La ragazza scomparsa

Stamattina in macchina ho ascoltata la prima puntata di Revisionist History, il primo podcast di Malcolm Gladwell. Si raccontava la storia di Roll Call, uno dei più famosi e celebrati quadri inglese del diciannovesimo secolo. Il quadro divenne tanto famoso che venne portato in tour per la Gran Bretagna, con migliaia di persone che passavano ore in fila per poterlo vedere.

Ma la storia di Roll Call è anche una storia di misoginia e di cultura patriarcale perché a dipingere il quadro fu una donna, Elizabeth Thompson. Nel 1879 Eizabeth Thompson venne quasi eletta a membro della Royal Academy, ma perse per solo due voti. Sarebbe stata la prima donna, per giunta ventenne, ad essere ammessa all’academy. Tutti pensarono che da lì a qualche anno sarebbe successo, in fondo aveva perso solo per due voti ed era ancora così giovane.

 Ma non venne mai eletta. Dopo qualche anno si sposò con un militare e scomparve dalla scena artistica. Nelle centinaia di pagine della autobiografia di suo marito, il nome di Elzabeth Thompson non viene mai citato.

Malcolm Gladwell racconta nel podcast che dopo aver visto Roll Call a St. James’s Palace (oggi si trova là perché il quadro venne acquistato dalla Regina Vittoria) gli venne subito in mente la storia di Julia Gillard, la prima donna ad essere eletta Primo Ministro dell’Australia. Due storie simili, due storie di patriarcato e misoginia.

julia-gillard

Julia Gillard

C’è un discorso che Gillard fece al parlamento australiano e che è diventato molto famoso, è un discorso in cui l’allora Primo Ministro australiano deve difendere un membro del suo governo dall’accusa di aver scritto dei messaggi sessisti. Gillard viene intervistata nel podcast e racconta di essere stata soggetta ad attacchi sessisti durante tutto il suo mandato, l’hanno chiamata “witch” e “bitch”, l’opposizione ha messo in dubbio il fatto che una donna potesse essere adatta a ricoprire quel ruolo e adesso, quella stessa opposizione, accusa lei e il suo governo di essere “sessista”. Decide allora di attaccare, di combattere e inizia a parlare.

Il mio eroe di oggi si chiama Julia Gillard.

Introduzione a Sandman di Neil Gaiman

Tutto ha inizio nel 1987 quando negli uffici della DC Comics, la casa editrice americana di Batman e Superman, arriva una proposta per una nuova serie di supereroi. La proposta è opera dello scrittore inglese Neil Gaiman che aveva già lavorato per la DC Comics su una minisere intitola Black Orchid.

Gaiman, oltre ad essere un ottimo scrittore, aveva dalla sua anche il fatto di essere inglese. Infatti in quel periodo il mercato dei fumetti americani stava subendo la cosiddetta “british invasion”. Un fenomeno molto simile a quello avvenuto nel rock e nel beat degli anni ’60, quando i Beatles, i Rolling Stones e gli Who erano sbarcati in USA per insegnare agli americani come fare musica moderna e con velleità artistiche. Più o meno allo stesso modo negli ani ’80 Grant Morrison, Jamie Delano, Neil Gaiman e altri avrebbero insegnato agli americani come si potevano scrivere delle storie di supereroi adatte a un pubblico adulto, consapevole ed esigente.

Gaiman propose alla DC Comics l’idea per una nuova serie mensile basata su un vecchio personaggio della casa editrice. Un certo Sandman, un eroe minore creato negli anni Quaranta sul modello di Batman. Sandman era un vigilante mascherato che sconfiggeva i suoi nemici addormentandoli con la sua polvere speciale.

In quel periodo la DC stava rilanciando tutte le sue serie e aveva deciso di azzerare le storie dei precedenti 60 anni per ripartire da capo (oggi lo si chiamarebbe un reboot). Gaiman aveva quindi carta bianca, poteva prendere il personaggio e ricrearlo da zero.  Il suo Sandman non avrebbe avuto più nulla del vecchio personaggio, solo il nome era rimasto immutato, ma niente più vigilante mascherato, niente più crimine da combattere, solo Sandman, il signore della sabbia, il signore del sogno, Morfeo.

neilamanda2_0

Neil Gaiman con la moglie, la cantante Amanda Palmer

La serie inizia in maniera classica, originale e ben scritta, ma abbastanza nella norma. In questo primo ciclo di storie Gaiman presenta il suo personaggio, un essere magico rappresentato come un uomo alto e longilineo, dai capelli neri corvini, con due occhi come la notte. Sandman è il re del mondo dei sogni, protegge e governa il Sogno, può viaggiare attraverso le menti degli essere umani addormentati e ha una borsa piena di sabbia magica. Gaiman inizialmente imposta la serie come un misto tra un horror e una serie super eroistica classica: Sandman viene catturato e ne scaturiscono problemi per il Sogno, Sandman riesce a scappare, si vendica e punisce i cattivi.

Il successo di queste prime storie è notevole. La serie piace perché è ricca di trovate originali ed è scritta benissimo (lo so, questa cosa che è scritta benissimo l’ho già detta, ma non ci posso fare niente, è una serie scritta divinamente).

Dopo la fine del primo ciclo arriva il cambio di passo, lo scatto in avanti, il Sergent Pepper di Neil Gaiman. In una storia fatta solo di dialoghi e con praticamente nessuna azione (“The sound of her wings” traducibile in “Il rumore delle sue ali”) facciamo la conoscenza della sorella maggiore di Sandman, Death, la Morte.

Death viene rappresentata come una ragazza di non più di 16 anni, bella e sorridente, vestita con dei jeans neri e una t-shirt nera anch’essa. Death è simpatica, ci si scorda quasi che sia la morte.

Questo è il primo tassello della mitologia che Gaiman sta costruendo attorno al suo eroe.

Nei numeri successivi si verrà a sapere che Sandman è un Eterno, della famiglia degli Eterni. Gli Eterni sono sette fratelli, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. La sorella maggiore è La Morte, ci sono poi Sogno (il nostro Sandman), i gemelli Disperazione e Desiderio, la piccola Delirio, che un tempo era Delizia, Destino e infine il fratello in esilio, Distruzione.

Nel mondo che crea Gaiman le muse esistono davvero e si possono imprigionare, in questo mondo Caino e Abele sono i personaggi della prima storia mai raccontata e sono i vicini di casa di Lilith, la donna che venne prima di Eva. Sandman è amico di Shakespeare ed è stato lui a commissionargli ‘Sogno di una notte di mezza estate’. Nel suo regno Sandman conserva un’ampolla dentro cui è nascosta la Baghdad delle ‘Mille e una notte’. Sulla Terra, nelle storie di Sandman, gli dei esistono davvero, ma fanno vite normali perché nessuno crede più in loro. Il fumetto di Sandman è un’esplosione di idee, di immagini, di riferimenti letterari, artistici, cinematografici. Ci sono De Sade, l’imperatore Augusto, le fate, i demoni, le Parche, ci sono tutte le Storie.

Perché Sandman è fondamentalmente un’opera sul racconto. Sandman, il re del Sogno, viaggia attraverso l’immaginazione degli uomini per raccontarci e spiegarci perché l’Uomo racconta e ha sempre raccontato storie. Dalle caverne illuminate dai primi fuochi dell’umanità, fino ad arrivare ai film proiettati in 3D su un maxi schermo iMAX l’uomo ha sempre raccontato. Neil Gaiman col suo Sandman ci racconta questo.

In un episodio minore di Sandman (come se potessero esistere davvero episodi minori in questa saga) un nonno sta raccontando la storia della buona notte al nipotino. L’eroe della storia a un certo punto riceve da una strega un paiolo, ma il nonno spiega che nonostante fosse di una strega era un semplice paiolo, una pentola normale senza alcun potere. Dopo qualche pagina, l’eroe salta dentro al paiolo e questo inizia a volare. “Ehi, ma avevi detto che non era magico, com’è possibile?”, dice a quel punto il nipotino al nonno. E il nonno risponde: “Non chiederlo a me, io sto solo raccontando, chiedilo alla storia”.

Sandman è questo, una storia sulle Storie.

Carl Reiner and Mel Brooks

Podcast estivi – 2016 Edition

Io vivo a Benevento e lavoro ad Arzano. Non esistono mezzi pubblici che collegano le due città perciò da 15 anni, ogni volta che devo andare in ufficio, devo usare la macchina per percorrere i 60 Km che separano casa da lavoro. Qualsiasi percorso scelga (autostrada, statale, interpoderale) ci impiego non meno di 1 ora e 15 minuti all’andata e 1 ora e 15 minuti al ritorno.

Nel corso degli anni mi sono creato delle abitudini ben precise per riempire il silenzio e la solitudine che mi accompagna per circa 2 ore e mezza al giorno, 5 giorni a settimana. Ad esempio, quando fumavo ancora, avevo stabilito dei punti ben precisi lungo il percorso per accendere le 2 sigarette per tratta. Quando invece non ero ancora sottoposto ad una dieta ferrea, avevo passato diversi mesi ad assaggiare i cornetti di ogni bar che si trovava tra Benevento ad Arzano, dopo averli assaggiati tutti (uno diverso ogni giorno) avevo identificato i due migliori bar e ogni giorno mi fermavo da uno dei due per fare colazione.

I primi anni di lavoro, quando stavo ancora perfezionando la mia routine quotidiana, mi portavo in macchina sempre una selezione di CD musicali e cercavo di usare la musica come compagna di viaggio. Ben presto però ho scoperto che la musica non riusciva a tenermi occupato, era solo un tappeto sonoro che mi distraeva e mi faceva vagare con la mente. Quando i pensieri iniziano a muoversi a caso, prima o poi si arriva a ragionare sul proprio stato e sulla propria condizione di vita e mettermi a contemplare la mia vita di pendolare campano rinchiuso in macchina non era esattamente il modo migliore per impegnare il mio tempo.

Perciò ho iniziato a cercare programmi radiofonici senza musica, volevo gente che mi parlasse, volevo ascoltare storie. La tecnologia negli anni mi ha supportato, ho iniziato a scaricare podcast e ad ascoltarli in macchina, prima collegando l’uscita AUX del mio vecchio iPod (Rest In Peace) poi, quando sono passato ad una macchina con impianto audio multimediale, usando il bluetooth del telefono.

Negli anni ho ascoltato centinaia di ore di podcast. Ad esempio ho ricominciato a seguire l’industria dei videogame grazie alle trasmissioni di Rincast e di Oucast, ho studiato il Medioevo grazie alle lezioni della Professoressa Salvatori di Historycast, ho recuperato alcune delle stagioni più belle di Alle Otto della Sera.

(l’unico programma radio che oggi ascolto ancora in macchina, l’unico che non è stato soppiantato da un podcast, è la migliore trasmissione radio che oggi sia possibile ascoltare in Italia: Stampa e Regime di Massimo Bordin su Radio Radicale)

Questa appena trascorsa è stata un’estate ricca di buoni ascolti, alcuni episodi sono tra le cose migliori che abbia ascoltato negli anni. Quella che segue è una lista che raccoglie alcune delle trasmissioni migliori. Continua a leggere

Harvey Pekar e il fumetto americano

(questo pezzo è stato inizialmente pubblicato nel 2012 sul Vaglio.it)

Da qualche giorno sta facendo discutere in rete un intervento di Andrea Queirolo dal titolo “Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel” pubblicato sul blog ‘Conversazione sul Fumetto’ .

La tesi che Queirolo presenta è che la produzione di fumetti d’autore in Italia si è negli anni focalizzata per lo più su storie autobiografiche, tanto da arrivare a una strana sovrapposizione tra il concetto di graphic novel e autobiografia; è come se, per poter chiamare un’opera a fumetto “graphic novel”, questa debba sempre essere in qualche modo legata alla biografia del suo autore.

Nel blog vengono citati diversi esempi di pessime (a parere del blogger) autobiografie spacciate negli anni come capolavori del genere. Viene citato anche un noto autore spagnolo e molto attivo in Italia, Miguel Angel Martin che in un’intervista dichiarava al riguardo: “Molti graphic novel sono ‘autobiografici’. Alcuni dei miei autori preferiti sono anche loro autobiografici come, ad esempio, William Burroughs, Bukowski, Hunter Thompson, Henry Miller o Céline… Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh! Per me sono solo sottoprodotti della cultura del narcisismo, caratterizzata dalla popolarità dell’autobiografismo, nostalgia del passato, paura del futuro, autostima bassa, sentimentalismo pacchiano. Tempi molto mediocri”.

Tutto questo discutere di autobiografia mi ha spinto a prendere in mano un’opera che avevo acquistato qualche mese fa, ma che era rimasta sempre in fondo alla mia lista delle cose da leggere: The Quitman di Harvey Pekar

Partiamo dallo spiegare perché ho comprato un fumetto che poi non ho letto per mesi. L’ho comprato sulla fiducia, quando trovai sul web un video di Alan Moore che partecipava una raccolta fondi per costruire un monumento a Pekar. Dovete sapere che Alan Moore è il mio mito personale. Ho tanti amici che sono cresciuti nel mito di Maradona, i più tecnologici hanno creato il culto di Steve Jobs, io invece sono un fervente accolito della misteriosa setta del Mago (autodichiaratosi tale) Alan Moore. Per chi non fosse membro della setta dirò soltanto che Moore è l’autore di V for Vendetta e Watchmen, fumetti celeberrimi da cui sono anche stati tratti due brutti film.

Moore in questo video spiegava che Pekar era stato un suo ispiratore e che, a suo avviso, era il capostipite del fumetto d’autore americano. Tutti dovevamo qualcosa ad Harvey Pekar ed era per questo motivo che l’autore di Watchmen stava lavorando con la vedova Pekar per raccogliere i fondi necessari alla costruzione di un memoriale a lui intitolato.

https://vimeo.com/36211102

Dopo aver visto il video, ho subito donato la mia parte come ordinato da Moore e poi sono andato su wikipedia a raccogliere un po’ di informazioni su questo autore tanto importante, ma che, prima di allora, non avevo mai sentito nominare. Continua a leggere

[scritti adolescenziali] Principi

(Conservo alcuni vecchi quaderni di quando andavo al Liceo. Su questi quaderni la sera scrivevo racconti e altre robe. Molto di quel materiale è molto più che imbarazzante, altre cose invece sono carine)

Cos’è l’uomo per poter decidere se un essere vivente è “adatto o non adatto a morire”?

Solo Dio, o come si voglia chiamare l’entità superiore che ci ha creato, può distruggere e creare, uccidere e lasciar vivere.

Qualsiasi cosa possa essere annoverato tra gli esseri viventi e semiviventi ha il diritto di vivere e di combattere per vivere, purché non a discapito degli altri essere viventi.

Questi sono i principi su cui ho fondato la mia esistenza.

Questi sono i principi per cui mi hanno rinchiuso qua.

(Graffito inciso sul muro di una cella di un ospedale psichiatrico NdR)

American Flag

Il compagno Michael Jackson

La mia scuola media è iniziata nel 1986 ed è terminata tre anni dopo, nel 1989.

In quel periodo Reagan e Gorbaciov stavano provando a fare la pace. C’era una brutta aria nel mondo. Per noi bambini era un dato di fatto che prima o poi sarebbe scoppiata una guerra e sarebbe esploso tutto. Tra URSS e USA in famiglia noi non si tifava per nessuno. I miei avevano questo background di attivisti del ‘68 e mi avevano insegnato a guardare con sospetto quel rugoso presidente americano che veniva dal cinema. Il puro divertimento e la ricerca del piacere non erano visti di buon occhio a casa, perciò il reaganismo era il nostro acerrimo nemico. Ci si poteva divertire, ma solo con il dovuto rispetto per gli altri e per quella parte del mondo che non era rappresentata dalla bandiera a stelle e strisce.

Nel 1988 gli U2 erano il gruppo musicale che tutti ascoltavano. Ad inizio anno pubblicarono “The Joshua Tree” e tutto il mondo iniziò a cantare “With or without you” e “I still haven’t find what I’m looking for”. Io però ero stato cresciuto nella diffidenza della massa: tutto ciò che piace a troppi, a me non deve piacere. Avevo letto su una rivista che gli anni ‘80 erano il peggior decennio musicale del secolo, di conseguenza tutto quello che aveva successo in quel periodo doveva essere rifiutato con sdegno.

Era impossibile evitare di ascoltare gli U2 in quegli anni, erano dappertutto, su tutte le radio, in televisione, ma io non mi facevo spaventare e combattevo la mia quotidiana battaglia contro il conformismo della band irlandese. Avevo anche scelto un mio personale campione di originalità e libertà di pensiero: ero diventato fan di Michael Jackson.

Era iniziato tutto con il videoclip che Jackson aveva preparato per il lancio promozionale dell’album “Bad”. Il video venne trasmesso in prima serata da Italia Uno, ma io non riuscii a vederlo perché in casa vigeva una severa regola sull’andare a letto alle otto e mezza di sera (perché i bambini hanno bisogno di almeno otto ore di sonno). La storia del video me la raccontarono i compagni di classe il giorno dopo a scuola.

Michael Jackson era un ex criminale, uno che era stato cattivo e aveva pagato il suo debito con la società. Era ritornato a casa, ma i vecchi amici lo prendevano in giro perché era diventato debole e non era più cattivo. A quel punto Michael si arrabbiava e spiegava a tutti che lui era ancora il tipo tosto di un tempo. I cattivi venivano sconfitti e il bene vinceva.

Era un cantante di colore, espressione delle minoranze represse dal capitalismo, cantava temi di riscatto sociale, era famoso, ma nessuno dei miei compagni lo conosceva perché il suo ultimo album era di cinque anni prima: aveva tutte le caratteristiche per diventare il mio eroe.  Mi feci comprare subito la cassetta di “Bad” e al mio compleanno costrinsi i compagni di classe a regalarmi il vinile di “Thriller”. Trovai un poster di Michael Jackson in una rivista di mia cugina e lo attaccai in camera, dove restò per anni e anni; il mio personale eroe proletario, nemico della società perbenista e difensore delle minoranze, mio gemello spirituale.

Quando arrivò “Rattle and hum”, il film che gli U2 avevano girato durante le registrazioni di “The Joshua Tree”, io osservai con un senso di superiorità morale la quasi totalità dei miei amici andare al cinema a vederlo. Continua a leggere

Serial: la storia di Bowe Bergdahl

Nell’Agosto del 2015 durante un comizio in New Hampshire l’imprenditore e politico Donald Trump espresse in maniera colorita la sua posizione sul caso del Sergente Bowe Bergdahl.

Disse che il sergente Bergdahl era un disertore e che erano stati uccisi sei soldati durante le ricerche fatte per ritrovare Bergdahl. Per Trump la giusta punizione per Bowe Bergdahl sarebbe dovuta essere “bim bang”, fucilarlo, “così come si faceva ai bei vecchi tempi”.

Due anni fa, il 31 Maggio del 2014, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, con a fianco i genitori del Sergente Bergdahl , annunciò che dopo quasi cinque anni di prigionia in Afghanistan finalmente Bowe Bergdahl era stato liberato e sarebbe presto ritornato a casa. La liberazione avvenne alla fine di una lunga ed estenuante negoziazione tra gli USA e i Talebani, che alla fine portò ad un accordo: Berghdal in cambio di cinque talebani detenuti nella prigione di Guantanamo sull’ìsola di Cuba.

Nessun americano era mai stato tenuto prigioniero per così a lungo durante la guerra in Afghanistan, nessun soldato in quella guerra era mai stato fatto prigioniero. Per ritrovare un caso simile a quello del Sergente Bergdahl bisognava risalire ai tempi della guerra del Vietnam. Insomma, quello era un momento storico.

Continua a leggere

La distanza dalla scuola

La distanza tra la scuola media Vitelli e la casa dei miei genitori era esattamente di due chilometri.

A volte c’erano belle mattine di primavera in cui gli anziani della scuola decidevano che non si doveva entrare. Di solito c’era la scusa di uno sciopero, di una guerra o di una protesta contro la militarizzazione dell’occidente. Agli studenti più vecchi della Vitelli, e parliamo di ragazzi delle medie che a forza di ripetere gli anni erano vicini alla maggiore età, poco importava il motivo della protesta, era una bella giornata e il sole splendeva, tanto bastava per decidere che nessun altro studente dovesse entrare in classe.

Nella classe che frequentavo alla Vitelli avevo trovato un paio di spiriti affini, due o tre povere anime che come me cercavano di attraversare indenni quegli anni difficili. Penso che non sia necessario specificare che io e i miei amici eravamo tra quelli più difficili da convincere a non marinare la scuola. Eravamo tutti accomunati da un vile senso del dovere nei confronti dei nostri genitori, ci eravamo dati la missione di essere i più bravi e i più diligenti e non ci interessava che fuori ci fosse il sole o la nebbia, la neve o la pioggia, noi si doveva andare a scuola per imparare ad essere bravi bambini. A pensarci oggi mi sembra tutto una gran perdita di tempo, non riesco a ricordare una singola cosa che imparai in quelle classi e che oggi mi ha reso l’uomo che sono. Tutto ciò che ho studiato allora devo averlo dimenticato e riscoperto altrove, tutti quei giorni in classe sono spariti nella mia memoria. Le giornate di sole invece mi sono rimaste.

Strano pensare che oggi mi tocca ringraziare quei bulletti che a scuola si piazzavano vicino l’ingresso e ci spaventavano a morte. Grazie a loro io e i miei amici eravamo costretti a non entrare a scuola, ad aspettare che la campanella suonasse inutilmente e che il portone si chiudesse dopo un po’. Quando questo succedeva, quasi sempre si decideva di andare a casa mia. Perciò, zaino in spalla e uno di fianco all’altro io, D’Onofrio e Molinaro ci incamminavamo (alle medie non ci si chiamava per nome, i professori usavano i nostri cognomi e anche noi ci adeguavamo).

Per arrivare a casa dalla Vitelli si doveva scendere per Corso Dante e poi per Via Torre delle Catene, all’incrocio di queste strade c’era il monumento al Bue Apis e la pompa di benzina di Ettore. Il monumento al bue è ancora là dopo tre decenni, Ettore invece morì qualche anno dopo. Era una persona per bene, bassa, scura e rugosa. Mamma e papà facevano sempre benzina da Ettore e io adoravo andare da lui. Il profumo della benzina era bellissimo. Seduto in macchina dei miei, mentre Ettore riempiva il serbatoio aspiravo a pieni polmoni l’odore di super a cento ottani. Era un profumo che mi riempiva il cuore e mi emozionava. Non so per quale motivo, ma ce n’era solo un altro che mi creava le stesse emozioni di piacere ed era il profumo che si sentiva quando salivamo nell’ascensore del palazzo dei miei nonni dopo che qualcuno ci aveva fumato dentro. Il profumo di tabacco fumato e gli sfiati della benzina sono gli odori della mia infanzia, non suona molto bene, ma è così, non posso farci nulla. Un giorno Ettore morì, scomparve lui, la sua voce roca e l’impermeabile di plastica che usava nei giorni di pioggia. Il distributore fu preso in gestione dal figlio di Ettore e la prima volta che mamma fece benzina dopo la morte del vecchio gestore, fermò la macchina, scese di corsa e andò ad abbracciare il ragazzo che le voleva solo fare il pieno. Si misero entrambi a piangere. Continua a leggere

Warren Ellis e la nuova estetica

(questo pezzo è stato pubblicato nel 2012 sul sito dell’associazione BN.Comix)

Warren Ellis è uno scrittore inglese e negli ultimo vent’anni è stato tra i principali autori del rinnovamento del genere supereroistico.

Tra le sue opere vale la pena ricordare: Doom 2099, Transmetropolitan, Planetary, Authority. Nel 2010 da una sua storia è stato tratto il film Red con Bruce Willis.

Ellis è molto attivo in rete, gestisce un forum e un sito molto interessante ed ha un account twitter davvero “particolare”:

La settimana scorsa Ellis ha rilasciato un intervista a The Verge in cui, tra le altre cose, parla di quanto sia difficile oggi scrivere storie ambientate nel futuro.

Futurism’s gotten harder to write, because the future arrives so quickly — even a few years ago, I was having to rewrite comics on the fly because the future had caught up to their speculation before the damn book had been drawn.

[Il furuismo è diventato difficile da scrivere, perché il futuro arriva troppo velocemente –  qualche anno fa, sono stato costretto a riscrivere dei fumetti a volo perché il futuro aveva raggiunto le congetture su cui mi ero basato prima ancora che il dannato albo fosse stato disegnato.]

Continua a leggere

In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere