Harvey Pekar e il fumetto americano

(questo pezzo è stato inizialmente pubblicato nel 2012 sul Vaglio.it)

Da qualche giorno sta facendo discutere in rete un intervento di Andrea Queirolo dal titolo “Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel” pubblicato sul blog ‘Conversazione sul Fumetto’ .

La tesi che Queirolo presenta è che la produzione di fumetti d’autore in Italia si è negli anni focalizzata per lo più su storie autobiografiche, tanto da arrivare a una strana sovrapposizione tra il concetto di graphic novel e autobiografia; è come se, per poter chiamare un’opera a fumetto “graphic novel”, questa debba sempre essere in qualche modo legata alla biografia del suo autore.

Nel blog vengono citati diversi esempi di pessime (a parere del blogger) autobiografie spacciate negli anni come capolavori del genere. Viene citato anche un noto autore spagnolo e molto attivo in Italia, Miguel Angel Martin che in un’intervista dichiarava al riguardo: “Molti graphic novel sono ‘autobiografici’. Alcuni dei miei autori preferiti sono anche loro autobiografici come, ad esempio, William Burroughs, Bukowski, Hunter Thompson, Henry Miller o Céline… Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh! Per me sono solo sottoprodotti della cultura del narcisismo, caratterizzata dalla popolarità dell’autobiografismo, nostalgia del passato, paura del futuro, autostima bassa, sentimentalismo pacchiano. Tempi molto mediocri”.

Tutto questo discutere di autobiografia mi ha spinto a prendere in mano un’opera che avevo acquistato qualche mese fa, ma che era rimasta sempre in fondo alla mia lista delle cose da leggere: The Quitman di Harvey Pekar

Partiamo dallo spiegare perché ho comprato un fumetto che poi non ho letto per mesi. L’ho comprato sulla fiducia, quando trovai sul web un video di Alan Moore che partecipava una raccolta fondi per costruire un monumento a Pekar. Dovete sapere che Alan Moore è il mio mito personale. Ho tanti amici che sono cresciuti nel mito di Maradona, i più tecnologici hanno creato il culto di Steve Jobs, io invece sono un fervente accolito della misteriosa setta del Mago (autodichiaratosi tale) Alan Moore. Per chi non fosse membro della setta dirò soltanto che Moore è l’autore di V for Vendetta e Watchmen, fumetti celeberrimi da cui sono anche stati tratti due brutti film.

Moore in questo video spiegava che Pekar era stato un suo ispiratore e che, a suo avviso, era il capostipite del fumetto d’autore americano. Tutti dovevamo qualcosa ad Harvey Pekar ed era per questo motivo che l’autore di Watchmen stava lavorando con la vedova Pekar per raccogliere i fondi necessari alla costruzione di un memoriale a lui intitolato.

Dopo aver visto il video, ho subito donato la mia parte come ordinato da Moore e poi sono andato su wikipedia a raccogliere un po’ di informazioni su questo autore tanto importante, ma che, prima di allora, non avevo mai sentito nominare.

Ed ecco quello che ho scoperto. Harvey Pekar nasce a Cleveland nel 1939, trova lavoro come impiegato nel 1965, si sposa due volte, si ammala di cancro nel 1994, dopo un anno di terapia riesce a sconfiggere la malattia, nel 2001 va in pensione, trascorre tutta la vita a Cleveland e muore nel 2010. Insomma, la vita di un americano medio, un ebreo di origini polacche nato e cresciuto in una città qualunque degli Stati Uniti, un collezionista di dischi Jazz con la passione di scrivere recensioni per riviste musicali.

Una vita normale che però Harvey ha iniziato a raccontare a fumetti a partire dal 1972. Fu un suo amico che un giorno gli fece capire le vere potenzialità del mezzo e che gli fece venire l’idea di un fumetto basato sulla sua normale vita da americano medio. Non proprio un amico qualsiasi c’è da dire, un suo vicino di casa appassionato come lui di Jazz, un fumettista underground di nome Robert Crumb, uno dei più grandi autori americani di tutti i tempi.

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Crumb gli mostrò le sue opere e Harvey capì che poteva usare quello strumento per raccontare le sue storie. Iniziò allora a scrivere soggetti e sceneggiature per fumetti che verranno poi pubblicati su una rivista da lui prodotta, American Splendor. Ogni numero di American Splendor era una raccolta di brevi racconti, di piccoli aneddoti o di ricordi di famiglia, tutte storie con Harvey come protagonista.

Pekar, anche grazie all’aiuto di Crumb, riesce a pubblicare un numero di American Splendor all’anno; la rivista inizia a girare nel circuito underground, inizia a farsi un nome, è uno dei primi tentativi di usare il fumetto per raccontare i piccoli dettagli di una vita comune.

Negli anni ‘80 la fama di Harvey è tale che viene invitato ben otto volte come ospite al Late Night di David Letterman. Il suo carattere misantropo e orgoglioso lo portano però a litigare in studio con Letterman, che lo caccerà dallo show, solo dopo molti anni faranno pace e Harvey tornerà a esser ospitato ancora un paio di volte prima della sua morte. Nel 2003 viene prodotto un film tratto da American Splendor con Paul Giammatti nei panni di Harvey, il film otterrà diversi riconoscimenti tra cui i premi della giuria al Sundance Film Festival e un premio della critica al festival di Venezia.

Il libro di Harvey Pekar che ho finalmente letto questa settimana, dicevamo, si intitola “The Quitter” ed è l’ennesimo racconto della vita di Harvey. Sono gli stessi aneddoti che erano stati raccontati già decine di volte in American Splendor, ma è proprio questo quello che Pekar fa, racconta sempre la sua vita, ma ogni volta in maniera diversa.

Approccia il materiale autobiografico in maniera ossessiva, prende dei singoli eventi più o meno banali della sua vita e li mette in scena cambiando ogni volta punto di osservazione; è un racconto fatto per approssimazioni successive, sono tante piccole storie sparse nei suoi libri che messe assieme cercano di descrivere la complessità del vivere umano.

“The Quitter” è l’ennesima lettura delle origini della famiglia Pekar, dei suoi primi anni in America e della difficile infanzia di Harvey e della sua ancora più complessa adolescenza. La storia si ferma appena il nostro eroe conosce il suo nuovo amico Crumb, l’uomo che lo indirizzerà verso il fumetto.

Dopo aver letto questo libro e altre opere di Pekar mi è chiaro perché Alan Moore ne abbia tanto parlato bene in quel video che me lo fece scoprire qualche mese fa. Harvey ha sempre avuto rispetto per il mezzo fumetto, lo considerava in grado di esprimere opere artistiche e non poteva accettare che il mezzo fumettistico fosse stato utilizzato solo per storie d’avventura.

Le sue tavole dimostrano che si può fare arte anche col fumetto ed evitando di raccontare storie di supereroi o di gangster, Pekar ha mostrato la strada a tanti altri che sono venuti dopo di lui. Tutti gli appassionati del genere devono qualcosa ad Harvey Pekar. Alan Moore ha avuto ragione, anche in questo caso.

Per chi vuole approfondire:

The Quitter di Harvey Pekar
Editore: Vertigo; 01 edizione (20 settembre 2006)
Lingua: Inglese
ISBN-10: 1401204007
ISBN-13: 978-1401204006

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