, nata nei primi anni ’40, liberatasi nel ’68, si sposò negli anni ’70, in chiesa per far contenta la sua devotissima mamma, seppure in tailleur rosso e grigio (perché il suo pragmatismo non le permetteva di accettare di spender soldi per un abito che avrebbe indossato solo per poche ore). Negli ’80, mia mamma, decise infine di darsi un nuovo obiettivo: uccidermi. E per farlo decise di iscrivermi alla scuola media.

Io sono nato un anno dopo il matrimonio dei miei. Mio padre mi disse una volta che fu lei a decidere che fosse giunto il momento di convolare a nozze. Lui rispose che avrebbero avuto bisogno di una casa per potersi sposare. Lei si prese qualche giorno, trovò la casa e loro si sposarono. Questo era mamma.

A cinque anni il dottore di famiglia mi scoprì miope. Pochi decimi all’inizio, ma erano solo i segni d’una forma ben più grave. I primi occhiali che mamma mi comprò avevano le lenti “indistruttibili”, o almeno così le spacciava l’ottico. Erano pezzi di plastica grossi e spessi, resistentissimi agli urti, infrangibili. Avevano solo due grandi difetti. Primo, erano facilmente soggetti a graffi, tanto che bastavano poche settimane per far sì che le lenti ne fossero completamente ricoperte, lasciando i miei occhi dietro una perenne nebbia lanuginosa. Secondo problema, le lenti infrangibili erano spesse, la plastica non permetteva di fare lenti sottili come quelle in vetro, le mie erano almeno tre volte più grosse.

“Mamma, ma non posso avere degli occhiali più sottili?”
“No, amore mio. Se mettiamo quelle in vetro poi ci giochi e le rompi. E sarebbe uno spreco.”

Mamma razionale aveva fatto i suoi conti, valutato le opzioni e infine stabilito la regola.

Una delle cose più fastidiose della miopia grave è che non si ferma mai. Ogni anno la vista degenerava e perdevo qualche decimo. Quando mi iscrissi alla scuola media mi mancavano circa 7 diottrie ad un occhio e 8 all’altro. Adesso cercate di visualizzare l’immagine di me il primo giorno delle medie e fissate i miei occhiali, le lenti sono tutte sporche e graffiate, così spesse che trabordano dalla montatura. Tenete bene in mente quest’immagine perché adesso parliamo dei denti.

A 9 anni mi ruppi i due incisivi superiori. Ero un bambino tranquillo, ma strano. Mi piaceva sperimentare posizioni non ortodosse, mettermi in pose contorte, g iocare allo yoga e fare le lettere col corpo. Uno sera stavo seduto col culo sulla punta della testiera del divano, ero in bilico, in perfetto equilibrio. Ricordo mia madre che mi diceva di scendere e io che le dicevo che era tutto a posto. Poi il divano si ribaltò, caddi con la faccia verso la scrivania del salone e uno degli spigoli m’arrivò in bocca. L’incisivo di destra si ruppe orizzontalmente, come se si fosse accorciato di botto. Quello di sinistra aveva avuto un taglio un po’ più drastico, il pezzo ch’era saltato aveva spezzato il dente quasi da sotto a sopra, rendendolo un mezzo incisivo.

Il giorno dopo il dentista fece un paio di prove e dichiarò che andava devitalizzato. Mamma e il dentista, dopo l’operazione, si intrattennero sul come gestire al meglio il triste evento. Mamma ascoltò i consigli del dottore, valutò i pro e i contro, e infine prese la sua decisione: i denti sarebbero rimasti così fino a quando non sarei diventato più grande, non si dovevano ricostruire, troppo alto sarebbe stato il rischio di rompere le protesi durante un altro incidente. Il dente devitalizzato dopo qualche mese cambio colore, da bianco divenne di un funereo color grigio topo.

(Tra parentesi. Qualche anno fa un dentista che mi aveva in cura mi spiegó che la strana forma dei miei canini, che sono tutt’altro che aguzzi, si deve probabilmente a tutti quegli anni che ho vissuto con gli incisivi ridotti a metà. Questo dentista diceva che senza l’appoggio dei denti più grandi, il mio morso era stato troppo stretto e avevo così limato i quattro canini).

Adesso torniamo a me che sto per affrontare la scuola media. Immaginatemi di spalle che sto per varcare un portone, ho uno zaino anonimo comprato al mercato, gli Invicta sono solo uno status symbol e mamma non approva. Adesso zoomate sul mio tenero sorriso scheggiato e passate a volo radente sui miei capelli scomposti e tagliati male (aveva scelto un barbiere economico ed efficiente).

Inquadratura di fronte, jeans troppo corti, scarpe grosse e robuste, magliettina anonima e giubbino, tutto rigorosamente non di marca. Sono gli anni ‘80, le marche dei vestiti sono quei loghi che aiutano e sostengono l’autostima di ogni pre-adolescente. Le scarpe Timberland, le felpe Best Company, i jeans Levi’s e le cinture El Charro sono tutti doni che il buon Dio ci ha inviato per proteggerci, per aiutare noi sfigati a mimetizzarci con la massa, a sparire come fa un cameleonte che cambia il colore della pelle. Io tutto questo però non lo so ancora, vengo dalla scuola elementare e mamma dice che i miei vestiti sono pratici e funzionali.

Di nuovo di spalle, dolly lento che mi riprende, sale sopra e allarga la visuale, si iniziano a vedere le mura della scuola, forse riuscite perfino a leggerne il nome: Scuola Media Vitelli. La scuola è un edificio di due piani, a giudicare dallo stile anonimo è stata probabilmente costruita tra gli anni ‘60 e ‘70. Quel primo giorno la scuola era ancora tutta diroccata, la facciata era grigia e cadente. A quel tempo non erano ancora arrivati i piani del colore che avevano portato il giallo e il rosso in città, il grigio la faceva ancora da padrone. Due piani di un palazzo che era nato per essere chissà cosa, forse appartamenti, forse uffici, ma poi qualcuno aveva deciso che sarebbe stato perfetto come scuola. Poco importava che le stanze del palazzo fossero poco adatte ad accogliere delle classi, poco importava che per arrivare ai piani superiori gli studenti dovevano salire per le strette rampe di scale inadatte ad accogliere quella fiumana, poco importava a quel qualcuno che aveva deciso

La Vitelli era in Via Fragola, un vicolo che si chiamava Via solo per distinguerlo dall’imbuto che era qualche metro più in là e che, quello sì, avevano deciso di chiamare Vico. Sia il Vico, sia la Via erano nel Triggio, il quartiere vecchio e popolare della città. L’edificio però si trovava in una zona di passaggio tra il vecchio e il nuovo. La scuola era l’anello di congiunzione tra le zone ricostruite durante il boom economico e l’antica città fatta di vasci, case a due piani e botteghe sporche. Da una parte c’erano i sei piani di palazzo Villani, vero e proprio grattacielo per gli standard di Benevento, e dall’altra c’erano le case centenarie costruite attorno al convento di San Filippo. Da una parte c’erano i professionisti, gli studi dentistici e le sale d’attesa dei dottori, e di là c’erano i fumi dei pranzi, i panni stesi in mezzo alla strada, i traffici abusivi. La mia scuola era lì, sul confine, ed era pronta ad accogliere il peggio prodotto da quei due mondi.

“La Vitelli è vicino a casa di nonna. Così se serve qualcosa puoi andare a piedi da lei”.

Negli anni che seguirono, tra le mura di quell’istituto, incontrai criminali, pazzi, ragazze schizofreniche, bulli e perfino qualche punk.

Entro a scuola per la prima volta, ignaro del piano malevolo che in tutti quegli anni mia madre aveva architettato. Aveva pensato a tutto, mi aveva tolto ogni protezione, mi aveva reso debole ed indifeso e mi aveva iscritto ad una delle peggiori scuole di Benevento.

Mia mamma mi voleva morto e io sono vivo per miracolo.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la prima puntata.

Seconda Puntata

Terza Puntata

(questo racconto ha partecipato alla serata Racconti stesi in piazza organizzata dal collettivo Riuscire tentare provare)

(questo racconto è stato pubblicato nella raccolta In co’ del ponte. Presso Benevento edita da Edimedia)

Quando andai ad Osaka – Primi anni zero

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Sono partito domenica mattina da Roma ed il viaggio questa volta è stato abbastanza tranquillo. Compagni di posto gentili, cibo decente e volo tranquillo.

L’unico “aneddoto” degno di essere segnato nei mie diari di viaggio è stato l’incontro/scontro con una coppia di novelli (ma non giovanissimi) sposi durante il check-in.

Ero dietro questi due in fila e pensavo ai fatti miei, quando ad un certo punto ho notato (nell’ordine): set di valigie nuove, telefonate ripetute ed agitate alla di lei famiglia, bacetti a ripetizione, zaino Costa Crociere ed infine fedi lucenti. “Come sono carini, chissa’ dove vanno?”. Ho pensato a me e mia moglie tre anni prima, due innamorati in partenza, gli sguardi traboccanti di felicità (oddio gli occhi di lui non sprizzavano proprio gioia!), le paroline dolci, gli scherzi (oddio questi, non e’ che ridessero tanto).

Insomma sono in file dietro a questi due e continuo ad osservarli. Lei si sta lamentando di non so quale problema con l’agenzia. Lui la rassicura e fa l’uomo di mondo. Appena arriva al banco del check-in chiede con fare pomposo se gli possono spedire direttemante i bagagli alla destinazione finale, perché non vuole riprenderli a Parigi… vorse non è proprio un uomo di mondo.

Comunque mi avvio al gate, faccio i miei acquisti e infine mi metto in fila per salire sull’aero, quando chi ti rivedo davanti a me… gli sposini “felici”. Lui sempre con il suo zainetto Costa e lei infasciata nei sui jeans D&G… come abbia fatto a farci entrare quel mausoleo che ha al posto del sedere resta ancora un mistero per la scienza. Avranno superato tutti e due la trentina da un bel po’ e lui è anche un po’ ridicolo con il suo berrettino da baseball. Insomma mi stanno diventando anche un po’ antipatici sempre lì tra i piedi.

Adesso tocca a loro salire, lui passa tranquillo, ma lei la fermano. “Scusi ma lei come si chiama? Il nome sul passaporto è diverso da quello che c’è scritto sul biglietto, mi dispiace, ma non puo’ passare!” il maritino torna indietro a salvare la sua compagna “Guardi forse avranno messo il nome da sposata sul biglietto, vede io mi chiamo Baldi e sono suo marito”

“Guardi che sul biglietto è scritto che il cognome della signora è Consorte”

“Ma che dice, la signora non si chiama mica Consorte!! Guardi io ho anche un passaporto diplomaico”…incredibile ma vero, il soggettone che non sapeva nemmeno come spedire i bagagli ha un PASSAPORTO DIPLOMATICO, sarà accredidato presso l’ambascita di San Marino!?!

“IO SONO UN DIPLOMATICO NON SONO UN TERRORISTA!” e in tutto questo io ero là dietro ad aspettare di salire sull’aereo.

Dopo un po’ li fanno spostare in attesa che arrivi un superiore della poveretta che li aveva fermati ed io passo via.

Sono lì che aspetto nel bus che ci porterà sull’aereo, quando li vedo di nuovo. Corrono trafelati verso il bus. Lui si affaccia dentro e come se fosse appena arrivato alla stazione dei pullman per Varcaturo chiede: “E’ questo il pullman che va a Parigi!”.. questa volta mi devo trattenere per non mettermi a ridere.

Lei arriva subito dopo ed e’ incazzata nera. “Adesso lo chiami a quello stronzo dell’agenzia” lui si fissa le punte delle scarpe, non sa come fermarla…

“Ma quello stronzo non lo sa che sul biglietto dell’aereo ci va il nome e il cognome. Che cazzo centra che abbiamo prenotato il viaggio come Baldi e CONSORTE!!”

Per fortuna non li rivedrò piu’…

Il viaggio Parigi – Osaka passa abbastanza velocemete. Ho un vicino di posto molto simpatico, ogni volta che gli chiedo di farmi passare per andare in bagno scatta in piedi e mi sorride inchinandosi.

Finalmente sbarco ad Osaka. La prima cosa che mi colpisce è l’ordine, la semplicità e la pulizia. Dopo un po’ mi accorgo anche che tutti i giapponesi che incontro sono come il mio compagno di viaggio: ti sorridono, sono gentile e se possono ti aiutano sempre.
Basta poco e tutto quest’ordine e questa gentilezza ti entrano dentro. Senti che qui nulla è sopra le righe, è tutto ben ponderato e a suo modo delicato.

Questa sensazione mi accompagna anche durante il viaggio dall’aereoporto all’albergo. Attraversiamo la zona portuale ed anche qui tutto è al posto giusto. Dovrebbe essere sporco e caotico, ma chissà come anche qui e’ tutto pulito e ben organizzato,

E’ Domenica mattina quando arrivo ad Osaka. In ogni quartiere che attraversiamo c’è un campo di baseball. E i campi sono pieni di bimbi vestiti con le loro tutine bianche ed i loro berretti colorati.

E’ tutto cosi’ calmo e ordinato…

L’albergo dove c’è la conferenza è immenso, elegante e molto minimalista. La camera e molto spaziosa. Entro nel bagno con un po’ di timore, ormai girando per il mondo sono abituato ad aspettarmi le peggiori sorprese proprio dai bagni ed anche questa volta non sarò smentito.

Il bagno è bello ed è anche questo minimalista, c’è la doccia, la vasca da bagno, va beh manca il bidet, ma non c’è da stupirsene. Il water sembra un po’ strano c’e’ un CAVO che esce dal “tarallo” e c’è una TASTIERA sulla destra.

Il primo tasto serve a riscaldare la seduta. Il secondo serve a far partire un getto d’acqua verso il BACK (c’e’ anche un disegnino). Il terzo serve ad attivare il getto verso il FRONT (anche qui c’è il disegnino). Ora capisco perche’ non c’e’ il bidet!

Il giorno dopo inizia la conferenza. Rivedo le solite facce: Thierry, Joel, Avraham, Patrick, Wanmo…

Il meeting e’ duro. C’è un coreano che proprio non riusciamo a capire. Lui non capisce noi e sbatte i pugni sul tavolo.

Fuori piove e siamo tutti un po’ stanchi per uscire. Avraham invita me e Wanmo a cena. Ci si vede alla sette nella hall.

L’albergo ha una decina di ristoranti diversi, si va dal cinese al giapponese classico, passando per il francese ed il tailandese. Avraham si e’ informato nella hall, tra dettami religiosi e il diabete deve studiarsi molto bene i menù. Abbiamo due possibilita’: cinese o italiano. “Vi prego non portatemi a mangiare cinese!”… si va tutti da “Basilico Restaurant”.

La serata è piacevole, siamo in vena di aneddoti e Avraham e’ un ottimo raccontatore di barzellette. Il cibo non è male, le penne al salmone erano quasi al dente.

Mi chiedono dove sono nato e dove vivo adesso. Sono molto stupiti quando gli dico che vivo ancora nella città dove sono nato, Wanmo è nato e cresciuto ad Honk Kong. Adesso vive a San Francisco, ma la sua famiglia e’ ancora in Cina, dopodomani quando finirà il meeting si prende un paio di settimane di ferie e va a visitare la famiglia ad Honk Kong.

Avraham e nato in Ungheria. E’ sposato da 35 anni, sua moglie è di origine Rumena ed hanno 11 nipoti. Avraham adora fare il nonno. Lui non ha mai conosciuto i suoi nonni, sono tutti morti durante l’Olocausto, il nonno della moglie è stata la prima persona che ha considerato “as a grandfather”. Si commuove anche un po’ quando racconta che quando tornava dal servizio militare in Israele e arrivava a casa della futura moglie, la prima persona che andava a salutare era il “nonno”. Avraham riparte da Osaka martedi’ sera, ha un volo diretto per Chicago, lì ha un’altro meeting.

Forse tornerà in Israele tra 10 giorni.

Io del Giappone ho visto poco, un albergo, un aeroporto e qualche ristorante. Ho cenato con gente di ogni nazione in quei sette giorni, ma mai con un giapponese.

Però porterò sempre dentro di me quei campi da baseball la domenica mattina ad Osaka, i ragazzi con le tute bianche e la pace del porto industriale di Osaka.

punto

Si chiama carota selvatica. Per me era solo un punto con un fiore intorno, poi wikipedia mi ha raccontato che sotto, nel terreno, c’è un tubero selvatico e qualcuno se lo mangia pure.

Io ci ho convissuto tutta l’infanzia. Quando ci nascondevamo nell’erba alta eravamo di solito circondati dai fiori bianchi della carota selvatica. Se avevamo bisogno di un po’ di spazio per far volare l’aquilone, la carota selvatica era lì, pronta ad ostacolarci la corsa e a frustarci le gambe. Non profumava di nulla, non te ne facevi niente, era inutile, era dappertutto.

E adesso, grazie all’Internét, ho scoperto come si chiama e cosa fa nella vita. Un po’ come aver frequentato una persona per 20 anni e solo in vecchiaia scoprire che si chiama Adolfo e che per mestiere fa lo sterminatore di gruppi etnici.

Strano.

Goldrake e i terremoti

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Avevo quattro anni quando il terremoto distrusse l’Irpinia.  Io e la mia famiglia ci eravamo già trasferiti nella casa in campagna. Mio fratello sarebbe nato solo un paio di settimane dopo.

Nel corso degli anni, parlandone con i miei amici, ho scoperto che tutti si ricordano esattamente, dettaglio per dettaglio, dov’erano quella sera. Sembra sia il ricordo più forte che la mia generazione porta con se.

Io stavo disegnando su un tavolo nella stanza che mia madre usava come studio. Insieme a me c’erano i miei cugini mentre gli adulti stavano chiacchierando nel salone.

Mentre coloravo, il foglio sotto le mie mani si mosse. A partire da questo preciso momento io mi ricordo tutto, ogni movimento del mio corpo, ogni frase detta dai miei genitori, rivedo le mie mani sul foglio e il pastello tra le dita.

Sento mio padre che urla e che si avvicina. Giro la testa verso la porta, verso la sua voce che urla. Nel ruotare la testa, mi accorgo che il lampadario sopra di me sta oscillando, le ombre della stanza ballano.

Mio padre arriva. Blocca la sua corsa aggrappandosi ad uno stipite della porta. Adesso tiene tutte e due le mani appoggiate agli stipiti. Ha gambe e braccia allargate ad ics. Non riesce a mantenersi dritto e scivola da un lato all’altro della porta. Sorrido perché è buffo.

“Che cos’è?” gli chiedo.

E lui inizia ad urlare: “il terremoto, il terremoto, il terremoto “.

Si stacca dalla porta e mi salta addosso. Mi prende, mi regge con un braccio solo, mentre con l’altro cerca di mantenersi in piedi. Adesso vedo solo le sue gambe perchè sono a pancia in giù, il suo braccio che mi stringe sull’addome. Sento che anche i miei zii sono corsi in camera per raccogliere i miei cugini.

Mi scorrono davanti agli occhi, prima il pavimento del corridoio, poi quello del porticato di fronte casa, i tre gradini ed infine i lastroni di cemento che ricoprono il piazzale di fronte casa. Mio padre mi posa per terra. Mia madre dice qualcosa, ma non riesco a sentire.

Adesso siamo tutti in piedi di fronte alla casa e la stiamo guardando. Fuori è buio.

Io mi giro verso la collina che sale sulla destra della casa, sto aspettando che arrivino le esplosioni e la frana. Non arriva niente e io sono un po’ deluso. Mi giro verso mio padre, riesco ancora a ricordare la mia testa che si inclina verso l’alto cercando il volto di mio padre che nel frattempo mi tiene la mano, “papino dove sono le pietre? ci sono sempre le pietre che volano quando c’è il terremoto nei cartoni animati”.

“Non ci sono sempre le pietre con i terremoti” mi rispose e mi accarezzò. Mi piace immaginare che stesse sorridendo.

Ecco, a me torna sempre in mente quella sera quando succede un terremoto.