Come si chiama?

Come si chiama quella cosa che capita quando sei al supermercato a fare la spesa, fuori è sera perché sei appena tornato dall’ufficio, spingi il carrello e guardi la lista della spesa sul telefono, e d’un tratto ti accorgi che dagli altoparlanti stanno trasmettendo la musica? Come si chiama quell’istinto che ti prende quando senti quella musica e ti prende la voglia di muoverti seguendo il tempo della canzone che stanno trasmettendo?

Come si chiama quell’istante esatto in cui il tuo corpo si accorge che c’è della musica nell’aria?

E come si chiama invece quella sensazione che si prova quando stai seduto sul divano a vedere un film e con te c’è una persona a cui vuoi bene (una figlia, una moglie, una mamma) e questa persona è catturata dal film e non si accorge di averti preso la mano, ma tu te ne accorgi, e lei inizia a giocare con una delle tue unghie come fosse la sua?

Come si chiama quel calore che senti dentro quando questa persona, per te tanto importante, inizia a usare la sua unghia per fare “tic tic” con la tua unghia?

Ma poi, che nome puoi dare a quel magone che provi quando incontri un amico che non vedevi da troppo tempo, una di quelle persone che per un certo periodo  è stata tanto importante, uno degli amici di una vita, perché ne avete passate tante assieme, e lo rivedi dopo tanti di quegli anni, magari è anche invecchiato e adesso ha i capelli bianchi, e vi guardate in faccia e lo sapete tutti e due a cosa state pensando (“Ma perché io e te non ci siamo più visti da tanto tempo?”), come si chiama quella gioia di rivedervi che si mescola al dolore per tutto quello che non avete fatto assieme?

Tu che ne sai più di me, dimmi, come le chiami queste cose?

toy cat

Una storia in sette capitoli

CAPITOLO 1

Si incontravano sempre per caso. Non sentivano la necessità di chiamarsi, di fissare degli appuntamenti. Sapevano che in un modo o nell’altro le loro vite si sarebbero incontrate. E ogni sera era un’avventura diversa.

Lui tornava da lavoro, si cambiava e usciva. Sapeva che l’avrebbe incontrata, anche se non sapeva dove. Affrontava la serata con indifferenza, ma in fondo terrorizzato dall’idea di non vederla.

Si incontravano sempre. E sempre per caso.

CAPITOLO 2

Aveva giocato a calcetto per anni. Da quando era bambino.

Quando non andava a scuola, con gli amici si fiondava sul campetto dietro la chiesa. Il parroco non c’era quasi mai. E quando c’era faceva finta di niente.

Durante l’università aveva scoperto il piacere del dopo partita. La chiacchiera nello spogliatoio. I pettegolezzi. Il cameratismo bieco.

Adesso non poteva più giocare. Il ginocchio era andato.

Era iniziato tutto con una fitta. Poi un giorno si trovò a non poter più muovere la gamba. Si spaventò e il giorno dopo corse dal dottore. Gli dissero che avrebbe dovuto riposarsi. Lui li prese in parola e si impigrì per quasi un mese.

Il ginocchio cedette una sera d’estate su un campetto di terra.

CAPITOLO 3

Ogni venerdì sera prende il treno per tornare a casa.

Il treno nasce a Nord e muore a Sud. Taglia la nazione. Al suo interno un’affresco di personaggi stanchi. Le storie le ha ascoltate decine di volte. Persone sempre diverse, ma sempre le stesse vite.

Mariti e padri che costruiscono, spostano, saldano. Studenti assonnati e carichi di speranze. Ragazzi non ancora uomini che dribblano il controllore per non intaccare lo stipendio.

Ormai ha imparato a riconoscere gli scompartimenti tranquilli. Gli basta uno sguardo veloce alle borse e alle facce per capire se può sedersi o se deve cercare ancora.

Col tempo ha imparato a schivare i logorroici e i troppo tristi, i migranti e gli insonni, i bambini e i malati.

Preferisce viaggiare solo. Riempire il viaggio con le riviste e riposando.

Non guarda quasi mai fuori dal finestrino. Fuori è brutto ed è sempre notte.

CAPITOLO 4

In ufficio si va vestiti bene. La giacca e, possibilmente, la cravatta. D’estate al massimo in camicia. Mai in jeans. Le scarpe di pelle sempre lise. Le nuove non si mettono per l’ufficio, ma per i matrimoni.

In ufficio non si fuma più da almeno un anno. Prima potevi entrare con il giornale sotto al braccio, ma adesso ti guardano male, lo devi nascondere nella borsa.

C’è tutto un mondo in quelle stanze. Ci si conosce da anni. Dietro ogni volto c’è una famiglia. Conosci nomi ed età di tutte le famiglie collegate a quel mondo. Le facce le sai grazie a qualche vecchia foto conservata nei portafogli. Foto rovinate e sgualcite, vecchie di anni.

Raramente qualche familiare entra all’interno del mondo chiuso dell’ufficio. Ti viene presentato e ci si stupisce a scoprire che il volto di quella foto sia invecchiato tanto. Nella foto della comunione non sembrava così grande, adesso è un’uomo.

CAPITOLO 5

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. Palpebre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riprese a metà strada.

Si accorse che stava guidando, da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non capiva.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

CAPITOLO 6

Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.

Il box è troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappotto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.

E’ solo in ufficio. Capita sempre più spesso.

Nessuno vuole più fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia più preziosa un’ora passata con la famiglia che il corrispettivo pagamento.

Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.

Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.

E’ una settimana che non la vede.

In strada non c’è molto traffico, l’autobus non tarderà. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul  letto, non perché avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.

La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.

Si siede e aspetta il suo autobus. Caldo. Stanco.

Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Così sarebbe dovuto finire.

Quando l’autobus arriva, si alza.

CAPITOLO 7

Adesso girava per la casa vuota chiamando “micio micio”. Si sentiva ridicolo.

A 50 anni suonati, giacca, cravatta, borsa di pelle, si aggirava in una casa vuota, urlando in falsetto “vieni mio bel micino”.

Ma il gatto era importante, era stato un compagno fedele per la madre e, adesso che lei non c’era più, andava protetto. Era una missione, doveva proteggere il gatto. Doveva farlo per la madre.

Il gatto c’era quando lei se ne era andata. Lui, il suo unico figlio, no. Non era lì.

Doveva ritrovare il gatto.

Sei racconti che non ho avuto tempo di scrivere

1. La disegnatrice di muri

In Polonia c’è una piccola società di grafica. Ci lavorano 30 persone in tutto. Accettano per lo più commissioni dai grandi studi di videogame. Una di questi grafici è specializzata nel disegnare le texture dei muri. Però si annoia, allora inserisce messaggi e disegni nascosti nei muri. Per lei è solo un gioco, ma la tiene occupata. Venti anni dopo alcuni ragazzi appassionati di retro gaming ritroveranno quei messaggi e fonderanno una setta di adepti al culto dei segni nei muri.

2. L’ultima partita a cowboy e indiani

L’ultima partita a cowboy e indiani fu giocata nell’estate del 1997 in un campo abbandonato nella periferia di Madrid. A giocarla furono 7 bambini e 3 bambine. Avevano imparato le regole dal nonno di uno di loro. Questo nonno non faceva altro che raccontare di quando tutti i cortili e gli spiazzi della Spagna erano usati per giocare a Cowboy e Indiani. I bambini si fecero allora spiegare le regole e decisero di giocarci. Per l’occasione si applicò il regolamento classico stabilito negli anni ’20 dal comitato di bambini di strada dell’Europa centro meridionale. La partita del 1997 non fu però molto divertente, uno dei bambini cadde e si sbucciò un ginocchio decidendo quindi di abbandonare il campo di gioco, scoppio allora una lunga discussione su chi dovesse uscire per poter riequilibrare le squadre. I bambini decisero di non giocarci mai più e quella fu la fine ufficiale del gioco Cowboy e Indiani.

3. L’uomo che sognava le enciclopedie

C’è questo tizio che si chiama Giovanni, vive da solo. Adesso ha una quarantina d’anni e da più di un decennio quando dorme sogna sempre la stessa cosa. Cambiano i dettagli, l’ambientazione può essere diversa (un letto in riva al mare, la torre di un castello, il banco della sua classe in terza elementare), ma la storia del sogno è sempre la stessa: c’è lui che legge un volume di enciclopedia. Le prime volte era anche andato su internet a controllare se esistevano davvero le enciclopedie che sognava, ma aveva scoperto che quello che leggeva di notte era solo frutto della sua fantasia. Opere quali “L’universale raccolta dello scibile umano – volume terzo”, “Storia della filosofia della gloriosa nazione di Ultronia”, “L’enciclopedia delle arti e delle scienze raccontate da un pastore balbuziente”, “Storia comparata dei numeri primi – volume 8”, “Grammatica e igiene orale – dalla lettera D alla F”.

4. La storia del miglior prosciutto del mondo

Il prosciutto più buono del mondo fu servito in un supermercato di Reggio Calabria. Ne furono prodotte 673 fette, il 15 % di queste fu inserito in panini, il 44% venne mangiato come antipasto, il 32% fu mangiato direttamente dalla vaschetta, il restante 9% venne usato per particolari pratiche sessuali. La perfezione organolettica di quel prosciutto fu causata da diversi fattori: una tara genetica dei genitori dell’animale, un’estate perfettamente mite, il carattere particolarmente espansivo del maiale, l’abitudine da parte dell’allevatore di mescolare i resti del suo pranzo al cibo per le bestie. Tutte le persone che assaggiarono quel prosciutto godettero in seguito di una vita felice ed appagata.

5. Ma davvero vissero felici e contenti?

Il gatto con gli stivali viene castrato, ingrassa di dieci chili e muore per un colpo al cuore.

Pinocchio a sedici anni fonda una rock band, a diciotto passa l’estate a Rimini col suo gruppo suonando nelle balere. A ventuno pubblica il suo primo album da solista. A ventidue anni scopre di essere siero positivo. Muore a soli ventitré anni. Le sue ultime parole, pronunciate sul letto di morte al padre Geppeto, sono state “se fossi stato di legno tutto questo non sarebbe successo”.

La sirenetta scopre che il marito la tradisce, diventa anoressica.

Cenerentola passa la vita ad organizzare feste e balli, ma non riuscirà mai a replicare la magia di quella sera.

6. Il vero Dio

Si scopre che il Pastafarianesimo è l’unica vera religione. Il grande Dio Meat-Ball appare sui cieli del mondo e detta le sue leggi. L’Italia viene bombardata dalle altre nazioni del mondo perché colpevole di aver inventato un cibo blasfemo: gli spaghetti al sugo.

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Inizia”. Da allora non aveva più smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indifferenza si affacciava alla cucina per scoprire il menù. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sarà Francesco”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun Pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo più errori di gioventù dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare quel meraviglioso 1998) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perché la melanzana è buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica e collettiva, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema così. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda sembrava essere quella di scandagliare la realtà, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilità del piacere melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva, pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiaiate di parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non è che non gli piacessero, è solo che non ne riusciva ad apprezzarne la bellezza gastronomica. Era tutto così mediocre e senza sapore. Nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del Sommo Ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Suo fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembrò convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al più presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente già pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.