Un brutto scherzo

Il tenente non aveva mai imparato ad usare la tastiera del computer. Era costretto a digitare una lettera alla volta, usando quell’indice lungo e nodoso che spuntava fuori dal pugno chiuso. La preparazione di documenti, denunce e rapporti era resa ancora più lenta dalla scarsa memoria visiva del puntiglioso tenente della Polizia Postale, sede di Benevento, gruppo specializzato nella lotta ai crimini informatici. Quel piccolo difetto al sistema mnemonico lo costringeva ogni volta ad una lunga e fastidiosa ricerca, fastidiosa specialmente per il povero cristo che seduto di fronte al poliziotto non vedeva l’ora di porre fine a quel supplizio. Indice pronto a digitare, dritto verso il cielo, sguardo sulla tastiera, estenuanti secondi di ricerca, trovata!, digitazione, presentat’arm del dito e di nuovo alla caccia della successiva consonante, vocale o segno di interpunzione (questi ultimi tra i più subdoli nel nascondersi sulla tastiera).

Il vecchio professore era seduto di fronte al tenente e osservava da ormai ben trenta minuti quello spettacolo di scrittura al rallentatore. Il pover’uomo era sprofondato in una vecchia sedia dai bordi smangiucchiati dal tempo, su un cuscino nero, striato di gialla plastica espansa che si affacciava da antichi tagli. Tra una schiacciata e l’altra di tasti il professore De Nicolais si intrattenne domandandosi quali sederi, rei di malefatte informatiche, avessero causato quei tagli. E quante di quelle natiche invece fossero semplicemente innocenti, come lui del resto, il professore De Nicolais, originario di San Giorgio la Molara, trasferitosi nella città capoluogo della provincia sannita ormai vent’anni addietro, quando, vincitore di concorso, ottenne la cattedra di educazione fisica presso il locale e prestigioso liceo Classico.

Mai avrebbe pensato il De Nicolais, in tanti anni di onorata carriera da plasmatore di menti e di corpi acerbi, di doversi rivolgere alle istituzioni per dover denunciare un’offesa come quella che aveva ricevuto dai suoi studenti.

Tutto era iniziato quando la figlia del professore, la secondogenita del De Nicolais, si era iscritta a Facebook. La piccola Chiara, quattordici anni compiuti quell’estate, aveva avuto come regalo di compleanno il permesso e la paterna approvazione per potersi finalmente iscrivere a quel social network che tante sue piccole amiche usavano per scambiarsi foto e messaggi segreti. De Nicolais non capiva e non approvava di certo queste forme di relazioni fredde e meccaniche. Lui era un uomo del Sud a cui piaceva sudare, correre, mangiare fino a scoppiare, guardare negli occhi le persone e quando necessario, però solo quando necessario, insegnare la buona creanza ai propri figli con sonori scappellotti ben piazzati sul retro della nuca.

De Nicolais si accorse che il tenente aveva caricato ben due indici, il sinistro e il destro, entrambi rivolti al cielo o al soffitto sporco e ammuffito di quella triste stanza. Con scatto degno di un vero combattente a difesa delle leggi e dell’ordine costituito, il tenente col sinistro schiacciò lo “shift” e col destro, dopo pochi istanti, premette il tasto col punto e il doppio punto a colonna. Provato dalla dura esperienza il poliziotto ritrasse le unghiute armi e alzò lo sguardo al professore dicendo “Adesso mi racconti che tipo di offese ha trovato sua figlia su Internet”.

Il professore era un po’ imbarazzato, benché si trovasse di fronte ad un ufficiale della Polizia di Stato, e benché sapesse che ci si può sempre fidare della Polizia, o almeno questo era quello che aveva sembra insegnato ai suoi alunni e ai suoi figli, nonostante tutti questi suoi saldi principi, restò muto alla ricerca delle giuste parole con cui comporre un racconto il meno imbarazzante possibile.

Il tenente forse peccava in memoria e coordinazione, ma aveva altre doti ben più utili nel suo mestiere. Ad esempio era un buon conoscitore dell’animo umano e sapeva quando non bisognava fare pressione ed era meglio tacere ed attendere. Perciò aspettò paziente che il professore ritrovasse il capo del bandolo di parole che egli stava riavvolgendo.

“Mia figlia Chiara è una brava ragazza” dichiarò il professore “va molto bene a scuola, i suoi professori sono sempre contenti e perciò avevo pensato che in fondo era giusto regalarle quello che desiderava. A me non piaceva l’idea, non mi piace che i ragazzi passino tutto quel tempo davanti ad un computer, ma lei se l’era meritato. Così con l’aiuto di Mario (è il mio primogenito, lui è l’unico che ne capisce di queste cose in casa mia)… dicevo, con l’aiuto di Mario abbiamo iscritto Chiara a Facebook. Dopo averla iscritta ci siamo messi a riempire i campi di una specie di formulario: dov’era nata Chiara, che scuole aveva frequentato, chi erano i suoi parenti, roba del genere. E mano a mano che Mario digitava e riempiva i campi delle risposte, la pagina sullo schermo cambiava e aggiungeva cose… del tipo ‘se sei andato in questa scuola allora forse conosci questa persona’ e Chiara era tutta eccitata perché quella pagina le stava trovando davvero le sue amiche. Era uno spettacolo incredibile, sembrava che il computer stesse leggendo la mente di Chiara, lei era felicissima.”

Il professore smise di parlare, realizzò che quelli erano stati gli ultimi momenti felici di quei giorni. Da quel momento in poi era tutto crollato: aveva litigato con la moglie, Chiara era stata messa in punizione per avergli risposto male e lui aveva iniziato ad odiare i suoi studenti. Erano stati così felici in quei momenti con la piccola Chiara e il suo Mario che digitava (svelto e sicuro, non certo come quello stupido e lento poliziotto che aveva adesso di fronte).

De Nicolais deglutì con forza, spedì giù lungo l’esofago quel magone che gli aveva troncato il discorso e riprese a parlare: “Mio figlio scriveva, quando ad un certo punto il computer ha iniziato a suggerire anche amici di Mario, probabilmente quel coso infernale aveva capito che erano fratelli e sorelle. Dopo qualche minuto però sono iniziate a comparire anche miei colleghi, professori con cui lavoravo dieci anni fa. Immagino che quel coso aveva capito che Chiara era mia figlia. D’un tratto il computer ha chiesto ‘Giuseppe De Nicolais è tuo padre?’, Chiara ha preso il mouse e ha schiacciato sì. A quel punto si è girata verso di me e mi ha chiesto ‘papà ma allora anche tu hai Facebook?’. Lei ha aperto la pagina che era collegata al mio nome ed è comparsa una mia foto, Chiara rideva e mi prendeva in giro, ma io non capivo. Io non avevo mai fatto una cosa del genere, ma quella pagina era perfetta. C’erano delle foto scattate durante le ultime gite con la scuola e foto di me al mare con i miei figli. E poi i dati che erano riportati erano tutti esatti, anno di nascita, scuole frequentate, tutto, era tutto perfetto.”

Il poliziotto a quel punto capi che era giunto il momento di concedere un po’ di pausa al professore. Perciò lo interruppe e disse: “Si chiama furto di identità, è un reato penale molto grave. Di solito chi ruba un’identità lo fa per soldi, si usano le credenziali di una persona per accedere al suo conto in banca o alla sua carta di credito, nel suo caso però sembra più uno scherzo che altro”.

Un brutto scherzo, ecco cos’era.

(continua)

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