I fanali fanno pop

Da ragazzi facevamo questo gioco, di notte correvamo lungo i marciapiedi, sceglievamo l’auto con la carrozzeria più nuova e poi gli spaccavamo i fanali. Ognuno di noi aveva la sua arma preferita, un sasso, un bastone, un’asse piena di chiodi, c’era perfino chi si era costruito un nunchaku in casa con due pezzi di legno attaccati con lo spago. Io avevo un pezzo di tubo innocenti che tenevo nascosto dietro un cespuglio, vicino alle panchine dove ci incontravamo ogni sera. Il tubo lo avevo preso da uno dei cantieri di mio nonno, corto e arrugginito, in mano era pesante e freddo, ma era perfetto per spaccare fanali. Ci sentivamo come in un film con Chuck Norris e Bruce Lee e perciò il nostro idolo era Mario, lui i fanali li spaccava a mani nude. Era un ragazzone di quasi due metri con le mani grosse e la faccia ancora brufolosa. Aveva lunghi capelli neri che portava legati con un elastico scuro, non ho mai capito se quella coda di cavallo fosse un omaggio al nostro eroe Steven Seagal o a Fiorello che quella estate era venuto a Benevento per registrare una puntata del Karaoke di Italia1.

Mario era tanto in fissa con i film di arti marziali che aveva convinto sua madre ad iscriverlo a karatè. Si era persino fatto montare un sacco da pugile in camera. Mario era il mio mito, io al massimo in camera avevo il poster di Michael Jackson sulla copertina di Bad. La tecnica per spaccare i fanali con le mani l’aveva imparata durante le lezioni di karatè, Mario si avvicinava al muso della macchina, allargava le gambe ben piantate per terra e poi si metteva in posizione.  Ogni volta che lo vedevo così a me sembrava di rivedere Daniel-San, con i piedi su una trave infilata nella sabbia, che faceva le prove per il colpo dell’airone. Mario restava così, con il pugno destro caricato all’indietro e il braccio sinistro allungato davanti con la mano ad artiglio, ci restava per buoni venti o trenta secondi, il tempo giusto per attirare l’attenzione di tutta la comitiva che era lì in missione a spaccar fanali. Poi, quando tutti gli occhi erano per lui, sferrava il pugno accompagnandolo con un urlo secco “ACC!”  E il fanale faceva pop. In frantumi.

Di solito, dopo l’esibizione di Mario, tutti i ragazzi gli davano grosse pacche sulle spalle commentando “Ua, Mariotto, sei proprio gruoss”, “manco Bruce Lee c’aveva tutta ‘sta putenza”.

Ma quella sera non ci furono pacche e complimenti perché io fermai l’entusiasmo di tutti:

“Mario, ma quella è la Mercedes di Pino Manomozza! Quello ci rompe il culo se ci sgama”.

Mario era ancora in posizione con le gambe divaricate, alzò lo sguardo dal faro anteriore che aveva appena fatto in mille pezzi e mi fissò negli occhi. Il piccolo Steven Seagal del Viale Principe di Napoli aveva perso tutta la sua aria spavalda, i suoi occhi erano pieni di terrore. Mi fissava come alla ricerca di una parola di conforto, ma a me tremavano le gambe. Giravano storie terribili su Pino Manomozza, si diceva che fosse sempre armato di una molletta, il coltello a serramanico dei film americani; mio cugino diceva che a casa Pino aveva una pistola che una volta aveva usato per uccidere un rivale d’amore. Tutti lo chiamavano Manomozza, ma in realtà aveva entrambe  le mani, solo che alla destra gli erano saltati mignolo e anulare. Mario diceva che le due dita a Manomozza gliele avevano tagliate due camorristi venuti da Napoli che dovevano vendicare un torto fatto ad un boss dei Quartieri Spagnoli; mio padre invece diceva che Pino aveva perso le dita da ragazzo quando correva con i go-kart. Pino mi faceva molto paura e se da una parte ero dispiaciuto per la sorte che era toccata al mio amico Mario, ero comunque sollevato che non fossi stato io a far esplodere il fanale. Fu allora che decisi che la cosa migliore da fare fosse scappare lontano da Mario e dalla Mercedes rotta. Corsi lontano urlando: “Presto scappiamo, via, via, via!”. Sentii i passi dei miei compagni che mi venivano dietro, ma non mi girai. Arrivai a casa, salii velocemente le scale e solo quando arrivai in camera mia, spalle alla porta, mi sentii finalmente sicuro. Mario probabilmente era morto, ucciso dalla pistola di Pino, ma io ero salvo.

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***

In realtà Manomozza non scoprì mai chi fu a rompergli la macchina, aveva provato ad identificare il colpevole, ma la nostra rete di omertà resistette e nessuno di noi parlò. Mario si salvò e noi smettemmo di rompere automobili.

Ripenso a quella sera e a quella strana amicizia che ci legava, mentre lo vedo che si siede sulla sedia di fronte a me. Mario ha di nuovo lo sguardo da bambino colpevole, quello di uno che ha fatto un grosso errore . Però non ha più il corpo di un ragazzone di sedici anni, ora è un quarantenne con un matrimonio fallito alle spalle. Erano quasi vent’anni che non ci vedevamo, qualche volta ci si era incontrati per il Corso, un saluto veloce e nulla più. Avevo saputo che si era sposato con una ragazza di origini ucraine, aveva sempre avuto un debole per le donne alte e bionde alla Brigitte Nielsen e con questa moglie pare che avesse coronato quel suo sogno da adolescente arrapato.

Sediamo ai tavolini del Bar Traiano, quando ho bisogno di un po’ di riservatezza vengo sempre qui, al bar di Don Raffaele. Il caffè è ottimo perché il locale conserva ancora la vecchia macchina a pressione della San Marco, un gioiello che ormai pochi possono permettersi. Oltre all’ottimo caffè, il bar offre anche un posto riparato dove sedersi, nel vicolo che affaccia sull’arco Traiano da cui il locale prende il nome. È perfetto per chi vuole discutere di un’operazione di diffamazione su scala mondiale, come ci apprestiamo a fare io è Mario.

***

Mi aveva chiamato quindici giorni prima, aveva trovato il numero di telefono del mio ufficio sulle pagine gialle alla voce esperti di comunicazione. Aveva saputo da un amico di un suo parente che oltre ai servizi standard di una società di pubbliche relazioni, la mia ditta si occupava anche di operazioni non proprio lecite. Quando gli risposi al telefono, lui riconobbe subito la mia voce e mi disse

“Ciao ‘Ntoni, sono io Mariotto. Ti ricordi di me?”

“Ue’ Mario, ma come stai? E certo che mi ricordo di te.”

” ‘Ntoni ho bisogno di una mano, mi hanno detto che tu puoi aiutarmi”.

Gli diedi appuntamento da Don Raffaele. Quella prima volta che ci incontrammo, quando si sedette al tavolino quasi non lo riconoscevo. Non era più il Mariotto alto e muscoloso, gli anni gli erano caduti addosso con violenza, aveva perso gran parte dei suoi lunghi capelli neri ed era diventato grasso e goffo.

Mi spiegò che sua moglie lo aveva lasciato e si era messa con un uomo molto più anziano di lei. Lui era furioso e voleva vendicarsi a tutti costi. Non c’era amore nella sua voce, nessun rimpianto o tristezza per l’amore svanito, solo rabbia. Probabilmente se avesse avuto la possibilità avrebbe scaricato volentieri tutto quell’odio sulla ex-moglie così come faceva da ragazzo col suo sacco da pugile. Però Mario era troppo furbo per farsi rovinare la vita da un gesto tanto avventato, per questo aveva deciso di chiamare me. Voleva umiliare la moglie, distruggerne l’orgoglio e la reputazione, ma senza che tutto ciò potesse essere ricondotto a lui.

Mi disse che avrebbe speso qualsiasi cifra pur di vederla distrutta.

Io accettai di aiutarlo e mi feci dare alcune informazioni che mi servivano per poter operare. Mario mi diede l’indirizzo mail della donna, il suo account Facebook e il numero di conto corrente. Chiesi se frequentasse locali pubblici e quali fossero le sue preferenze in fatto di uomini. Dopodiché gli dissi: “Vediamoci qui tra due settimane”.

***

Passano le due settimane e Mario è di nuovo davanti a me al Bar Traiano. Questa volta non è arrabbiato, ma ha lo sguardo da bambino colpevole, forse ha paura di sentire cosa ho da dirgli.

“Mario, sai cos’è un meme?”

“No, cos’è?”

“È un idea che piace al nostro cervello e che altri cervelli tendono a copiare e a condividere. Un meme è come un virus, è un’idea piacevole che si sposta da una persona all’altra. A noi essere umani piace condividere le cose belle, di solito un film visto a cinema è sempre più divertente che visto a casa, perché a cinema si ride assieme e si condivide quell’esperienza.

La mia azienda si occupa spesso di meme; noi curiamo la comunicazione di molte compagnie e i nostri clienti ci tengono ad avere una buona pubblicità specialmente quando questa è gratuita. I meme ci aiutano a diffondere i messaggi pubblicitari dei nostri clienti.

Però un’idea potente può anche essere pericolosa. Hai mai sentito parlare dello Star Wars Kid?”

“No, ma cosa c’entra questo con mia moglie?”

“E adesso ci arriviamo.

Star Wars Kid è stato uno dei primi video virali su internet. Nel 2002 un ragazzino americano venne ripreso da alcuni suoi compagni mentre faceva finta di avere una spada laser tra le mani. Il ragazzo non aveva nemmeno sedici anni, era obeso e buffo. Il video arrivò su internet e fece il giro del mondo. Milioni di persone lo videro, poi iniziarono le parodie, le prese in giro, i messaggi indignati e poi disgustati. Immagina cosa deve essere stato per quell’adolescente sapere che tutto il mondo lo conosceva e rideva di lui. Quel buffo video rovinò la vita di Star Wars Kid, a scuola fu oggetto di bullismo, cadde in depressione e da allora non si è più ripreso. Ed è stata tutta colpa di quel meme.

Io ho fatto di tua moglie la nuova Star Wars Kid.”

Poi, con un gesto teatrale, tirai fuori un tablet dalla borsa che avevo sulle ginocchia . Glielo passai e gli dissi di premere play.

Sullo schermo apparve l’immagine della moglie di Mario in un locale buio. Era in una discoteca, indossava un abito corto e piuttosto volgare, stivali in pelle e tacchi alti. Il trucco era particolarmente vistoso, lo smokey agli occhi e labbra rosso fuoco. Nel video la donna stava flirtando con un uomo, erano seduti su un divano e lui le teneva una mano tra i capelli. Dopo qualche secondo la donna sorrise e si chinò come a poggiare la testa sul ventre di lui. La posizione che avevano assunto era abbastanza equivoca, sembrava quasi che lei stesse per aprire la bocca e succhiargli via il cavallo dei pantaloni. Ma poi il corpo di lei si irrigidì, strabuzzo gli occhi e vomitò addosso all’uomo che inutilmente aveva cercato di scansarsi. Il video si fermò su quel l’immagine imbarazzante e comparve una scritta “What a BITCH!!!”. Terminato il video continuai nella mia spiegazione.

“L’uomo del video è un mio collaboratore e la settimana scorsa ha adescato tua moglie in discoteca. Sapevamo che sarebbe stata da sola perché si era messa d’accordo con le amiche via Facebook. Due giorni prima una profumeria di San Giorgio del Sannio le aveva mandato un coupon per una seduta gratuita con un truccatore professionista, lei ci è andata il pomeriggio prima della discoteca. Dovevo essere sicuro che apparisse così come volevo, i dettagli di un meme sono importanti. La sera il mio uomo le ha messo dell’emetico nel cocktail che stava bevendo, io ero nel locale con la videocamera e ho ripreso tutto.

Il giorno dopo il video è stato caricato per la prima volta da un mio contatto in Cina. Poi un altro lo ha postato su un blog in Corea ed infine è stato messo su un tumblr gestito da un mio amico in Sud Africa. Parliamo di gente che ha milioni di follower su Twitter, blogger che hanno una fan-base che li idolatra, influencer che possono fare la fortuna o meno di un qualsiasi prodotto commerciale. Il video dopo qualche ora è stato ritwittato da centinaia di migliaia di persone. È sbarcato negli Stati Uniti sei giorni fa, qualcuno l’ha caricato su Youtube e poi su Dailymotion. Su Facebook è comparsa la prima parodia 48 ore fa; si tratta di una versione del video girata in stopmotion con i pupazzi Lego. Ieri è nato il primo tumblr che raccoglie tutte le parodie e le versioni alternative. Stamattina un ragazzo tedesco ha postato un video di una discoteca di Monaco in cui il Deejay ferma la musica, urla “What a BITCH” e tutte le persone in pista fanno finta di vomitare. Se contiamo le visualizzazioni su Youtube, Dailymotion, PornHub e altri siti minori, e se a questi aggiungiamo i retweet e i like su facebook, possiamo affermare, con buona approssimazione, che tua moglie è diventata lo zimbello di almeno dieci milioni di persone nel mondo. Penso che come vendetta non sia male.

Ho preparato una mail per lei, da un indirizzo anonimo non rintracciabile, in cui ho raccolto tutti i link al video che ci sono in giro per il mondo. Ho anche fatto un PDF che raccoglie i commenti più disgustosi lasciati sul web. A te l’onore di premere invio e mandare la mail.”

Mario rimase senza parole. La mia presentazione lo aveva stupito, non si aspettava nulla del genere. Lesse la mail sul tablet e dopo qualche secondo, con la sua manona da ex karateka, schiacciò invio, lo sguardo colpevole allora era scomparso dalla sua faccia. Forse si sentiva liberato e anche protetto dall’anonimato che gli avevo garantito, si rillassò e scoppiò a ridere.

Restammo al bar per qualche altro minuto. Quando gli dissi quanto mi doveva pagare non fece una piega, prese un rotolo di banconote di 500 euro che aveva in tasca e me lo passò. Ci siamo salutati con affetto, lui era il mio mito e sono contento di averlo aiutato.

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***

Passa un mese e di Mario non ho più notizie. Lo risento una Domenica sera. Io ero alla mia scrivania, stavo facendo una video call con uno dei miei contatti in Asia, uno di quegli influencer che mi avevano aiutato anche nell’operazione contro la moglie di Mario.

Il citofono suonò proprio mentre stavamo discutendo di un nuovo bot che il mio amico stava sviluppando. Mario si era attaccato al pulsante del mio citofono e non gli dava un attimo di tregua, sembrava la bussata di un uomo preso da un attacco isterico. E infatti, quando alzai la cornetta per rispondere lo sentii urlare:

“Aprimi presto, devi aiutarmi!”

Feci come mi aveva chiesto e aprì il portone, sentii i suoi passi salire ad ampie falcate i due piani di scale. Me lo ritrovai davanti la porta con uno sguardo perso, sconvolto, la camicia fuori dai pantaloni e due grosse macchie di sudore sotto le ascelle. Doveva aver corso a lungo per essersi ridotto in quello stato. Entrò subito in casa e io chiusi la porta alle sue spalle, non si volle sedere e incominciò a girarmi per il salone di casa, attraversandolo con le sue lunghe gambe, parlottando e agitando le braccia.

“Devi aiutarmi, dobbiamo togliere quel video da Internet. Devi cancellare tutto.”

Io gli spiegai che era impossibile, ormai nulla sarebbe potuto tornare come prima, anche se avessimo fatto partire una campagna di recupero, sarebbe stato impossibile cancellare tutte le copie e tutti i post che facevano riferimento al video di sua moglie. Era la potenza dei meme, era impossibile combatterli.

Lui diventò tutto rosso in viso.

“Ma tu non capisci. Lei mi ha scoperto, e adesso ha mandato il suo uomo a vendicarsi, e se io non faccio qualcosa quello mi uccide”.

Poi tacque e nel silenzio della casa, sentimmo il rumore del portone dell’androne del palazzo che sbatteva. Qualcuno era entrato. Mario si irrigidì e io lo tranquillizai, “sarà qualcuno per la signora Varricchio di sotto”. Infatti sentimmo suonare il campanello dell’appartamento che si trovava sotto il mio.

“Mario, ma come ha fatto tua moglie a scoprirci?”.

“Gliel’ho detto io. Non c’era gusto a sapere quello che avevamo fatto senza poterglielo buttare in faccia. Ho dovuto dirglielo, capisci?”

“Mario sei rimasto sempre il solito coglione che scassava le macchine sbagliate, adesso chiedile scusa, implora perdono, ma non ti azzardare a fare il mio nome”.

Sentimmo il rumore della porta della signora Varricchio aprirsi, una voce da uomo risuonò per le scale, il tono era alto, al limite delle urla. Nel silenzio della serata domenicale sentimmo la vecchia signora rispondere qualcosa all’uomo e poi la porta che sbatteva. Fu allora che sentimmo i passi che salivano le scale.

“Ecco, sta arrivando”, disse Mario, “Pino Manomozza adesso mi uccide”.

Io sentii il mio cuore fermarsi per un eternità, quel nome mi faceva ancora paura. Quel fesso di Mario si era messo contro Pino, era lui l’uomo più anziano che gli aveva rubato la moglie. Mario sapeva benissimo che io non avrei mai accettato un lavoro che potesse nuocere Manomozza e per questo si era tenuto ben stretto il nome dell’amante dell’ucraina.

Andai nel panico, come in quella notte di tanti anni fa. Solo che adesso ero a casa mia e non potevo scappare da nessuna parte. Mario era sempre più confuso e agitato. Sentimmo bussare alla porta.

“Apri  coglione, so che sei lì dentro. Ti ho visto che ti infilavi in questo portone e qua ci stanno solo due piani. Sotto c’è una vecchia inzallanuta, quindi qua devi stare. Apri coglione, voglio solo parlare, non ti faccio niente”.

Pino era incazzato con Mario, non con me, perciò gli aprì la porta. Non fu un gesto molto coraggioso, non ne vado molto fiero, ma sono un uomo pavido e non sono mai riuscito a combattere le mie paure.

Pino  era invecchiato, adesso doveva avere quasi cinquanta anni, indossava una polo di marca, un jeans scolorito e un paio di sneakers ai piedi. Nella mano destra, quella senza le due dita, portava un iPad e sullo schermo c’era l’immagine finale del video con la scritta “What a BITCH!”.

Si girò intorno, vide Mario che si nascondeva dietro al divano e gli saltò addosso. Lo afferrò con la mano buona, lo prese per i capelli e gli schiacciò la faccia sullo schermo che teneva con l’altra.

“Hai fatto tu questo, vero?”

Mario stava sbavando sul tablet. Pino si innervosì, spinse Mario a terra, afferrò l’iPad con tutte e due le mani e lo sollevò in aria. Restò così per qualche secondo e poi glielo spaccò sulla testa. Il mio salone si riempì di pezzi di vetro e schizzi di sangue.

Mario urlava dal dolore, implorava e chiedeva perdono. Pino incominciò a prenderlo a calci.

“Non ti devi azzardare a toccare le mie cose, lei adesso è mia, è di Pino e tu non sei più niente.”

Mario si aggrappò al bracciolo del divano, sanguinava copiosamente e aveva pezzi di vetro nei capelli e infilati nella pelle del viso. Un occhio era gonfio e probabilmente aveva la vista completamente annebbiata. Qualcosa però gli scatto nel cervello, forse era l’orgoglio maschile che si era risvegliato in lui o forse i ricordi di quelle antiche lezioni di arti marziali; raccolse tutte le sue forze e riuscì ad alzarsi in piedi. Manomozza lo guardava con disprezzo, probabilmente curioso di vedere cosa avrebbe fatto. Il mio mito di quelle notti passate a scassare fanali si era alzato, aveva allargato le gambe e aveva assunto la posizione del karateka, pugno destro caricato indietro e mano sinistra ad artiglio. Un Bruce Lee sovrappeso e sanguinante, al centro del mio soggiorno comprato all’Ikea.

Restò così per qualche secondo, poi Pino caricò la testa all’indietro e con uno scatto animale gli diede una testata sul naso. Un fiotto di sangue partì dal centro della faccia di Mario dopodiché perse i sensi e cadde per terra. Pino adesso era soddisfatto, diede un ultimo calcio al corpo flaccido di Mario e poi si girò verso di me. Io arretrai istintivamente e inciampai nel tappeto, caddi a terra. Manomozza visto da laggiù era ancora più spaventoso, lui mi fissò negli occhi e io sentii il pantalone bagnarsi di un liquido caldo. Mi era pisciato sotto.

Implorai di lasciarmi stare, perché io non avevo fatto niente e non avrei detto niente a nessuno, non avrei fatto nessuna denuncia alla polizia.

“Ti prego Pino, non farmi del male.”

Lui guardò la macchia dei miei pantaloni, sorrise e se ne andò.

Dopo che Pino fu uscito di casa, caricai Mario sulla mia macchina e lo lasciai di fronte al pronto soccorso.

Da allora, anche se ci incontriamo per il Corso, io e Mario non ci salutiamo più e facciamo finta di non conoscerci.

Quando andai ad Osaka – Primi anni zero

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Sono partito domenica mattina da Roma ed il viaggio questa volta è stato abbastanza tranquillo. Compagni di posto gentili, cibo decente e volo tranquillo.

L’unico “aneddoto” degno di essere segnato nei mie diari di viaggio è stato l’incontro/scontro con una coppia di novelli (ma non giovanissimi) sposi durante il check-in.

Ero dietro questi due in fila e pensavo ai fatti miei, quando ad un certo punto ho notato (nell’ordine): set di valigie nuove, telefonate ripetute ed agitate alla di lei famiglia, bacetti a ripetizione, zaino Costa Crociere ed infine fedi lucenti. “Come sono carini, chissa’ dove vanno?”. Ho pensato a me e mia moglie tre anni prima, due innamorati in partenza, gli sguardi traboccanti di felicità (oddio gli occhi di lui non sprizzavano proprio gioia!), le paroline dolci, gli scherzi (oddio questi, non e’ che ridessero tanto).

Insomma sono in file dietro a questi due e continuo ad osservarli. Lei si sta lamentando di non so quale problema con l’agenzia. Lui la rassicura e fa l’uomo di mondo. Appena arriva al banco del check-in chiede con fare pomposo se gli possono spedire direttemante i bagagli alla destinazione finale, perché non vuole riprenderli a Parigi… vorse non è proprio un uomo di mondo.

Comunque mi avvio al gate, faccio i miei acquisti e infine mi metto in fila per salire sull’aero, quando chi ti rivedo davanti a me… gli sposini “felici”. Lui sempre con il suo zainetto Costa e lei infasciata nei sui jeans D&G… come abbia fatto a farci entrare quel mausoleo che ha al posto del sedere resta ancora un mistero per la scienza. Avranno superato tutti e due la trentina da un bel po’ e lui è anche un po’ ridicolo con il suo berrettino da baseball. Insomma mi stanno diventando anche un po’ antipatici sempre lì tra i piedi.

Adesso tocca a loro salire, lui passa tranquillo, ma lei la fermano. “Scusi ma lei come si chiama? Il nome sul passaporto è diverso da quello che c’è scritto sul biglietto, mi dispiace, ma non puo’ passare!” il maritino torna indietro a salvare la sua compagna “Guardi forse avranno messo il nome da sposata sul biglietto, vede io mi chiamo Baldi e sono suo marito”

“Guardi che sul biglietto è scritto che il cognome della signora è Consorte”

“Ma che dice, la signora non si chiama mica Consorte!! Guardi io ho anche un passaporto diplomaico”…incredibile ma vero, il soggettone che non sapeva nemmeno come spedire i bagagli ha un PASSAPORTO DIPLOMATICO, sarà accredidato presso l’ambascita di San Marino!?!

“IO SONO UN DIPLOMATICO NON SONO UN TERRORISTA!” e in tutto questo io ero là dietro ad aspettare di salire sull’aereo.

Dopo un po’ li fanno spostare in attesa che arrivi un superiore della poveretta che li aveva fermati ed io passo via.

Sono lì che aspetto nel bus che ci porterà sull’aereo, quando li vedo di nuovo. Corrono trafelati verso il bus. Lui si affaccia dentro e come se fosse appena arrivato alla stazione dei pullman per Varcaturo chiede: “E’ questo il pullman che va a Parigi!”.. questa volta mi devo trattenere per non mettermi a ridere.

Lei arriva subito dopo ed e’ incazzata nera. “Adesso lo chiami a quello stronzo dell’agenzia” lui si fissa le punte delle scarpe, non sa come fermarla…

“Ma quello stronzo non lo sa che sul biglietto dell’aereo ci va il nome e il cognome. Che cazzo centra che abbiamo prenotato il viaggio come Baldi e CONSORTE!!”

Per fortuna non li rivedrò piu’…

Il viaggio Parigi – Osaka passa abbastanza velocemete. Ho un vicino di posto molto simpatico, ogni volta che gli chiedo di farmi passare per andare in bagno scatta in piedi e mi sorride inchinandosi.

Finalmente sbarco ad Osaka. La prima cosa che mi colpisce è l’ordine, la semplicità e la pulizia. Dopo un po’ mi accorgo anche che tutti i giapponesi che incontro sono come il mio compagno di viaggio: ti sorridono, sono gentile e se possono ti aiutano sempre.
Basta poco e tutto quest’ordine e questa gentilezza ti entrano dentro. Senti che qui nulla è sopra le righe, è tutto ben ponderato e a suo modo delicato.

Questa sensazione mi accompagna anche durante il viaggio dall’aereoporto all’albergo. Attraversiamo la zona portuale ed anche qui tutto è al posto giusto. Dovrebbe essere sporco e caotico, ma chissà come anche qui e’ tutto pulito e ben organizzato,

E’ Domenica mattina quando arrivo ad Osaka. In ogni quartiere che attraversiamo c’è un campo di baseball. E i campi sono pieni di bimbi vestiti con le loro tutine bianche ed i loro berretti colorati.

E’ tutto cosi’ calmo e ordinato…

L’albergo dove c’è la conferenza è immenso, elegante e molto minimalista. La camera e molto spaziosa. Entro nel bagno con un po’ di timore, ormai girando per il mondo sono abituato ad aspettarmi le peggiori sorprese proprio dai bagni ed anche questa volta non sarò smentito.

Il bagno è bello ed è anche questo minimalista, c’è la doccia, la vasca da bagno, va beh manca il bidet, ma non c’è da stupirsene. Il water sembra un po’ strano c’e’ un CAVO che esce dal “tarallo” e c’è una TASTIERA sulla destra.

Il primo tasto serve a riscaldare la seduta. Il secondo serve a far partire un getto d’acqua verso il BACK (c’e’ anche un disegnino). Il terzo serve ad attivare il getto verso il FRONT (anche qui c’è il disegnino). Ora capisco perche’ non c’e’ il bidet!

Il giorno dopo inizia la conferenza. Rivedo le solite facce: Thierry, Joel, Avraham, Patrick, Wanmo…

Il meeting e’ duro. C’è un coreano che proprio non riusciamo a capire. Lui non capisce noi e sbatte i pugni sul tavolo.

Fuori piove e siamo tutti un po’ stanchi per uscire. Avraham invita me e Wanmo a cena. Ci si vede alla sette nella hall.

L’albergo ha una decina di ristoranti diversi, si va dal cinese al giapponese classico, passando per il francese ed il tailandese. Avraham si e’ informato nella hall, tra dettami religiosi e il diabete deve studiarsi molto bene i menù. Abbiamo due possibilita’: cinese o italiano. “Vi prego non portatemi a mangiare cinese!”… si va tutti da “Basilico Restaurant”.

La serata è piacevole, siamo in vena di aneddoti e Avraham e’ un ottimo raccontatore di barzellette. Il cibo non è male, le penne al salmone erano quasi al dente.

Mi chiedono dove sono nato e dove vivo adesso. Sono molto stupiti quando gli dico che vivo ancora nella città dove sono nato, Wanmo è nato e cresciuto ad Honk Kong. Adesso vive a San Francisco, ma la sua famiglia e’ ancora in Cina, dopodomani quando finirà il meeting si prende un paio di settimane di ferie e va a visitare la famiglia ad Honk Kong.

Avraham e nato in Ungheria. E’ sposato da 35 anni, sua moglie è di origine Rumena ed hanno 11 nipoti. Avraham adora fare il nonno. Lui non ha mai conosciuto i suoi nonni, sono tutti morti durante l’Olocausto, il nonno della moglie è stata la prima persona che ha considerato “as a grandfather”. Si commuove anche un po’ quando racconta che quando tornava dal servizio militare in Israele e arrivava a casa della futura moglie, la prima persona che andava a salutare era il “nonno”. Avraham riparte da Osaka martedi’ sera, ha un volo diretto per Chicago, lì ha un’altro meeting.

Forse tornerà in Israele tra 10 giorni.

Io del Giappone ho visto poco, un albergo, un aeroporto e qualche ristorante. Ho cenato con gente di ogni nazione in quei sette giorni, ma mai con un giapponese.

Però porterò sempre dentro di me quei campi da baseball la domenica mattina ad Osaka, i ragazzi con le tute bianche e la pace del porto industriale di Osaka.

Le buone intenzioni

Benevento, 10 Settembre 2027, XV Anno dalla Liberazione di Parma

Ore 4:15 AM

Il trillo metallico delle sveglia riempì il silenzio della casa. Lui si alzò velocemente, afferrò la vestaglia di lana grezza e si fiondò verso il bagno. Cercò a tastoni la candela sulla mensola del bagno, tolse l’accendino dalla tasca e accese lo stoppino. La vestaglia era fredda e ispida, odiava sentirsi il corpo punzecchiare da quella lana di scarsa qualità. Grugnì di disappunto e chiuse la porta del bagno alle sue spalle. Come ogni mattina si ritrovò a fissare il lucchetto con cui la moglie aveva sigillato la valvola dell’acqua calda del rubinetto.

Avevano deciso di sigillarla quando il delegato del Movimento Condominiale si era presentato a casa loro una domenica di due anni prima. Il delegato era un ragazzo di non più di vent’anni, un giovane in carriera all’interno della gerarchia del Movimento. Aveva con sé una cartellina di cartone riciclato da cui spuntavano decine di fogli giallicci, probabilmente appunti o segnalazioni anonime. Il delegato aveva passato con loro tutta la mattinata illustrando le tecniche per migliorare l’efficienza energetica del loro appartamento, si era molto lamentato quando aveva scoperto la bassa classe degli elettrodomestici e la scarsa qualità degli infissi. Loro avevano cercato di spiegare al ragazzo che lo stipendio di entrambi non era sufficiente a comprare i costosissimi elettrodomestici di importazione tedesca.

Il delegato quel giorno li salutò sorridendo, ma loro avevano capito il messaggio. Il Movimento non era contento di quanto stavano risparmiando, dovevano fare di più, non era sufficiente essersi uniformati alla legge sul consumo massimo di 5 litri di gasolio per metro quadro, dovevano puntare ai 3 litri l’anno. Così decisero di razionare ulteriormente l’utilizzo dell’acqua calda e installarono i lucchetti. Le ragazze non erano rimaste contente della decisione dei loro genitori, ma si adattarono presto. In fondo era anche per il loro bene, avere una famiglia a basso impatto ambientale era uno dei requisiti fondamentali per poter essere assunti da un’azienda o da un ente statale.

Smise di pensare a quella visita del delegato e iniziò a prepararsi per partire. Uscì dal bagno ancora più intirizzito dal freddo. La moglie e le figlie nel frattempo si erano alzate anche loro. La più piccola stava preparandosi per uscire fuori al terrazzo per raccogliere la frutta per la colazione, aveva indossato gli stivali e il cappotto pesante, sotto il braccio portava un cesto di vimini. “La mia piccola cappuccetto rosso”, pensò guardandola chhe apriva la grossa porta-finestra che si affacciava fuori.

Alberi di melo un po’ rachitici crescevano appoggiati alle ringhiere dell’ampio terrazzo dell’appartamento. “Frutta a Metri Zero”, era così che il Movimento la chiamava. Gli alberi erano stati portati fin lì direttamente dal Nucleo Cittadino del Movimento, erano stati piantati in larghi vasi non più alti di 20 centimetri. I tecnici del Nucleo Cittadino gli avevano illustrato le meraviglie della coltivazione condominiale e prima di salutarli gli avevano ricordato che a partire da quel momento la loro famiglia aveva avuto l’onore e l’opportunità di avere accesso a quelle leccornie di stagione, perciò nessun membro della famiglia aveva più il permesso di comprare frutta in un supermercato o in un fruttivendolo. Odiava il sapore di quelle mele bacate e senza sapore.

Mentre la piccola raccoglieva la frutta, vide la figlia maggiore di fronte allo specchio iniziare a pettinarsi i capelli. Aveva già visto quella scena decine di volte, sapeva che ci avrebbe impiegato almeno un’ora, tanto richiedeva la lunga operazione da quando la ragazza non aveva più potuto comprare balsamo e shampoo, tutto materiale vietato dopo l’emanazione della legge “Basta Bolle” approvata dal referendum propositivo dell’anno prima. Le aveva spesso consigliato di tagliarsi i capelli, ma era troppo fiera della sua lunga chioma riccia per cedere al consiglio paterno. Preferiva quella lunga tortura quotidiana piuttosto che rinunciare ai suoi ricci.

Benevento, 10 Settembre 2027, XIV Anno dalla Conquista del Parlamento

Ore 4:50 AM

Salutò moglie e figlie e uscì di casa. Nell’androne lo aspettava Corrado, era seduto su uno degli sgabelli che di solito le donne del palazzo utilizzavano per la mungitura di Carlotta, la mucca che il condominio aveva deciso di acquistare per aderire alla campagna “Latte a Zero Metri”.

Lui e Corrado si avviarono assieme verso la fermata del bus elettrico che li avrebbe portati a lavoro.

Un tempo Corrado era stato un professore universitario, ma da quando gli studenti avevano avuto il diritto di giudicare il corpo docenti molti  avevano perso il lavoro. Erano sufficienti due note di demerito segnalate dal Rappresentante degli Studenti in Movimento per ricevere la lettera di licenziamento con disonore. Purtroppo l’aggravante del disonore non aveva permesso a Corrado di accedere nemmeno al sussidio di disoccupazione. Non che fosse possibile campare con quei quattro spiccioli, ma comunque lo avrebbero potuto aiutare nei momenti difficili che seguirono il licenziamento. Per fortuna la sua ottima preparazione e la fedina penale certificata a 5 Stelle gli avevano consentito di vincere un concorso per un posto come operaio semplice nella FIAT di Pomigliano.

Mentre camminavano Corrado raccontò che la sera prima il canale unico delle Rai aveva trasmesso un lungo speciale di Striscia la Notizia. Corrado, grazie al lavoro in FIAT, aveva un ottimo stipendio e poteva permettersi di avere un televisore in casa. Ogni mattina, durante la mezz’ora di camminata che facevano assieme verso il terminal degli autobus, lo intratteneva raccontandogli gli spettacoli che aveva visto la sera prima.

Lo Speciale di Striscia era stato mandato in onda per celebrare il decimillesimo parlamentare licenziato con disonore dal Comitato dei Cittadini. Durante il primo mandato del Governo a 5 Stelle era stato infatti introdotto il principio di non eleggibilità per i condannati. Dopo il successo della seconda vittoria alle politiche del 2018 il Movimento rese ancora più aspro il controllo sulla moralità degli eletti e istituì il principio del licenziamento con disonore dei deputati anche a seguito di una semplice iscrizione nell’elenco degli indagati. Da allora il numero dei deputati cacciati dalle Camere era salito enormemente e si era alla fine arrivati a quel numero tondo: 10.000.

Rise molto sentendo i racconti di Corrado e gliene fu grato. Negli ultimi anni erano diventati davvero pochi i momenti di intrattenimento nella sua vita e i racconti di Corrado erano tra questi. Aveva dovuto rinunciare alla lettura dei suoi adorati fumetti il giorno in cui si ruppe il suo vecchio iPad. Prima di allora aveva già dovuto rinunciare alla sua collezione su carta quando, anni prima, il Comitato di Quartiere aveva chiesto al suo condominio di rispettare la quota di differenziata da produrre. Le famiglie del suo palazzo si erano allora riunite in segreto e avevano deciso che l’unico modo per ridurre la loro percentuale di indifferenziata era quello di aumentare il materiale da differenziare anche in maniera, diciamo, creativa. Avevano quindi deciso di aggiungere alla raccolta differenziata anche libri, riviste e fumetti in modo da aumentarne artificialmente il peso. E così Miller, Moebius e Moore erano serviti ad evitare una multa e una nota di demerito a tutte le famiglie del condominio.

Arrivarono al terminal giusto in tempo per prendere uno dei 25 autobus che ogni mattina alle 5:30 partivano per Pomigliano. Odiava gli autobus, specialmente quelli pieni di persone. Ne odiava in particolar modo la puzza, quell’odore aspro e inconfondibile di persone che si possono permettere una sola doccia calda a settimana, un odore misto allo stantio di abiti vecchi lavati in lavatrici caricate a washing ball.

Benevento, 10 Settembre 2027, IX Anno dalla Elezione del Presidente Eterno

Ore 6:15 AM

Corrado gli si sedette di fianco e gli passò alcune pagine del Giornale Di Beppe Grillo. Lesse che la sera prima era morto un altro deputato durante i lavori d’aula. Questo era morto di infarto. Meglio per lui, pensò, una morte rapida ed indolore rispetto a quella di tanti suoi colleghi deputati morti per consunzione. L’articolo del giornale ricordava che era la settantacinquesima morte in aula da quando era stato introdotto l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare. Da allora ogni Meet-Up o comitato autogestito d’Italia aveva presentato una sua specifica proposta di legge, solo nel 2015 erano state diecimila le proposta che Camera e Senato erano state costrette a discutere. I parlamentari dovevano votarle tutte entro sessanta giorni dalla presentazione ed erano anche soggetti all’obbligo di presenza in aula. Alcuni parlamentari si erano lamentati ufficialmente col Comitato del Movimento parlando addirittura di sequestro di persona, si parlava di donne incinta che erano state costrette a partorire nell’infermeria di Montecitorio pur di poter presenziare a tutte le votazioni.

Si chiese come avrebbe commentato quella notizia Massimo Bordin durante la rassegna stampa mattutina di Radio Radicale. A volte ripensava a quel periodo della sua vita, quando si poteva ancora permettere una macchina e una radio. Quei suoi lunghi viaggi solitari tra Benevento e Arzano, sulla sua macchina, da solo, senza puzze altrui. Andando da casa all’ufficio ascoltando la radio che piaceva a lui.

Da quando il Movimento aveva deciso l’uscita dall’Euro e l’introduzione delle Neo-Lire queste si erano deprezzato tanto sul Dollaro che un litro di benzina era arrivato  a costare l’equivalente di un decimo del suo stipendio.

Aveva dovuto vendere macchina e stereo. Fu nello stesso periodo in cui iniziarono a chiudere tutti i giornali. Tutto ebbe inizio quando fu approvata la legge di abolizione dei finanziamenti pubblici alle testate giornalistiche. Il mercato era già in crisi, la mancanza improvvisa di quei sussidi statali fece chiudere tutti i giornali, dal Corriere all’Unità, solo la free press del Movimento resistette e continuò ad essere stampata. Gli altri si trasformarono tutti in giornali online, ma sul web ebbero vita breve. Infatti il costo dei computer era cresciuto del 2000% in 4 anni, era tutta tecnologia estera e le Neo-Lire valevano sempre meno. Quello che un tempo era un bene di largo consumo era tornato ad essere uno strumento ad uso solo delle élite ricche. In pochissimi potevano permettersi un PC a casa, gli smartphone erano diventati oggetti da museo, navigare su internet era diventato un lusso per pochi. Il numero dei lettori on line diminuì sempre di più e in breve fallirono anche i giornali sul web.

Anche la televisione negli anni ’10 non se la passò bene. Mediaset era stata espropriata nel 2016 e le fu imposto un azionarato diffuso, i nuovi manager eletti dal CDA a 5 Stelle però non ne capivano niente di televisione, chiusero tutti i programmi di maggior successo e in pochi anni i grossi investitori abbandonarono l’azienda, le banche tagliarono le linee di credito e poco dopo ci fu il fallimento e poi la chiusura. La RAI, vistasi senza più competitor, decise di ridurre i costi di gestioni riducendo i canali trasmessi. Prima vennero chiusi i canali tematici, poi si pensò di chiudere anche qualche canale generalista, infine si capì che era sufficiente avere un unico canale televisivo.

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Benevento, 10 Settembre 2027, Anno Zero del Libero Stato D’Italia

Ore 9:40 AM

L’autobus nel frattempo continuava lentamente il suo viaggio. Ogni 2 o 3 chilometri accostava e faceva salire qualcuno. Di solito erano operai come Corrado o dipendenti della Regione. I dipendenti pubblici erano subito riconoscibili dal sacco di carbone che portavano con sè e che serviva loro per riscaldarsi durante la giornata. Le stufe a carbone sotto le scrivanie erano state introdotte 3 anni prima per poter abbassare di un ulteriore 5% il consumo ufficiale delle strutture pubbliche. In questo modo la Regione poteva spegnere il riscaldamento e i dipendenti potevano mantenersi al caldo.

Eppure gli sembrava tutto così folle.

Le idee del Movimento in materia di risparmio energetico a prima vista sembravano buone: aumentare l’efficienza energetica per risparmiare corrente e carburante, macchine elettriche al posto di quelle a combustione, lampadine a basso consumo al posto di quelle a tungsteno. Il governo Stellare aveva anche tentato di stimolare la diffusione capillare delle energie rinnovabili, micro eolico e nano-solare di ultimissima generazione (roba inventata dai cinesi nel 2015), ma era tutta tecnologia di importazione e con le Neo-Lire italiane non ci si poteva permettere l’acquisto massiccio di queste tecnologie. I migliori ricercatori scientifici erano emigrati all’estero appena l’Italia era usciti dall’Euro e quando infine chiusero le frontiere ormai era troppo tardi per poter arginare il problema, nessuno in Italia sapeva come costruire un pannello fotovoltaico ad alto rendimento. Tutta la nazione poteva permettersi ogni anno al massimo l’acquisto di pochi metri quadri di pannelli dalla Germania e di uno o due pale eoliche dall’Olanda. Veniva tutto installato a Genova, il gioiello d’Italia.

L’autobus affrontò in quel momento una lunga salita che lo avrebbe portato alla fermata di Arpaia. Era sempre rischioso per autobus elettrici di quella portata affrontare salite cosi ripide. Gli ingegneri della FIAT non erano ancora riusciti a progettare un motore elettrico con abbastanza potenza da poter superare indenni pendenze superiori al 7%. A dirla tutta non erano riusciti nemmeno a progettarne uno in grado di superare i 30 Km all’ora in pianura. Gli autobus elettrici erano così lenti e si rompevano tanto spesso che molte persone preferivano usare altri mezzi: biciclette, cavalli, carri trainati da buoi, molto più costosi ma sicuramente più affidabili.

Qualche collega in passato gli aveva offerto un passaggio a bordo in un carro, ma lui non riusciva proprio a sopportare l’idea di passare 4 ore di viaggio tra Arzano, dove era il suo ufficio, a Beneveno con un collega. Lui odiava i suoi colleghi. Era un sentimento che aveva provato anche prima della Rivoluzione Stellare, ma nel corso degli anni, a causa anche dei nuovi sistemi di gestione del lavoro, il suo odio era aumentato esponenzialmente. Non sopportava l’idea che il Movimento avesse esteso le tutele ai lavoratori a discapito della meritocrazia, lui era stato un manager in carriera e le nuove regole ne avevano limitato le possibilità di crescita in azienda. Il Movimento richiedeva che lo stipendio di tutti i dipendenti fosse lo stesso, inoltre chiunque fosse stato un manager prima della crisi finanziaria della Neo-Lira era ritenuto responsabile di tutti problemi legati all’economia. Lui era stato un ottimo manager e questo adesso andava a suo sfavore, inoltre aveva dovuto cambiare lavoro da quando non gli era più possibile andare all’estero a causa delle limitazione imposte sui visti in uscita e a causa dell’altissimo costo dei biglietti aerei (ormai un volo di solo andata costava quasi quanto una piccola auto elettrica).

Alla fine il motore dell’autobus si bruciò. Fece una fiammata e smise di funzionare. Tutti i passeggeri scesero sconsolati. Lui fu tra gli ultimi.

Appena uscì all’aria aperta si trovò davanti uno stormo di galline selvatiche che razzolavano di fianco all’autobus in panne. Le galline selvatiche avevano iniziato a colonizzare le campagne intorno a Benevento a partire dal 2021, anno in cui una cellula anarchica della Lipu era riuscita a far passare un referendum propositivo che vietava la macellazione e l’uccisione di qualsiasi volatile.

La puzza tipica dello sterco di gallina lo colpì e lo fece rinsavire, smise di pensare al passato, alla sua vecchia carriera, ai colleghi inglesi e americani che non avrebbe più rivisto. Non pensò più alle corse in macchina e alle serate passate chattando con gli amici, non pensò più al passato che non c’era più, quel tempo ricco di rabbia e dolore, ma anche di promesse e di fiducia. Pensò solo all’oggi e a quel maledetto autobus rotto che non lo avrebbe portato in ufficio. Tanto valeva allora tornarsene a casa.

Tra poco sarebbe stato mezzogiorno, salutò Corrado e iniziò ad allontarsi dall’autobus fermo sul ciglio della strada.

Se fosse riuscito a mantenere un passo costante per tutto il percorso, in quattro o cinque ore sarebbe riuscito a tornare a casa.

“Giusto in tempo per la mungitura di Carlotta” disse ad alta voce, col pensiero rivolto al futuro.

(foto di EssjayNZpublicenergy, Roadsipicture, sprengben)

punto

Si chiama carota selvatica. Per me era solo un punto con un fiore intorno, poi wikipedia mi ha raccontato che sotto, nel terreno, c’è un tubero selvatico e qualcuno se lo mangia pure.

Io ci ho convissuto tutta l’infanzia. Quando ci nascondevamo nell’erba alta eravamo di solito circondati dai fiori bianchi della carota selvatica. Se avevamo bisogno di un po’ di spazio per far volare l’aquilone, la carota selvatica era lì, pronta ad ostacolarci la corsa e a frustarci le gambe. Non profumava di nulla, non te ne facevi niente, era inutile, era dappertutto.

E adesso, grazie all’Internét, ho scoperto come si chiama e cosa fa nella vita. Un po’ come aver frequentato una persona per 20 anni e solo in vecchiaia scoprire che si chiama Adolfo e che per mestiere fa lo sterminatore di gruppi etnici.

Strano.

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Inizia”. Da allora non aveva più smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indifferenza si affacciava alla cucina per scoprire il menù. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sarà Francesco”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun Pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo più errori di gioventù dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare quel meraviglioso 1998) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perché la melanzana è buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica e collettiva, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema così. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda sembrava essere quella di scandagliare la realtà, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilità del piacere melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva, pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiaiate di parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non è che non gli piacessero, è solo che non ne riusciva ad apprezzarne la bellezza gastronomica. Era tutto così mediocre e senza sapore. Nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del Sommo Ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Suo fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembrò convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al più presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente già pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.

Goldrake e i terremoti

libri

Avevo quattro anni quando il terremoto distrusse l’Irpinia.  Io e la mia famiglia ci eravamo già trasferiti nella casa in campagna. Mio fratello sarebbe nato solo un paio di settimane dopo.

Nel corso degli anni, parlandone con i miei amici, ho scoperto che tutti si ricordano esattamente, dettaglio per dettaglio, dov’erano quella sera. Sembra sia il ricordo più forte che la mia generazione porta con se.

Io stavo disegnando su un tavolo nella stanza che mia madre usava come studio. Insieme a me c’erano i miei cugini mentre gli adulti stavano chiacchierando nel salone.

Mentre coloravo, il foglio sotto le mie mani si mosse. A partire da questo preciso momento io mi ricordo tutto, ogni movimento del mio corpo, ogni frase detta dai miei genitori, rivedo le mie mani sul foglio e il pastello tra le dita.

Sento mio padre che urla e che si avvicina. Giro la testa verso la porta, verso la sua voce che urla. Nel ruotare la testa, mi accorgo che il lampadario sopra di me sta oscillando, le ombre della stanza ballano.

Mio padre arriva. Blocca la sua corsa aggrappandosi ad uno stipite della porta. Adesso tiene tutte e due le mani appoggiate agli stipiti. Ha gambe e braccia allargate ad ics. Non riesce a mantenersi dritto e scivola da un lato all’altro della porta. Sorrido perché è buffo.

“Che cos’è?” gli chiedo.

E lui inizia ad urlare: “il terremoto, il terremoto, il terremoto “.

Si stacca dalla porta e mi salta addosso. Mi prende, mi regge con un braccio solo, mentre con l’altro cerca di mantenersi in piedi. Adesso vedo solo le sue gambe perchè sono a pancia in giù, il suo braccio che mi stringe sull’addome. Sento che anche i miei zii sono corsi in camera per raccogliere i miei cugini.

Mi scorrono davanti agli occhi, prima il pavimento del corridoio, poi quello del porticato di fronte casa, i tre gradini ed infine i lastroni di cemento che ricoprono il piazzale di fronte casa. Mio padre mi posa per terra. Mia madre dice qualcosa, ma non riesco a sentire.

Adesso siamo tutti in piedi di fronte alla casa e la stiamo guardando. Fuori è buio.

Io mi giro verso la collina che sale sulla destra della casa, sto aspettando che arrivino le esplosioni e la frana. Non arriva niente e io sono un po’ deluso. Mi giro verso mio padre, riesco ancora a ricordare la mia testa che si inclina verso l’alto cercando il volto di mio padre che nel frattempo mi tiene la mano, “papino dove sono le pietre? ci sono sempre le pietre che volano quando c’è il terremoto nei cartoni animati”.

“Non ci sono sempre le pietre con i terremoti” mi rispose e mi accarezzò. Mi piace immaginare che stesse sorridendo.

Ecco, a me torna sempre in mente quella sera quando succede un terremoto.

Il colore del grano

lavanda

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. La stanchezza si era da poco trasformata in noia e inedia. Palpabre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riebbe a metà strada.

Si accorse che stava guidando. Da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non riusciva a capire.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

*

Il Messaggio di Dio

uovo

Un giorno Dio mi disse di prendere un treno.

Era un giorno d’estate e faceva caldo, io ero steso sul letto in mutande e canottiera. A ripensarci oggi mi sembra quasi blasfemo aver ricevuto il primo messaggio di Dio vestito a quel modo. D’altra parte come potevo sapere che Dio avrebbe scelto proprio quel giorno per farsi vivo.

A quel tempo non potevo certo essere considerato un assiduo praticante del culto. Andavo in chiesa, ma non è che ci credessi per davvero. Era più un abitudine presa da bambino. Mia madre che si mette le perle, mio padre che si fa il nodo alla cravatta, le scarpe buone e la passeggiata per il corso; la religione era sempre stato questo per me.

Mi ci volle un po’ prima di capire cosa mi stesse succedendo, non è cosa di tutti i giorni ricevere un messaggio da Dio in persona. Il Logos, l’Origine, l’Alpha e l’Omega nella mia camera da letto, alle due del pomeriggio di un mercoledl di Luglio.

Devo ammettere che però affrontai la cosa con il giusto sangue freddo, dopo i primi momenti di spaesamento corsi subito a prendere il blocco note e la matita che usavo per gli appunti all’università. Non potevo certo correre il rischio di dimenticare alcuna parte del messaggio di Dio. Segnai la data in alto a destra sul foglio, tracciai una linea ed iniziai a scrivere.

Devi Prendere Il Treno Che Ti Porterà. Via da qui. Vai E Segui La Luce E Il Vento. Latte.

Dio a volte è poco chiaro. Col tempo mi ci sono abituato, ma allora ero nuovo a questa Sua forma di comunicazione. Sapevo però che c’era un treno che dovevo prendere. Mi vestii di corsa, piegai il foglio con gli appunti e me lo misi nella tasca posteriore del jeans. Uscii sbattendo la porta alle mie spalle, la stazione era a meno di due chilometri da casa, non avevo bisogno della macchina.

Mi misi a correre. Se Dio ordina non bisogna perdere tempo.

In stazione c’era un solo treno pronto a partire. Arrivava a Nord, saliva per oltre quattrocento chilometri. Era il mio treno. Presi il foglio di carta con gli appunti, rilessi quanto avevo scritto e andai a fare il biglietto.

Il treno era per metà vuoto, in altri periodi sarebbe stato pieno di studenti, ma d’estate con le scuole chiuse si viaggiava più comodi.

Quando il treno partì mi sentii d’un tratto più leggero, sorrisi alla ragazza seduta di fronte a me. Lei ricambiò il sorriso e si mise a piangere. Strano, pensai, chissà cosa le prende.

Incominciò ad urlare, sempre più agitata, mi abbracciò. Cercai di scansarla, ero terrorizzato. Accorsero altri passeggerei attirati dallo spettacolo, la ragazza era ormai preda di un attacco isterico. Poi d’un tratto si calmò e iniziò a pregare inginocchiandosi; Dio ho fatto come mi hai detto, bonfochiava, sono sul treno e sono nella tua grazia, dimmi adesso cosa devo fare.

Un vecchio alle mie spalle urlò che Dio non poteva aver parlato a quella ragazza, perché Dio aveva chiesto a lui di salire sul treno.

Nel giro di pochi minuti ci rendemmo conto che tutti, ma proprio tutti su quel treno, erano stati chiamati da Dio.

Ci rimasi un po’ male.

Da allora sono passati sei mesi. Le notizie che ci arrivano sono parziali ed imprecise. L’esercito ha smesso quasi subito di rifornirci di cibo ed acqua. Dicono che fosse impossibile assistere tutti i treni occupati dai Chiamati. Pare che adesso anche le autostrade siano piene di gente come noi chiamata ad adempiere alla Missione.

La televisione non trasmette più, si dice che quasi tutti i tecnici televisi del paese si siano imbarcati su delle navi da crociera dirette in Egitto. I treni sono fermi perché non c’è più corrente, il vecchio che incontrai il primo giorno è morto ieri. Sembra sia stato un infarto.

Solo le radio continuano a funzionare, nessuno ha ancora capito perché. Ieri hanno detto che la Cina sta mandando degli aiuti, ma non sanno ancora quando potranno essere qui.

Ma cosa importa in fondo.

Siamo sempre di più.  Dio ci ha scelti e chi siamo noi per rifiutare la sua Chiamata.

Sappiamo che ci ha voluto qui, sappiamo che ci parla e ci dice di continuare a cercare. Sappiamo che siamo nel giusto e che stiamo costruendo un mondo migliore.

Dio è con noi.