Page and Google Glass

New Yorker, February 21, 2050

Nel 2015 Google iniziò a commercializzare la prima versione dei Google Glass. Questi occhiali, dalla tecnologia ancora primitiva, furono il primo tentativo da parte di una grande multinazionale di creare un sistema integrato uomo/macchina. I Google Glass segnarono una vera e propria rivoluzione nel modo in cui le persone si relazionavano con un computer. Nel 2017 venne il turno di Apple di presentare al mondo la sua personale interpretazione del wearable computing. L’azienda di Cupertino  introdusse l’iWatch, il primo orologio in grado di interfacciarsi con un essere umano tramite feedback epidermici.

In pochi anni tablet e PC sparirono per essere sostituiti dall’architettura Cloud/Human che ancora oggi utilizziamo.

Nello stesso periodo in cui Apple incominciava a vendere l’iWatch, in Finlandia, nella città di Tampere veniva fondata una piccola startup che da lì a pochi anni sarebbe diventata celebre.

La Mnemosine, dal nome della dea greca personificazione della memoria degli uomini, fu fondata da due giovani ricercatori di origine europea Ippu Milly, un ingegnere Finlandese esperto in biotecnologie, e Gunther Braun, un chimico originario di Monaco di Baviera

Nel fondare la loro azienda i due brillanti scienziati si erano dati l’obiettivo di applicare alcune nuove tecnologie di interazione uomo macchina alla cura dei malati di Alzheimer

Gunther e Ippu avevano studiato assieme al MIT di Boston, si erano conosciuti quando entrambi entrarono a far parte dell’equipe del professore Martin Doller, l’inventore dei nanotubi molecolari.  Fu nell’Aprile del 2017 che Ippu propose a Gunther di fondare assieme una società per poter mettere in pratica le loro scoperte

Fu sempre Ippu ad avere l’idea di creare la società in Finlandia in modo da poter accedere a manodopera altamente qualificata e a basso costo. La crisi europea che durava da oltre vent’anni aveva costretto le società del vecchio continente a licenziare decine di migliaia di ingegneri altamente qualificati, la Finlandia era piena di talenti che non vedevano l’ora di entrare a far parte della Mnemosine e, per la gioia dei due fondatori, con salari da terzo mondo.

Grazie alla rete di conoscenze che Gunther ed Ippu si erano costruiti ai tempi del MIT, i due riuscirono ad ottenere i primi finanziamenti. Il primo prodotto su cui iniziarono a lavorare fu chiamato MemRe (Memory Repair) ed era un elettrostimolatore che avrebbe dovuto risvegliare le sinapsi distrutte dalle malattia neurodegenerative.  Il gruppo di lavoro della Mnemosine impiegó cinque anni per cercare di far funzionare il prodotto, ma senza alcun successo significativo. Nel frattempo però la società era riuscita a sviluppare un notevole portafoglio di brevetti sulle nano sonde che permettevano di interagire con la corteccia cerebrale.

Durante quegli anni di ricerca i due amici avevano deciso di dividersi i ruoli in azienda. Gunther era quello che si dedicava a promuovere i prodotti della società e a curare le relazioni con i finanziatori, Ippu invece era a capo del team di ricerca.



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Incontro per la prima volta Ippu mentre è seduto sul retro di un palco.

È un uomo sulla sessantina, capelli bianchi e barba lunga, indossa degli spessi occhiali con montatura scura, ai piedi ha delle scarpe da ginnastica, camicia e maglione scuro. Ha l’aria di essere un uomo frugale, dai gusti semplici, ma con un suo personale senso estetico. Quando ci incontriamo è seduto su una sedia di legno, ha le mani in grembo.

Ippu è lì, dietro le quinte di un palco, seduto compostamente come solo un ben educato ingegnere europeo può fare, perché attende che il presentatore della serata lo introduca. Ci sono più di 300 persone che siedono nell’auditorium dove io e Ippu ci siamo incontrati e tutti attendono lui.

Siamo in Texas, ad Austin, e i ragazzi che pazientemente aspettano l’inizio della conferenza vogliono ascoltare il racconto di Ippu, vogliono sentire dalla viva voce del vecchio maestro la storia di come una piccola società finlandese in solo dieci anni sia diventata la più grande compagnia del mondo.

Saluto Ippu e mi presento. Gli spiego che sono uno scrittore e che sto preparando un pezzo sulla storia della Mnemosine.

Mi siedo affianco a lui e inizio a fargli qualche domanda. Gli chiedo se sia nervoso, ma lui mi spiega che ormai quella è la sua centesima conferenza, ha passato gli ultimi due anni a girare per le università del paese, di solito viene invitato da piccole associazioni studentesche di appassionati di tecnologia neurale.

Mi racconta che in tutti questi anni ha raffinato il discorso che fa durante questi incontri, lo sa a memoria e non ha più paura di perdere il filo o di annoiare il pubblico. Mentre siamo lì che chiacchieriamo sentiamo un fragoroso applauso che parte dal pubblico. Dice “tocca a me”, si alza e sale sul palco.

Ippu è un ottimo narratore e il suo accento finlandese è quasi impercettibile. Nella sua conferenza ripercorre i primi anni di studi al MIT, gli anni di ricerca col professor Doller e l’incontro con Gunther Braun. Quando il racconto arriva al periodo della Mnemosine la voce di Ippu si fa molto più appassionata, i ricordi di quegli anni sono vividi e ricchi di dettagli, i ragazzi in sala ascoltano in silenzio. Ippu si prende una pausa prima di raccontare la notte in cui lui e Gunther ebbero l’idea che avrebbe rivoluzionato il mondo.

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Era il Natale del 2020 nessun test sui malati di Alzheimer aveva ancora dato esito positivo. Gunther era andato a casa di Ippu per fare il punto della situazione. I finanziatori avevano deciso di non rinnovare il contratto, non credevano che i due sarebbero riusciti a far funzionare il prodotto. Gunther avrebbe voluto chiudere la società, ma Ippu si opponeva.

Gunther aveva ricevuto un’offerta di lavoro per tornare in Germania e avrebbe voluto lasciare l’amico e chiudere i conti della società. Ippu sapeva che se avessero chiuso la società, data la situazione economica della Finlandia, lui e la sua famiglia si sarebbero dovuti trasferire, ma lui era troppo legato alla sua terra e alle sue tradizioni e lasciare Tampere sarebbe stato troppo doloroso. Ricordava ancora con orrore gli anni passati lontano da casa per poter studiare al MIT. I due passarono ore a discutere, erano chiusi nell’ufficio di Ippu, al di là della porta chiusa le famiglie dei due amici preparavano il cenone di Natale.  Ippu era disperato, voleva a tutti i costi convincere l’amico a non partire. Fu allora che disse all’amico:

“Il problema che abbiamo è che non riusciamo a ristabilire la connessioni neurali. Le nostre sonde sono troppo deboli per poter ricreare la comunicazione tra le sinapsi, non riusciamo a far arrivare abbastanza energia alle sonde senza mandare in blocco il sistema. Non possiamo mandare segnali, però potremmo usare la tecnologia delle sonde per provare a ricevere segnali e ad interfacciarci col cervello dei nostri pazienti”

“E a che potrebbe servire una cosa del genere?” chiese Gunther.

Allora Ippu, indicando i Google Glass che l’amico indossava, disse:

“Pensa ad un sistemai in grado di  interfacciarsi direttamente con un utente attraverso le sinapsi, immagina un sistema digitale che possa leggere direttamente i tuoi pensieri, niente occhiali, niente orologio, niente strisce di sonde elettroniche sul braccio. Un’interfaccia uomo/macchina che si installa direttamente nel tuo cervello”.

Gli amici passarono tutta la notte e tutte le restanti vacanze di Natale a discutere delle idee di Ippu. Durante la conferenza ad Austin, Ippu spiega perché prima di allora non aveva proposto il progetto alla amico

“Pensavo fosse una tecnologia pericolosa. A quel tempo ero un’attivista della Free Software Foundation, mi battevo per la tutela della privacy in rete e contro le leggi che imponevano alle società private di condividere dati personali con i governi. Nella tecnologia neurale intravedevo possibili rischi di abusi da parte di privati o di governi. Non avevo ancora immaginato appieno i benefici che la nostra tecnologia avrebbe apportato al genere umano. I puerili dilemmi morali che all’epoca mi tormentavano furono spazzati via in poco tempo”.

A Gennaio, subito dopo le feste natalizie, Gunther propose il progetto ad un fondo di finanziamento di Dubai.

“Ci diedero 700 milioni di dollari e ci dissero che avevamo cinque anni per completare il progetto”.

Ippu non lo dice nella conferenza, ma quello fu il più grosso finanziamento mai erogato da un fondo privato.

Nei cinque anni successivi i due amici affrontarono una serie di problemi tecnici notevoli. Dovettero investire gran parte del loro budget nella creazione di un sistema di calcolatori paralleli in grado di poter analizzare la quantità immensa di dati che raccoglievano dalle sinapsi. Una volta risolto questo problema si occuparono di miniaturizzare i circuiti che gestivano le sonde, in modo da poter inserire gli apparati direttamente nel cranio dei loro utenti.

Fu così che dopo esattamente 5 anni, proprio quando anche gli emiri erano sul punto di tagliare i fondi alla Mnemosine, Gunther e Ippu organizzarono una conferenza stampa per presentare il prodotto che avrebbe riplasmato il genere umano: interbrain.

Nel giro di due anni il prodotto fu installato a più di 5 milioni di utenti. Dopo tre anni, introdussero la seconda generazione del prodotto, più piccolo e meno costoso. Era stato disegnato per poter essere impiantato anche su utenti con meno di 10 anni e finalmente supportava tutte le lingue parlate sul pianeta.

Con interbrain le persone potevano scaricare sui server della Mnemosine ogni loro singolo pensiero. Nulla andava più perso, tutto gli stream venivano salvati e potevano essere condivisi con amici e conoscenti. Gli studenti non dovevano più prendere appunti, i viaggiatori non erano più costretti a fare foto, i registi potevano creare un film solo pensandolo, gli scrittori smisero di scrivere. Fu la rivoluzione della comunicazione.

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La conferenza di Ippu termina proprio col lancio di interbrain 2.

Quando torna dietro il palco è visibilmente stanco, ma non si sottrae alle mie domande. Gli chiedo se ha dei rimpianti, lui ci pensa un po’, con gli occhi si fissa le punte delle scarpe e quando rialza la testa mi risponde:

“A volte vedo cosa abbiamo fatto, come siamo riusciti a cambiare il mondo, le meraviglie e la gioia che oggi viviamo e penso che forse ci avrei dovuto pensare prima. A volte le migliori soluzioni si nascondono dietro i nostri principi. Ecco, rimpiango di essere stato così lento a capire”.

Mi stringe la mano, sorride e mi saluta. E mentre questo piccolo vecchio ingegnere si allontana camminando lentamente verso l’uscita, penso alle sue parole “le meraviglie che oggi viviamo”. Sono colpito dalle semplici parole di Ippu Milly, l’uomo più ricco del mondo, perché ha ragione da vendere. Oggi viviamo un mondo di gioia e meraviglia, ed è tutto merito della sua Mnemosine, l’azienda più grande che sia mai esistita.

Oggi nei database dell’azienda di Ippu e Gunther sono contenuti i pensieri e le idee di circa 6 miliardi di persone. Grazie alla raccolta di questi dati e agli algoritmi che li analizzano, oggi viviamo in mondo nettamente migliore di quello in cui i nostri nonni, coi loro Glass e iWatch, erano abituati a vivere.

Il tasso di criminalità mondiale è sceso a ZERO. Oggi la polizia è in grado di fermare un crimine nell’attimo stesso in cui viene compiuto.  Le guerre non esistono più grazie ai tecnici della Mnemosine che analizzano i pensieri dei popoli in lotta e creano trattati di pace perfetti che ottimizzano la felicità di tutte le persone coinvolte. La politica rappresentativa non esiste più. Gli ingegneri della Mnemosine possono dirci in tempo reale che decisioni prenderebbe tutto il corpo elettorale senza nemmeno dover porre le domande. Non bisogna più votare perché chi ci governa sa in ogni istante cosa vuole il popolo.

Oggi viviamo in mondo di gioia e meraviglia, senza guerra, crimini e corruzione. Tutto questo nacque trent’anni fa, in una piccola stanza di una piccola città di una minuscola nazione.

Era Natale. Mi piace pensare che là fuori ci fosse un coro di giovani finlandesi che intonavano canti natalizi. Mi immagino una finestra un po’ socchiusa nell’ufficio di Ippu, lasciata aperta, e che insieme all’aria fresca fa entrare anche la voce di quel coro. Riesco quasi a vedermeli Ippu e Gunther che discutono della loro idea. I due buttano giù appunti, scrivono, discutono, quando a un certo punto le voci del coro si fanno più forti e la stanza si riempie di questo canto:

“Venite adoriamo il nostro Salvatore”

Grazie interbrain, noi ti adoriamo.

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Una storia in sette capitoli

CAPITOLO 1

Si incontravano sempre per caso. Non sentivano la necessità di chiamarsi, di fissare degli appuntamenti. Sapevano che in un modo o nell’altro le loro vite si sarebbero incontrate. E ogni sera era un’avventura diversa.

Lui tornava da lavoro, si cambiava e usciva. Sapeva che l’avrebbe incontrata, anche se non sapeva dove. Affrontava la serata con indifferenza, ma in fondo terrorizzato dall’idea di non vederla.

Si incontravano sempre. E sempre per caso.

CAPITOLO 2

Aveva giocato a calcetto per anni. Da quando era bambino.

Quando non andava a scuola, con gli amici si fiondava sul campetto dietro la chiesa. Il parroco non c’era quasi mai. E quando c’era faceva finta di niente.

Durante l’università aveva scoperto il piacere del dopo partita. La chiacchiera nello spogliatoio. I pettegolezzi. Il cameratismo bieco.

Adesso non poteva più giocare. Il ginocchio era andato.

Era iniziato tutto con una fitta. Poi un giorno si trovò a non poter più muovere la gamba. Si spaventò e il giorno dopo corse dal dottore. Gli dissero che avrebbe dovuto riposarsi. Lui li prese in parola e si impigrì per quasi un mese.

Il ginocchio cedette una sera d’estate su un campetto di terra.

CAPITOLO 3

Ogni venerdì sera prende il treno per tornare a casa.

Il treno nasce a Nord e muore a Sud. Taglia la nazione. Al suo interno un’affresco di personaggi stanchi. Le storie le ha ascoltate decine di volte. Persone sempre diverse, ma sempre le stesse vite.

Mariti e padri che costruiscono, spostano, saldano. Studenti assonnati e carichi di speranze. Ragazzi non ancora uomini che dribblano il controllore per non intaccare lo stipendio.

Ormai ha imparato a riconoscere gli scompartimenti tranquilli. Gli basta uno sguardo veloce alle borse e alle facce per capire se può sedersi o se deve cercare ancora.

Col tempo ha imparato a schivare i logorroici e i troppo tristi, i migranti e gli insonni, i bambini e i malati.

Preferisce viaggiare solo. Riempire il viaggio con le riviste e riposando.

Non guarda quasi mai fuori dal finestrino. Fuori è brutto ed è sempre notte.

CAPITOLO 4

In ufficio si va vestiti bene. La giacca e, possibilmente, la cravatta. D’estate al massimo in camicia. Mai in jeans. Le scarpe di pelle sempre lise. Le nuove non si mettono per l’ufficio, ma per i matrimoni.

In ufficio non si fuma più da almeno un anno. Prima potevi entrare con il giornale sotto al braccio, ma adesso ti guardano male, lo devi nascondere nella borsa.

C’è tutto un mondo in quelle stanze. Ci si conosce da anni. Dietro ogni volto c’è una famiglia. Conosci nomi ed età di tutte le famiglie collegate a quel mondo. Le facce le sai grazie a qualche vecchia foto conservata nei portafogli. Foto rovinate e sgualcite, vecchie di anni.

Raramente qualche familiare entra all’interno del mondo chiuso dell’ufficio. Ti viene presentato e ci si stupisce a scoprire che il volto di quella foto sia invecchiato tanto. Nella foto della comunione non sembrava così grande, adesso è un’uomo.

CAPITOLO 5

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. Palpebre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riprese a metà strada.

Si accorse che stava guidando, da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non capiva.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

CAPITOLO 6

Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.

Il box è troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappotto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.

E’ solo in ufficio. Capita sempre più spesso.

Nessuno vuole più fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia più preziosa un’ora passata con la famiglia che il corrispettivo pagamento.

Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.

Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.

E’ una settimana che non la vede.

In strada non c’è molto traffico, l’autobus non tarderà. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul  letto, non perché avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.

La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.

Si siede e aspetta il suo autobus. Caldo. Stanco.

Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Così sarebbe dovuto finire.

Quando l’autobus arriva, si alza.

CAPITOLO 7

Adesso girava per la casa vuota chiamando “micio micio”. Si sentiva ridicolo.

A 50 anni suonati, giacca, cravatta, borsa di pelle, si aggirava in una casa vuota, urlando in falsetto “vieni mio bel micino”.

Ma il gatto era importante, era stato un compagno fedele per la madre e, adesso che lei non c’era più, andava protetto. Era una missione, doveva proteggere il gatto. Doveva farlo per la madre.

Il gatto c’era quando lei se ne era andata. Lui, il suo unico figlio, no. Non era lì.

Doveva ritrovare il gatto.

Sei racconti che non ho avuto tempo di scrivere

1. La disegnatrice di muri

In Polonia c’è una piccola società di grafica. Ci lavorano 30 persone in tutto. Accettano per lo più commissioni dai grandi studi di videogame. Una di questi grafici è specializzata nel disegnare le texture dei muri. Però si annoia, allora inserisce messaggi e disegni nascosti nei muri. Per lei è solo un gioco, ma la tiene occupata. Venti anni dopo alcuni ragazzi appassionati di retro gaming ritroveranno quei messaggi e fonderanno una setta di adepti al culto dei segni nei muri.

2. L’ultima partita a cowboy e indiani

L’ultima partita a cowboy e indiani fu giocata nell’estate del 1997 in un campo abbandonato nella periferia di Madrid. A giocarla furono 7 bambini e 3 bambine. Avevano imparato le regole dal nonno di uno di loro. Questo nonno non faceva altro che raccontare di quando tutti i cortili e gli spiazzi della Spagna erano usati per giocare a Cowboy e Indiani. I bambini si fecero allora spiegare le regole e decisero di giocarci. Per l’occasione si applicò il regolamento classico stabilito negli anni ’20 dal comitato di bambini di strada dell’Europa centro meridionale. La partita del 1997 non fu però molto divertente, uno dei bambini cadde e si sbucciò un ginocchio decidendo quindi di abbandonare il campo di gioco, scoppio allora una lunga discussione su chi dovesse uscire per poter riequilibrare le squadre. I bambini decisero di non giocarci mai più e quella fu la fine ufficiale del gioco Cowboy e Indiani.

3. L’uomo che sognava le enciclopedie

C’è questo tizio che si chiama Giovanni, vive da solo. Adesso ha una quarantina d’anni e da più di un decennio quando dorme sogna sempre la stessa cosa. Cambiano i dettagli, l’ambientazione può essere diversa (un letto in riva al mare, la torre di un castello, il banco della sua classe in terza elementare), ma la storia del sogno è sempre la stessa: c’è lui che legge un volume di enciclopedia. Le prime volte era anche andato su internet a controllare se esistevano davvero le enciclopedie che sognava, ma aveva scoperto che quello che leggeva di notte era solo frutto della sua fantasia. Opere quali “L’universale raccolta dello scibile umano – volume terzo”, “Storia della filosofia della gloriosa nazione di Ultronia”, “L’enciclopedia delle arti e delle scienze raccontate da un pastore balbuziente”, “Storia comparata dei numeri primi – volume 8”, “Grammatica e igiene orale – dalla lettera D alla F”.

4. La storia del miglior prosciutto del mondo

Il prosciutto più buono del mondo fu servito in un supermercato di Reggio Calabria. Ne furono prodotte 673 fette, il 15 % di queste fu inserito in panini, il 44% venne mangiato come antipasto, il 32% fu mangiato direttamente dalla vaschetta, il restante 9% venne usato per particolari pratiche sessuali. La perfezione organolettica di quel prosciutto fu causata da diversi fattori: una tara genetica dei genitori dell’animale, un’estate perfettamente mite, il carattere particolarmente espansivo del maiale, l’abitudine da parte dell’allevatore di mescolare i resti del suo pranzo al cibo per le bestie. Tutte le persone che assaggiarono quel prosciutto godettero in seguito di una vita felice ed appagata.

5. Ma davvero vissero felici e contenti?

Il gatto con gli stivali viene castrato, ingrassa di dieci chili e muore per un colpo al cuore.

Pinocchio a sedici anni fonda una rock band, a diciotto passa l’estate a Rimini col suo gruppo suonando nelle balere. A ventuno pubblica il suo primo album da solista. A ventidue anni scopre di essere siero positivo. Muore a soli ventitré anni. Le sue ultime parole, pronunciate sul letto di morte al padre Geppeto, sono state “se fossi stato di legno tutto questo non sarebbe successo”.

La sirenetta scopre che il marito la tradisce, diventa anoressica.

Cenerentola passa la vita ad organizzare feste e balli, ma non riuscirà mai a replicare la magia di quella sera.

6. Il vero Dio

Si scopre che il Pastafarianesimo è l’unica vera religione. Il grande Dio Meat-Ball appare sui cieli del mondo e detta le sue leggi. L’Italia viene bombardata dalle altre nazioni del mondo perché colpevole di aver inventato un cibo blasfemo: gli spaghetti al sugo.

I fanali fanno pop

Da ragazzi facevamo questo gioco, di notte correvamo lungo i marciapiedi, sceglievamo l’auto con la carrozzeria più nuova e poi gli spaccavamo i fanali. Ognuno di noi aveva la sua arma preferita, un sasso, un bastone, un’asse piena di chiodi, c’era perfino chi si era costruito un nunchaku in casa con due pezzi di legno attaccati con lo spago. Io avevo un pezzo di tubo innocenti che tenevo nascosto dietro un cespuglio, vicino alle panchine dove ci incontravamo ogni sera. Il tubo lo avevo preso da uno dei cantieri di mio nonno, corto e arrugginito, in mano era pesante e freddo, ma era perfetto per spaccare fanali. Ci sentivamo come in un film con Chuck Norris e Bruce Lee e perciò il nostro idolo era Mario, lui i fanali li spaccava a mani nude. Era un ragazzone di quasi due metri con le mani grosse e la faccia ancora brufolosa. Aveva lunghi capelli neri che portava legati con un elastico scuro, non ho mai capito se quella coda di cavallo fosse un omaggio al nostro eroe Steven Seagal o a Fiorello che quella estate era venuto a Benevento per registrare una puntata del Karaoke di Italia1.

Mario era tanto in fissa con i film di arti marziali che aveva convinto sua madre ad iscriverlo a karatè. Si era persino fatto montare un sacco da pugile in camera. Mario era il mio mito, io al massimo in camera avevo il poster di Michael Jackson sulla copertina di Bad. La tecnica per spaccare i fanali con le mani l’aveva imparata durante le lezioni di karatè, Mario si avvicinava al muso della macchina, allargava le gambe ben piantate per terra e poi si metteva in posizione.  Ogni volta che lo vedevo così a me sembrava di rivedere Daniel-San, con i piedi su una trave infilata nella sabbia, che faceva le prove per il colpo dell’airone. Mario restava così, con il pugno destro caricato all’indietro e il braccio sinistro allungato davanti con la mano ad artiglio, ci restava per buoni venti o trenta secondi, il tempo giusto per attirare l’attenzione di tutta la comitiva che era lì in missione a spaccar fanali. Poi, quando tutti gli occhi erano per lui, sferrava il pugno accompagnandolo con un urlo secco “ACC!”  E il fanale faceva pop. In frantumi.

Di solito, dopo l’esibizione di Mario, tutti i ragazzi gli davano grosse pacche sulle spalle commentando “Ua, Mariotto, sei proprio gruoss”, “manco Bruce Lee c’aveva tutta ‘sta putenza”.

Ma quella sera non ci furono pacche e complimenti perché io fermai l’entusiasmo di tutti:

“Mario, ma quella è la Mercedes di Pino Manomozza! Quello ci rompe il culo se ci sgama”.

Mario era ancora in posizione con le gambe divaricate, alzò lo sguardo dal faro anteriore che aveva appena fatto in mille pezzi e mi fissò negli occhi. Il piccolo Steven Seagal del Viale Principe di Napoli aveva perso tutta la sua aria spavalda, i suoi occhi erano pieni di terrore. Mi fissava come alla ricerca di una parola di conforto, ma a me tremavano le gambe. Giravano storie terribili su Pino Manomozza, si diceva che fosse sempre armato di una molletta, il coltello a serramanico dei film americani; mio cugino diceva che a casa Pino aveva una pistola che una volta aveva usato per uccidere un rivale d’amore. Tutti lo chiamavano Manomozza, ma in realtà aveva entrambe  le mani, solo che alla destra gli erano saltati mignolo e anulare. Mario diceva che le due dita a Manomozza gliele avevano tagliate due camorristi venuti da Napoli che dovevano vendicare un torto fatto ad un boss dei Quartieri Spagnoli; mio padre invece diceva che Pino aveva perso le dita da ragazzo quando correva con i go-kart. Pino mi faceva molto paura e se da una parte ero dispiaciuto per la sorte che era toccata al mio amico Mario, ero comunque sollevato che non fossi stato io a far esplodere il fanale. Fu allora che decisi che la cosa migliore da fare fosse scappare lontano da Mario e dalla Mercedes rotta. Corsi lontano urlando: “Presto scappiamo, via, via, via!”. Sentii i passi dei miei compagni che mi venivano dietro, ma non mi girai. Arrivai a casa, salii velocemente le scale e solo quando arrivai in camera mia, spalle alla porta, mi sentii finalmente sicuro. Mario probabilmente era morto, ucciso dalla pistola di Pino, ma io ero salvo.

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***

In realtà Manomozza non scoprì mai chi fu a rompergli la macchina, aveva provato ad identificare il colpevole, ma la nostra rete di omertà resistette e nessuno di noi parlò. Mario si salvò e noi smettemmo di rompere automobili.

Ripenso a quella sera e a quella strana amicizia che ci legava, mentre lo vedo che si siede sulla sedia di fronte a me. Mario ha di nuovo lo sguardo da bambino colpevole, quello di uno che ha fatto un grosso errore . Però non ha più il corpo di un ragazzone di sedici anni, ora è un quarantenne con un matrimonio fallito alle spalle. Erano quasi vent’anni che non ci vedevamo, qualche volta ci si era incontrati per il Corso, un saluto veloce e nulla più. Avevo saputo che si era sposato con una ragazza di origini ucraine, aveva sempre avuto un debole per le donne alte e bionde alla Brigitte Nielsen e con questa moglie pare che avesse coronato quel suo sogno da adolescente arrapato.

Sediamo ai tavolini del Bar Traiano, quando ho bisogno di un po’ di riservatezza vengo sempre qui, al bar di Don Raffaele. Il caffè è ottimo perché il locale conserva ancora la vecchia macchina a pressione della San Marco, un gioiello che ormai pochi possono permettersi. Oltre all’ottimo caffè, il bar offre anche un posto riparato dove sedersi, nel vicolo che affaccia sull’arco Traiano da cui il locale prende il nome. È perfetto per chi vuole discutere di un’operazione di diffamazione su scala mondiale, come ci apprestiamo a fare io è Mario.

***

Mi aveva chiamato quindici giorni prima, aveva trovato il numero di telefono del mio ufficio sulle pagine gialle alla voce esperti di comunicazione. Aveva saputo da un amico di un suo parente che oltre ai servizi standard di una società di pubbliche relazioni, la mia ditta si occupava anche di operazioni non proprio lecite. Quando gli risposi al telefono, lui riconobbe subito la mia voce e mi disse

“Ciao ‘Ntoni, sono io Mariotto. Ti ricordi di me?”

“Ue’ Mario, ma come stai? E certo che mi ricordo di te.”

” ‘Ntoni ho bisogno di una mano, mi hanno detto che tu puoi aiutarmi”.

Gli diedi appuntamento da Don Raffaele. Quella prima volta che ci incontrammo, quando si sedette al tavolino quasi non lo riconoscevo. Non era più il Mariotto alto e muscoloso, gli anni gli erano caduti addosso con violenza, aveva perso gran parte dei suoi lunghi capelli neri ed era diventato grasso e goffo.

Mi spiegò che sua moglie lo aveva lasciato e si era messa con un uomo molto più anziano di lei. Lui era furioso e voleva vendicarsi a tutti costi. Non c’era amore nella sua voce, nessun rimpianto o tristezza per l’amore svanito, solo rabbia. Probabilmente se avesse avuto la possibilità avrebbe scaricato volentieri tutto quell’odio sulla ex-moglie così come faceva da ragazzo col suo sacco da pugile. Però Mario era troppo furbo per farsi rovinare la vita da un gesto tanto avventato, per questo aveva deciso di chiamare me. Voleva umiliare la moglie, distruggerne l’orgoglio e la reputazione, ma senza che tutto ciò potesse essere ricondotto a lui.

Mi disse che avrebbe speso qualsiasi cifra pur di vederla distrutta.

Io accettai di aiutarlo e mi feci dare alcune informazioni che mi servivano per poter operare. Mario mi diede l’indirizzo mail della donna, il suo account Facebook e il numero di conto corrente. Chiesi se frequentasse locali pubblici e quali fossero le sue preferenze in fatto di uomini. Dopodiché gli dissi: “Vediamoci qui tra due settimane”.

***

Passano le due settimane e Mario è di nuovo davanti a me al Bar Traiano. Questa volta non è arrabbiato, ma ha lo sguardo da bambino colpevole, forse ha paura di sentire cosa ho da dirgli.

“Mario, sai cos’è un meme?”

“No, cos’è?”

“È un idea che piace al nostro cervello e che altri cervelli tendono a copiare e a condividere. Un meme è come un virus, è un’idea piacevole che si sposta da una persona all’altra. A noi essere umani piace condividere le cose belle, di solito un film visto a cinema è sempre più divertente che visto a casa, perché a cinema si ride assieme e si condivide quell’esperienza.

La mia azienda si occupa spesso di meme; noi curiamo la comunicazione di molte compagnie e i nostri clienti ci tengono ad avere una buona pubblicità specialmente quando questa è gratuita. I meme ci aiutano a diffondere i messaggi pubblicitari dei nostri clienti.

Però un’idea potente può anche essere pericolosa. Hai mai sentito parlare dello Star Wars Kid?”

“No, ma cosa c’entra questo con mia moglie?”

“E adesso ci arriviamo.

Star Wars Kid è stato uno dei primi video virali su internet. Nel 2002 un ragazzino americano venne ripreso da alcuni suoi compagni mentre faceva finta di avere una spada laser tra le mani. Il ragazzo non aveva nemmeno sedici anni, era obeso e buffo. Il video arrivò su internet e fece il giro del mondo. Milioni di persone lo videro, poi iniziarono le parodie, le prese in giro, i messaggi indignati e poi disgustati. Immagina cosa deve essere stato per quell’adolescente sapere che tutto il mondo lo conosceva e rideva di lui. Quel buffo video rovinò la vita di Star Wars Kid, a scuola fu oggetto di bullismo, cadde in depressione e da allora non si è più ripreso. Ed è stata tutta colpa di quel meme.

Io ho fatto di tua moglie la nuova Star Wars Kid.”

Poi, con un gesto teatrale, tirai fuori un tablet dalla borsa che avevo sulle ginocchia . Glielo passai e gli dissi di premere play.

Sullo schermo apparve l’immagine della moglie di Mario in un locale buio. Era in una discoteca, indossava un abito corto e piuttosto volgare, stivali in pelle e tacchi alti. Il trucco era particolarmente vistoso, lo smokey agli occhi e labbra rosso fuoco. Nel video la donna stava flirtando con un uomo, erano seduti su un divano e lui le teneva una mano tra i capelli. Dopo qualche secondo la donna sorrise e si chinò come a poggiare la testa sul ventre di lui. La posizione che avevano assunto era abbastanza equivoca, sembrava quasi che lei stesse per aprire la bocca e succhiargli via il cavallo dei pantaloni. Ma poi il corpo di lei si irrigidì, strabuzzo gli occhi e vomitò addosso all’uomo che inutilmente aveva cercato di scansarsi. Il video si fermò su quel l’immagine imbarazzante e comparve una scritta “What a BITCH!!!”. Terminato il video continuai nella mia spiegazione.

“L’uomo del video è un mio collaboratore e la settimana scorsa ha adescato tua moglie in discoteca. Sapevamo che sarebbe stata da sola perché si era messa d’accordo con le amiche via Facebook. Due giorni prima una profumeria di San Giorgio del Sannio le aveva mandato un coupon per una seduta gratuita con un truccatore professionista, lei ci è andata il pomeriggio prima della discoteca. Dovevo essere sicuro che apparisse così come volevo, i dettagli di un meme sono importanti. La sera il mio uomo le ha messo dell’emetico nel cocktail che stava bevendo, io ero nel locale con la videocamera e ho ripreso tutto.

Il giorno dopo il video è stato caricato per la prima volta da un mio contatto in Cina. Poi un altro lo ha postato su un blog in Corea ed infine è stato messo su un tumblr gestito da un mio amico in Sud Africa. Parliamo di gente che ha milioni di follower su Twitter, blogger che hanno una fan-base che li idolatra, influencer che possono fare la fortuna o meno di un qualsiasi prodotto commerciale. Il video dopo qualche ora è stato ritwittato da centinaia di migliaia di persone. È sbarcato negli Stati Uniti sei giorni fa, qualcuno l’ha caricato su Youtube e poi su Dailymotion. Su Facebook è comparsa la prima parodia 48 ore fa; si tratta di una versione del video girata in stopmotion con i pupazzi Lego. Ieri è nato il primo tumblr che raccoglie tutte le parodie e le versioni alternative. Stamattina un ragazzo tedesco ha postato un video di una discoteca di Monaco in cui il Deejay ferma la musica, urla “What a BITCH” e tutte le persone in pista fanno finta di vomitare. Se contiamo le visualizzazioni su Youtube, Dailymotion, PornHub e altri siti minori, e se a questi aggiungiamo i retweet e i like su facebook, possiamo affermare, con buona approssimazione, che tua moglie è diventata lo zimbello di almeno dieci milioni di persone nel mondo. Penso che come vendetta non sia male.

Ho preparato una mail per lei, da un indirizzo anonimo non rintracciabile, in cui ho raccolto tutti i link al video che ci sono in giro per il mondo. Ho anche fatto un PDF che raccoglie i commenti più disgustosi lasciati sul web. A te l’onore di premere invio e mandare la mail.”

Mario rimase senza parole. La mia presentazione lo aveva stupito, non si aspettava nulla del genere. Lesse la mail sul tablet e dopo qualche secondo, con la sua manona da ex karateka, schiacciò invio, lo sguardo colpevole allora era scomparso dalla sua faccia. Forse si sentiva liberato e anche protetto dall’anonimato che gli avevo garantito, si rillassò e scoppiò a ridere.

Restammo al bar per qualche altro minuto. Quando gli dissi quanto mi doveva pagare non fece una piega, prese un rotolo di banconote di 500 euro che aveva in tasca e me lo passò. Ci siamo salutati con affetto, lui era il mio mito e sono contento di averlo aiutato.

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***

Passa un mese e di Mario non ho più notizie. Lo risento una Domenica sera. Io ero alla mia scrivania, stavo facendo una video call con uno dei miei contatti in Asia, uno di quegli influencer che mi avevano aiutato anche nell’operazione contro la moglie di Mario.

Il citofono suonò proprio mentre stavamo discutendo di un nuovo bot che il mio amico stava sviluppando. Mario si era attaccato al pulsante del mio citofono e non gli dava un attimo di tregua, sembrava la bussata di un uomo preso da un attacco isterico. E infatti, quando alzai la cornetta per rispondere lo sentii urlare:

“Aprimi presto, devi aiutarmi!”

Feci come mi aveva chiesto e aprì il portone, sentii i suoi passi salire ad ampie falcate i due piani di scale. Me lo ritrovai davanti la porta con uno sguardo perso, sconvolto, la camicia fuori dai pantaloni e due grosse macchie di sudore sotto le ascelle. Doveva aver corso a lungo per essersi ridotto in quello stato. Entrò subito in casa e io chiusi la porta alle sue spalle, non si volle sedere e incominciò a girarmi per il salone di casa, attraversandolo con le sue lunghe gambe, parlottando e agitando le braccia.

“Devi aiutarmi, dobbiamo togliere quel video da Internet. Devi cancellare tutto.”

Io gli spiegai che era impossibile, ormai nulla sarebbe potuto tornare come prima, anche se avessimo fatto partire una campagna di recupero, sarebbe stato impossibile cancellare tutte le copie e tutti i post che facevano riferimento al video di sua moglie. Era la potenza dei meme, era impossibile combatterli.

Lui diventò tutto rosso in viso.

“Ma tu non capisci. Lei mi ha scoperto, e adesso ha mandato il suo uomo a vendicarsi, e se io non faccio qualcosa quello mi uccide”.

Poi tacque e nel silenzio della casa, sentimmo il rumore del portone dell’androne del palazzo che sbatteva. Qualcuno era entrato. Mario si irrigidì e io lo tranquillizai, “sarà qualcuno per la signora Varricchio di sotto”. Infatti sentimmo suonare il campanello dell’appartamento che si trovava sotto il mio.

“Mario, ma come ha fatto tua moglie a scoprirci?”.

“Gliel’ho detto io. Non c’era gusto a sapere quello che avevamo fatto senza poterglielo buttare in faccia. Ho dovuto dirglielo, capisci?”

“Mario sei rimasto sempre il solito coglione che scassava le macchine sbagliate, adesso chiedile scusa, implora perdono, ma non ti azzardare a fare il mio nome”.

Sentimmo il rumore della porta della signora Varricchio aprirsi, una voce da uomo risuonò per le scale, il tono era alto, al limite delle urla. Nel silenzio della serata domenicale sentimmo la vecchia signora rispondere qualcosa all’uomo e poi la porta che sbatteva. Fu allora che sentimmo i passi che salivano le scale.

“Ecco, sta arrivando”, disse Mario, “Pino Manomozza adesso mi uccide”.

Io sentii il mio cuore fermarsi per un eternità, quel nome mi faceva ancora paura. Quel fesso di Mario si era messo contro Pino, era lui l’uomo più anziano che gli aveva rubato la moglie. Mario sapeva benissimo che io non avrei mai accettato un lavoro che potesse nuocere Manomozza e per questo si era tenuto ben stretto il nome dell’amante dell’ucraina.

Andai nel panico, come in quella notte di tanti anni fa. Solo che adesso ero a casa mia e non potevo scappare da nessuna parte. Mario era sempre più confuso e agitato. Sentimmo bussare alla porta.

“Apri  coglione, so che sei lì dentro. Ti ho visto che ti infilavi in questo portone e qua ci stanno solo due piani. Sotto c’è una vecchia inzallanuta, quindi qua devi stare. Apri coglione, voglio solo parlare, non ti faccio niente”.

Pino era incazzato con Mario, non con me, perciò gli aprì la porta. Non fu un gesto molto coraggioso, non ne vado molto fiero, ma sono un uomo pavido e non sono mai riuscito a combattere le mie paure.

Pino  era invecchiato, adesso doveva avere quasi cinquanta anni, indossava una polo di marca, un jeans scolorito e un paio di sneakers ai piedi. Nella mano destra, quella senza le due dita, portava un iPad e sullo schermo c’era l’immagine finale del video con la scritta “What a BITCH!”.

Si girò intorno, vide Mario che si nascondeva dietro al divano e gli saltò addosso. Lo afferrò con la mano buona, lo prese per i capelli e gli schiacciò la faccia sullo schermo che teneva con l’altra.

“Hai fatto tu questo, vero?”

Mario stava sbavando sul tablet. Pino si innervosì, spinse Mario a terra, afferrò l’iPad con tutte e due le mani e lo sollevò in aria. Restò così per qualche secondo e poi glielo spaccò sulla testa. Il mio salone si riempì di pezzi di vetro e schizzi di sangue.

Mario urlava dal dolore, implorava e chiedeva perdono. Pino incominciò a prenderlo a calci.

“Non ti devi azzardare a toccare le mie cose, lei adesso è mia, è di Pino e tu non sei più niente.”

Mario si aggrappò al bracciolo del divano, sanguinava copiosamente e aveva pezzi di vetro nei capelli e infilati nella pelle del viso. Un occhio era gonfio e probabilmente aveva la vista completamente annebbiata. Qualcosa però gli scatto nel cervello, forse era l’orgoglio maschile che si era risvegliato in lui o forse i ricordi di quelle antiche lezioni di arti marziali; raccolse tutte le sue forze e riuscì ad alzarsi in piedi. Manomozza lo guardava con disprezzo, probabilmente curioso di vedere cosa avrebbe fatto. Il mio mito di quelle notti passate a scassare fanali si era alzato, aveva allargato le gambe e aveva assunto la posizione del karateka, pugno destro caricato indietro e mano sinistra ad artiglio. Un Bruce Lee sovrappeso e sanguinante, al centro del mio soggiorno comprato all’Ikea.

Restò così per qualche secondo, poi Pino caricò la testa all’indietro e con uno scatto animale gli diede una testata sul naso. Un fiotto di sangue partì dal centro della faccia di Mario dopodiché perse i sensi e cadde per terra. Pino adesso era soddisfatto, diede un ultimo calcio al corpo flaccido di Mario e poi si girò verso di me. Io arretrai istintivamente e inciampai nel tappeto, caddi a terra. Manomozza visto da laggiù era ancora più spaventoso, lui mi fissò negli occhi e io sentii il pantalone bagnarsi di un liquido caldo. Mi era pisciato sotto.

Implorai di lasciarmi stare, perché io non avevo fatto niente e non avrei detto niente a nessuno, non avrei fatto nessuna denuncia alla polizia.

“Ti prego Pino, non farmi del male.”

Lui guardò la macchia dei miei pantaloni, sorrise e se ne andò.

Dopo che Pino fu uscito di casa, caricai Mario sulla mia macchina e lo lasciai di fronte al pronto soccorso.

Da allora, anche se ci incontriamo per il Corso, io e Mario non ci salutiamo più e facciamo finta di non conoscerci.

Le buone intenzioni

Benevento, 10 Settembre 2027, XV Anno dalla Liberazione di Parma

Ore 4:15 AM

Il trillo metallico delle sveglia riempì il silenzio della casa. Lui si alzò velocemente, afferrò la vestaglia di lana grezza e si fiondò verso il bagno. Cercò a tastoni la candela sulla mensola del bagno, tolse l’accendino dalla tasca e accese lo stoppino. La vestaglia era fredda e ispida, odiava sentirsi il corpo punzecchiare da quella lana di scarsa qualità. Grugnì di disappunto e chiuse la porta del bagno alle sue spalle. Come ogni mattina si ritrovò a fissare il lucchetto con cui la moglie aveva sigillato la valvola dell’acqua calda del rubinetto.

Avevano deciso di sigillarla quando il delegato del Movimento Condominiale si era presentato a casa loro una domenica di due anni prima. Il delegato era un ragazzo di non più di vent’anni, un giovane in carriera all’interno della gerarchia del Movimento. Aveva con sé una cartellina di cartone riciclato da cui spuntavano decine di fogli giallicci, probabilmente appunti o segnalazioni anonime. Il delegato aveva passato con loro tutta la mattinata illustrando le tecniche per migliorare l’efficienza energetica del loro appartamento, si era molto lamentato quando aveva scoperto la bassa classe degli elettrodomestici e la scarsa qualità degli infissi. Loro avevano cercato di spiegare al ragazzo che lo stipendio di entrambi non era sufficiente a comprare i costosissimi elettrodomestici di importazione tedesca.

Il delegato quel giorno li salutò sorridendo, ma loro avevano capito il messaggio. Il Movimento non era contento di quanto stavano risparmiando, dovevano fare di più, non era sufficiente essersi uniformati alla legge sul consumo massimo di 5 litri di gasolio per metro quadro, dovevano puntare ai 3 litri l’anno. Così decisero di razionare ulteriormente l’utilizzo dell’acqua calda e installarono i lucchetti. Le ragazze non erano rimaste contente della decisione dei loro genitori, ma si adattarono presto. In fondo era anche per il loro bene, avere una famiglia a basso impatto ambientale era uno dei requisiti fondamentali per poter essere assunti da un’azienda o da un ente statale.

Smise di pensare a quella visita del delegato e iniziò a prepararsi per partire. Uscì dal bagno ancora più intirizzito dal freddo. La moglie e le figlie nel frattempo si erano alzate anche loro. La più piccola stava preparandosi per uscire fuori al terrazzo per raccogliere la frutta per la colazione, aveva indossato gli stivali e il cappotto pesante, sotto il braccio portava un cesto di vimini. “La mia piccola cappuccetto rosso”, pensò guardandola chhe apriva la grossa porta-finestra che si affacciava fuori.

Alberi di melo un po’ rachitici crescevano appoggiati alle ringhiere dell’ampio terrazzo dell’appartamento. “Frutta a Metri Zero”, era così che il Movimento la chiamava. Gli alberi erano stati portati fin lì direttamente dal Nucleo Cittadino del Movimento, erano stati piantati in larghi vasi non più alti di 20 centimetri. I tecnici del Nucleo Cittadino gli avevano illustrato le meraviglie della coltivazione condominiale e prima di salutarli gli avevano ricordato che a partire da quel momento la loro famiglia aveva avuto l’onore e l’opportunità di avere accesso a quelle leccornie di stagione, perciò nessun membro della famiglia aveva più il permesso di comprare frutta in un supermercato o in un fruttivendolo. Odiava il sapore di quelle mele bacate e senza sapore.

Mentre la piccola raccoglieva la frutta, vide la figlia maggiore di fronte allo specchio iniziare a pettinarsi i capelli. Aveva già visto quella scena decine di volte, sapeva che ci avrebbe impiegato almeno un’ora, tanto richiedeva la lunga operazione da quando la ragazza non aveva più potuto comprare balsamo e shampoo, tutto materiale vietato dopo l’emanazione della legge “Basta Bolle” approvata dal referendum propositivo dell’anno prima. Le aveva spesso consigliato di tagliarsi i capelli, ma era troppo fiera della sua lunga chioma riccia per cedere al consiglio paterno. Preferiva quella lunga tortura quotidiana piuttosto che rinunciare ai suoi ricci.

Benevento, 10 Settembre 2027, XIV Anno dalla Conquista del Parlamento

Ore 4:50 AM

Salutò moglie e figlie e uscì di casa. Nell’androne lo aspettava Corrado, era seduto su uno degli sgabelli che di solito le donne del palazzo utilizzavano per la mungitura di Carlotta, la mucca che il condominio aveva deciso di acquistare per aderire alla campagna “Latte a Zero Metri”.

Lui e Corrado si avviarono assieme verso la fermata del bus elettrico che li avrebbe portati a lavoro.

Un tempo Corrado era stato un professore universitario, ma da quando gli studenti avevano avuto il diritto di giudicare il corpo docenti molti  avevano perso il lavoro. Erano sufficienti due note di demerito segnalate dal Rappresentante degli Studenti in Movimento per ricevere la lettera di licenziamento con disonore. Purtroppo l’aggravante del disonore non aveva permesso a Corrado di accedere nemmeno al sussidio di disoccupazione. Non che fosse possibile campare con quei quattro spiccioli, ma comunque lo avrebbero potuto aiutare nei momenti difficili che seguirono il licenziamento. Per fortuna la sua ottima preparazione e la fedina penale certificata a 5 Stelle gli avevano consentito di vincere un concorso per un posto come operaio semplice nella FIAT di Pomigliano.

Mentre camminavano Corrado raccontò che la sera prima il canale unico delle Rai aveva trasmesso un lungo speciale di Striscia la Notizia. Corrado, grazie al lavoro in FIAT, aveva un ottimo stipendio e poteva permettersi di avere un televisore in casa. Ogni mattina, durante la mezz’ora di camminata che facevano assieme verso il terminal degli autobus, lo intratteneva raccontandogli gli spettacoli che aveva visto la sera prima.

Lo Speciale di Striscia era stato mandato in onda per celebrare il decimillesimo parlamentare licenziato con disonore dal Comitato dei Cittadini. Durante il primo mandato del Governo a 5 Stelle era stato infatti introdotto il principio di non eleggibilità per i condannati. Dopo il successo della seconda vittoria alle politiche del 2018 il Movimento rese ancora più aspro il controllo sulla moralità degli eletti e istituì il principio del licenziamento con disonore dei deputati anche a seguito di una semplice iscrizione nell’elenco degli indagati. Da allora il numero dei deputati cacciati dalle Camere era salito enormemente e si era alla fine arrivati a quel numero tondo: 10.000.

Rise molto sentendo i racconti di Corrado e gliene fu grato. Negli ultimi anni erano diventati davvero pochi i momenti di intrattenimento nella sua vita e i racconti di Corrado erano tra questi. Aveva dovuto rinunciare alla lettura dei suoi adorati fumetti il giorno in cui si ruppe il suo vecchio iPad. Prima di allora aveva già dovuto rinunciare alla sua collezione su carta quando, anni prima, il Comitato di Quartiere aveva chiesto al suo condominio di rispettare la quota di differenziata da produrre. Le famiglie del suo palazzo si erano allora riunite in segreto e avevano deciso che l’unico modo per ridurre la loro percentuale di indifferenziata era quello di aumentare il materiale da differenziare anche in maniera, diciamo, creativa. Avevano quindi deciso di aggiungere alla raccolta differenziata anche libri, riviste e fumetti in modo da aumentarne artificialmente il peso. E così Miller, Moebius e Moore erano serviti ad evitare una multa e una nota di demerito a tutte le famiglie del condominio.

Arrivarono al terminal giusto in tempo per prendere uno dei 25 autobus che ogni mattina alle 5:30 partivano per Pomigliano. Odiava gli autobus, specialmente quelli pieni di persone. Ne odiava in particolar modo la puzza, quell’odore aspro e inconfondibile di persone che si possono permettere una sola doccia calda a settimana, un odore misto allo stantio di abiti vecchi lavati in lavatrici caricate a washing ball.

Benevento, 10 Settembre 2027, IX Anno dalla Elezione del Presidente Eterno

Ore 6:15 AM

Corrado gli si sedette di fianco e gli passò alcune pagine del Giornale Di Beppe Grillo. Lesse che la sera prima era morto un altro deputato durante i lavori d’aula. Questo era morto di infarto. Meglio per lui, pensò, una morte rapida ed indolore rispetto a quella di tanti suoi colleghi deputati morti per consunzione. L’articolo del giornale ricordava che era la settantacinquesima morte in aula da quando era stato introdotto l’obbligo di discussione delle leggi di iniziativa popolare. Da allora ogni Meet-Up o comitato autogestito d’Italia aveva presentato una sua specifica proposta di legge, solo nel 2015 erano state diecimila le proposta che Camera e Senato erano state costrette a discutere. I parlamentari dovevano votarle tutte entro sessanta giorni dalla presentazione ed erano anche soggetti all’obbligo di presenza in aula. Alcuni parlamentari si erano lamentati ufficialmente col Comitato del Movimento parlando addirittura di sequestro di persona, si parlava di donne incinta che erano state costrette a partorire nell’infermeria di Montecitorio pur di poter presenziare a tutte le votazioni.

Si chiese come avrebbe commentato quella notizia Massimo Bordin durante la rassegna stampa mattutina di Radio Radicale. A volte ripensava a quel periodo della sua vita, quando si poteva ancora permettere una macchina e una radio. Quei suoi lunghi viaggi solitari tra Benevento e Arzano, sulla sua macchina, da solo, senza puzze altrui. Andando da casa all’ufficio ascoltando la radio che piaceva a lui.

Da quando il Movimento aveva deciso l’uscita dall’Euro e l’introduzione delle Neo-Lire queste si erano deprezzato tanto sul Dollaro che un litro di benzina era arrivato  a costare l’equivalente di un decimo del suo stipendio.

Aveva dovuto vendere macchina e stereo. Fu nello stesso periodo in cui iniziarono a chiudere tutti i giornali. Tutto ebbe inizio quando fu approvata la legge di abolizione dei finanziamenti pubblici alle testate giornalistiche. Il mercato era già in crisi, la mancanza improvvisa di quei sussidi statali fece chiudere tutti i giornali, dal Corriere all’Unità, solo la free press del Movimento resistette e continuò ad essere stampata. Gli altri si trasformarono tutti in giornali online, ma sul web ebbero vita breve. Infatti il costo dei computer era cresciuto del 2000% in 4 anni, era tutta tecnologia estera e le Neo-Lire valevano sempre meno. Quello che un tempo era un bene di largo consumo era tornato ad essere uno strumento ad uso solo delle élite ricche. In pochissimi potevano permettersi un PC a casa, gli smartphone erano diventati oggetti da museo, navigare su internet era diventato un lusso per pochi. Il numero dei lettori on line diminuì sempre di più e in breve fallirono anche i giornali sul web.

Anche la televisione negli anni ’10 non se la passò bene. Mediaset era stata espropriata nel 2016 e le fu imposto un azionarato diffuso, i nuovi manager eletti dal CDA a 5 Stelle però non ne capivano niente di televisione, chiusero tutti i programmi di maggior successo e in pochi anni i grossi investitori abbandonarono l’azienda, le banche tagliarono le linee di credito e poco dopo ci fu il fallimento e poi la chiusura. La RAI, vistasi senza più competitor, decise di ridurre i costi di gestioni riducendo i canali trasmessi. Prima vennero chiusi i canali tematici, poi si pensò di chiudere anche qualche canale generalista, infine si capì che era sufficiente avere un unico canale televisivo.

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Benevento, 10 Settembre 2027, Anno Zero del Libero Stato D’Italia

Ore 9:40 AM

L’autobus nel frattempo continuava lentamente il suo viaggio. Ogni 2 o 3 chilometri accostava e faceva salire qualcuno. Di solito erano operai come Corrado o dipendenti della Regione. I dipendenti pubblici erano subito riconoscibili dal sacco di carbone che portavano con sè e che serviva loro per riscaldarsi durante la giornata. Le stufe a carbone sotto le scrivanie erano state introdotte 3 anni prima per poter abbassare di un ulteriore 5% il consumo ufficiale delle strutture pubbliche. In questo modo la Regione poteva spegnere il riscaldamento e i dipendenti potevano mantenersi al caldo.

Eppure gli sembrava tutto così folle.

Le idee del Movimento in materia di risparmio energetico a prima vista sembravano buone: aumentare l’efficienza energetica per risparmiare corrente e carburante, macchine elettriche al posto di quelle a combustione, lampadine a basso consumo al posto di quelle a tungsteno. Il governo Stellare aveva anche tentato di stimolare la diffusione capillare delle energie rinnovabili, micro eolico e nano-solare di ultimissima generazione (roba inventata dai cinesi nel 2015), ma era tutta tecnologia di importazione e con le Neo-Lire italiane non ci si poteva permettere l’acquisto massiccio di queste tecnologie. I migliori ricercatori scientifici erano emigrati all’estero appena l’Italia era usciti dall’Euro e quando infine chiusero le frontiere ormai era troppo tardi per poter arginare il problema, nessuno in Italia sapeva come costruire un pannello fotovoltaico ad alto rendimento. Tutta la nazione poteva permettersi ogni anno al massimo l’acquisto di pochi metri quadri di pannelli dalla Germania e di uno o due pale eoliche dall’Olanda. Veniva tutto installato a Genova, il gioiello d’Italia.

L’autobus affrontò in quel momento una lunga salita che lo avrebbe portato alla fermata di Arpaia. Era sempre rischioso per autobus elettrici di quella portata affrontare salite cosi ripide. Gli ingegneri della FIAT non erano ancora riusciti a progettare un motore elettrico con abbastanza potenza da poter superare indenni pendenze superiori al 7%. A dirla tutta non erano riusciti nemmeno a progettarne uno in grado di superare i 30 Km all’ora in pianura. Gli autobus elettrici erano così lenti e si rompevano tanto spesso che molte persone preferivano usare altri mezzi: biciclette, cavalli, carri trainati da buoi, molto più costosi ma sicuramente più affidabili.

Qualche collega in passato gli aveva offerto un passaggio a bordo in un carro, ma lui non riusciva proprio a sopportare l’idea di passare 4 ore di viaggio tra Arzano, dove era il suo ufficio, a Beneveno con un collega. Lui odiava i suoi colleghi. Era un sentimento che aveva provato anche prima della Rivoluzione Stellare, ma nel corso degli anni, a causa anche dei nuovi sistemi di gestione del lavoro, il suo odio era aumentato esponenzialmente. Non sopportava l’idea che il Movimento avesse esteso le tutele ai lavoratori a discapito della meritocrazia, lui era stato un manager in carriera e le nuove regole ne avevano limitato le possibilità di crescita in azienda. Il Movimento richiedeva che lo stipendio di tutti i dipendenti fosse lo stesso, inoltre chiunque fosse stato un manager prima della crisi finanziaria della Neo-Lira era ritenuto responsabile di tutti problemi legati all’economia. Lui era stato un ottimo manager e questo adesso andava a suo sfavore, inoltre aveva dovuto cambiare lavoro da quando non gli era più possibile andare all’estero a causa delle limitazione imposte sui visti in uscita e a causa dell’altissimo costo dei biglietti aerei (ormai un volo di solo andata costava quasi quanto una piccola auto elettrica).

Alla fine il motore dell’autobus si bruciò. Fece una fiammata e smise di funzionare. Tutti i passeggeri scesero sconsolati. Lui fu tra gli ultimi.

Appena uscì all’aria aperta si trovò davanti uno stormo di galline selvatiche che razzolavano di fianco all’autobus in panne. Le galline selvatiche avevano iniziato a colonizzare le campagne intorno a Benevento a partire dal 2021, anno in cui una cellula anarchica della Lipu era riuscita a far passare un referendum propositivo che vietava la macellazione e l’uccisione di qualsiasi volatile.

La puzza tipica dello sterco di gallina lo colpì e lo fece rinsavire, smise di pensare al passato, alla sua vecchia carriera, ai colleghi inglesi e americani che non avrebbe più rivisto. Non pensò più alle corse in macchina e alle serate passate chattando con gli amici, non pensò più al passato che non c’era più, quel tempo ricco di rabbia e dolore, ma anche di promesse e di fiducia. Pensò solo all’oggi e a quel maledetto autobus rotto che non lo avrebbe portato in ufficio. Tanto valeva allora tornarsene a casa.

Tra poco sarebbe stato mezzogiorno, salutò Corrado e iniziò ad allontarsi dall’autobus fermo sul ciglio della strada.

Se fosse riuscito a mantenere un passo costante per tutto il percorso, in quattro o cinque ore sarebbe riuscito a tornare a casa.

“Giusto in tempo per la mungitura di Carlotta” disse ad alta voce, col pensiero rivolto al futuro.

(foto di EssjayNZpublicenergy, Roadsipicture, sprengben)

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Inizia”. Da allora non aveva più smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indifferenza si affacciava alla cucina per scoprire il menù. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sarà Francesco”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun Pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo più errori di gioventù dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare quel meraviglioso 1998) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perché la melanzana è buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica e collettiva, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema così. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda sembrava essere quella di scandagliare la realtà, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilità del piacere melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva, pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiaiate di parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non è che non gli piacessero, è solo che non ne riusciva ad apprezzarne la bellezza gastronomica. Era tutto così mediocre e senza sapore. Nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del Sommo Ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Suo fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembrò convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al più presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente già pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.

Il colore del grano

lavanda

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. La stanchezza si era da poco trasformata in noia e inedia. Palpabre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riebbe a metà strada.

Si accorse che stava guidando. Da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non riusciva a capire.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

*

Il Messaggio di Dio

uovo

Un giorno Dio mi disse di prendere un treno.

Era un giorno d’estate e faceva caldo, io ero steso sul letto in mutande e canottiera. A ripensarci oggi mi sembra quasi blasfemo aver ricevuto il primo messaggio di Dio vestito a quel modo. D’altra parte come potevo sapere che Dio avrebbe scelto proprio quel giorno per farsi vivo.

A quel tempo non potevo certo essere considerato un assiduo praticante del culto. Andavo in chiesa, ma non è che ci credessi per davvero. Era più un abitudine presa da bambino. Mia madre che si mette le perle, mio padre che si fa il nodo alla cravatta, le scarpe buone e la passeggiata per il corso; la religione era sempre stato questo per me.

Mi ci volle un po’ prima di capire cosa mi stesse succedendo, non è cosa di tutti i giorni ricevere un messaggio da Dio in persona. Il Logos, l’Origine, l’Alpha e l’Omega nella mia camera da letto, alle due del pomeriggio di un mercoledl di Luglio.

Devo ammettere che però affrontai la cosa con il giusto sangue freddo, dopo i primi momenti di spaesamento corsi subito a prendere il blocco note e la matita che usavo per gli appunti all’università. Non potevo certo correre il rischio di dimenticare alcuna parte del messaggio di Dio. Segnai la data in alto a destra sul foglio, tracciai una linea ed iniziai a scrivere.

Devi Prendere Il Treno Che Ti Porterà. Via da qui. Vai E Segui La Luce E Il Vento. Latte.

Dio a volte è poco chiaro. Col tempo mi ci sono abituato, ma allora ero nuovo a questa Sua forma di comunicazione. Sapevo però che c’era un treno che dovevo prendere. Mi vestii di corsa, piegai il foglio con gli appunti e me lo misi nella tasca posteriore del jeans. Uscii sbattendo la porta alle mie spalle, la stazione era a meno di due chilometri da casa, non avevo bisogno della macchina.

Mi misi a correre. Se Dio ordina non bisogna perdere tempo.

In stazione c’era un solo treno pronto a partire. Arrivava a Nord, saliva per oltre quattrocento chilometri. Era il mio treno. Presi il foglio di carta con gli appunti, rilessi quanto avevo scritto e andai a fare il biglietto.

Il treno era per metà vuoto, in altri periodi sarebbe stato pieno di studenti, ma d’estate con le scuole chiuse si viaggiava più comodi.

Quando il treno partì mi sentii d’un tratto più leggero, sorrisi alla ragazza seduta di fronte a me. Lei ricambiò il sorriso e si mise a piangere. Strano, pensai, chissà cosa le prende.

Incominciò ad urlare, sempre più agitata, mi abbracciò. Cercai di scansarla, ero terrorizzato. Accorsero altri passeggerei attirati dallo spettacolo, la ragazza era ormai preda di un attacco isterico. Poi d’un tratto si calmò e iniziò a pregare inginocchiandosi; Dio ho fatto come mi hai detto, bonfochiava, sono sul treno e sono nella tua grazia, dimmi adesso cosa devo fare.

Un vecchio alle mie spalle urlò che Dio non poteva aver parlato a quella ragazza, perché Dio aveva chiesto a lui di salire sul treno.

Nel giro di pochi minuti ci rendemmo conto che tutti, ma proprio tutti su quel treno, erano stati chiamati da Dio.

Ci rimasi un po’ male.

Da allora sono passati sei mesi. Le notizie che ci arrivano sono parziali ed imprecise. L’esercito ha smesso quasi subito di rifornirci di cibo ed acqua. Dicono che fosse impossibile assistere tutti i treni occupati dai Chiamati. Pare che adesso anche le autostrade siano piene di gente come noi chiamata ad adempiere alla Missione.

La televisione non trasmette più, si dice che quasi tutti i tecnici televisi del paese si siano imbarcati su delle navi da crociera dirette in Egitto. I treni sono fermi perché non c’è più corrente, il vecchio che incontrai il primo giorno è morto ieri. Sembra sia stato un infarto.

Solo le radio continuano a funzionare, nessuno ha ancora capito perché. Ieri hanno detto che la Cina sta mandando degli aiuti, ma non sanno ancora quando potranno essere qui.

Ma cosa importa in fondo.

Siamo sempre di più.  Dio ci ha scelti e chi siamo noi per rifiutare la sua Chiamata.

Sappiamo che ci ha voluto qui, sappiamo che ci parla e ci dice di continuare a cercare. Sappiamo che siamo nel giusto e che stiamo costruendo un mondo migliore.

Dio è con noi.