Mnemosùne – alla Grecia gli voglio bene

Quella sera che passammo sulla spiaggia a giocare con altri bambini che non parlavano italiano. Il sole calava e ogni tanto mamma e papà ci chiamavano perché era arrivata a tavola ora la frittura fresca di quei pesciolini piccoli e saporiti, ora l’insalata di pomodori rossi e croccanti. Il ristorante me lo ricordo come una casa di legno, con il portico che affacciava sulla spiaggia. Ci avevano portati lì due amici greci di altri amici italiani. Questi amici greci avevano una gioielleria sulla Spianata a Corfù e dopo aver passato il pomeriggio a fare acquisti da loro ci avevano invitati a cena. Io mi ricordo l’odore del mare, il colore del cielo che diventa notte, la brecciolina sotto alle barche scure di legno.

Anni dopo ci fu il viaggio per Ios, il pullman che sbarca a Patrasso e l’autista che corre per non perdere il traghetto al Pireo. La forza della gioventù per affrontare un viaggio di quarantotto ore. I ragazzi che dormono sul ponte dei traghetti, stesi su teli non più spessi di due dita, le chitarre e le cartine. Atene che vedo per la prima volta dal finestrino del pullman e poi, una volta che il traghetto parte dal Pireo, mi si distende davanti agli occhi. Immensa, brutta, grigia, vista dal mare sembra un brutto posto e per fortuna che noi andiamo verso le isole.

Lo tzatziki, quella greek salad mangiata con gli amici e l’amore di una vita, la pitta come cena di ferragosto e le attese infinite prima che arrivassero finalmente i gamberoni in quel ristorante che ci piaceva tanto. E sempre un giro di Ouzo alla fine, ma questo ve lo offre la casa.

Il Melteni e la sabbia che si alza spinta dalla potenza di quel vento che è parte del paesaggio, come lo sono il bianco e il blu delle case. La panda che affittammo per girare un’isola che si riusciva ad abbracciare con uno sguardo.

Il ritorno in Italia, più magro di cinque chili, dopo aver navigato per mare dormendo seduto su una sedia di plastica, senza più soldi.

Poi arrivarono gli ulivi di Zante, le colazioni con il miele, la frutta fresca e le mandorle. Il mare affollato di turisti, la fuga alla ricerca delle spiagge più belle, l’uva comprata e mangiata in riva al mare. La retsina, lo yogurt, la gente che balla il sirtaki nei locali. Nel mio ricordo resiste fortissimo il suono delle distese di ulivi, il profumo dell’estate, il mio amore che mi chiede di fermare la macchina perché quello è un albero bellissimo, secolare.

Con Paxos scatta l’amore, la cotta definitiva. Arrivarci fu come al solito complicato. Ricordo il porto vuoto di Patrasso, sempre da lì tocca passare, l’alba che sorge e il traghetto che ci porterà a destinazione. Lacca, Gaios e tutti gli altri paesi sono una gioia da vedere e da vivere. La vecchia Opel Corsa blu elettrico parcheggiata tra gli alberi, io e il mio amore che scendiamo in spiaggia a piedi, lungo strade scavate nella terra secca. Le giornate passate in spiaggia, il giro in barca, solo io e lei, lungo le coste dell’isola. La pace, la gentilezza e la gioia delle persone.

Io in Grecia ho passato alcuni dei momenti più felici della mia vita. Alla Grecia voglio bene. Viva la Grecia!

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