American Flag

Il compagno Michael Jackson

La mia scuola media è iniziata nel 1986 ed è terminata tre anni dopo, nel 1989.

In quel periodo Reagan e Gorbaciov stavano provando a fare la pace. C’era una brutta aria nel mondo. Per noi bambini era un dato di fatto che prima o poi sarebbe scoppiata una guerra e sarebbe esploso tutto. Tra URSS e USA in famiglia noi non si tifava per nessuno. I miei avevano questo background di attivisti del ‘68 e mi avevano insegnato a guardare con sospetto quel rugoso presidente americano che veniva dal cinema. Il puro divertimento e la ricerca del piacere non erano visti di buon occhio a casa, perciò il reaganismo era il nostro acerrimo nemico. Ci si poteva divertire, ma solo con il dovuto rispetto per gli altri e per quella parte del mondo che non era rappresentata dalla bandiera a stelle e strisce.

Nel 1988 gli U2 erano il gruppo musicale che tutti ascoltavano. Ad inizio anno pubblicarono “The Joshua Tree” e tutto il mondo iniziò a cantare “With or without you” e “I still haven’t find what I’m looking for”. Io però ero stato cresciuto nella diffidenza della massa: tutto ciò che piace a troppi, a me non deve piacere. Avevo letto su una rivista che gli anni ‘80 erano il peggior decennio musicale del secolo, di conseguenza tutto quello che aveva successo in quel periodo doveva essere rifiutato con sdegno.

Era impossibile evitare di ascoltare gli U2 in quegli anni, erano dappertutto, su tutte le radio, in televisione, ma io non mi facevo spaventare e combattevo la mia quotidiana battaglia contro il conformismo della band irlandese. Avevo anche scelto un mio personale campione di originalità e libertà di pensiero: ero diventato fan di Michael Jackson.

Era iniziato tutto con il videoclip che Jackson aveva preparato per il lancio promozionale dell’album “Bad”. Il video venne trasmesso in prima serata da Italia Uno, ma io non riuscii a vederlo perché in casa vigeva una severa regola sull’andare a letto alle otto e mezza di sera (perché i bambini hanno bisogno di almeno otto ore di sonno). La storia del video me la raccontarono i compagni di classe il giorno dopo a scuola.

Michael Jackson era un ex criminale, uno che era stato cattivo e aveva pagato il suo debito con la società. Era ritornato a casa, ma i vecchi amici lo prendevano in giro perché era diventato debole e non era più cattivo. A quel punto Michael si arrabbiava e spiegava a tutti che lui era ancora il tipo tosto di un tempo. I cattivi venivano sconfitti e il bene vinceva.

Era un cantante di colore, espressione delle minoranze represse dal capitalismo, cantava temi di riscatto sociale, era famoso, ma nessuno dei miei compagni lo conosceva perché il suo ultimo album era di cinque anni prima: aveva tutte le caratteristiche per diventare il mio eroe.  Mi feci comprare subito la cassetta di “Bad” e al mio compleanno costrinsi i compagni di classe a regalarmi il vinile di “Thriller”. Trovai un poster di Michael Jackson in una rivista di mia cugina e lo attaccai in camera, dove restò per anni e anni; il mio personale eroe proletario, nemico della società perbenista e difensore delle minoranze, mio gemello spirituale.

Quando arrivò “Rattle and hum”, il film che gli U2 avevano girato durante le registrazioni di “The Joshua Tree”, io osservai con un senso di superiorità morale la quasi totalità dei miei amici andare al cinema a vederlo. Continua a leggere

Serial: la storia di Bowe Bergdahl

Nell’Agosto del 2015 durante un comizio in New Hampshire l’imprenditore e politico Donald Trump espresse in maniera colorita la sua posizione sul caso del Sergente Bowe Bergdahl.

Disse che il sergente Bergdahl era un disertore e che erano stati uccisi sei soldati durante le ricerche fatte per ritrovare Bergdahl. Per Trump la giusta punizione per Bowe Bergdahl sarebbe dovuta essere “bim bang”, fucilarlo, “così come si faceva ai bei vecchi tempi”.

Due anni fa, il 31 Maggio del 2014, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, con a fianco i genitori del Sergente Bergdahl , annunciò che dopo quasi cinque anni di prigionia in Afghanistan finalmente Bowe Bergdahl era stato liberato e sarebbe presto ritornato a casa. La liberazione avvenne alla fine di una lunga ed estenuante negoziazione tra gli USA e i Talebani, che alla fine portò ad un accordo: Berghdal in cambio di cinque talebani detenuti nella prigione di Guantanamo sull’ìsola di Cuba.

Nessun americano era mai stato tenuto prigioniero per così a lungo durante la guerra in Afghanistan, nessun soldato in quella guerra era mai stato fatto prigioniero. Per ritrovare un caso simile a quello del Sergente Bergdahl bisognava risalire ai tempi della guerra del Vietnam. Insomma, quello era un momento storico.

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La distanza dalla scuola

La distanza tra la scuola media Vitelli e la casa dei miei genitori era esattamente di due chilometri.

A volte c’erano belle mattine di primavera in cui gli anziani della scuola decidevano che non si doveva entrare. Di solito c’era la scusa di uno sciopero, di una guerra o di una protesta contro la militarizzazione dell’occidente. Agli studenti più vecchi della Vitelli, e parliamo di ragazzi delle medie che a forza di ripetere gli anni erano vicini alla maggiore età, poco importava il motivo della protesta, era una bella giornata e il sole splendeva, tanto bastava per decidere che nessun altro studente dovesse entrare in classe.

Nella classe che frequentavo alla Vitelli avevo trovato un paio di spiriti affini, due o tre povere anime che come me cercavano di attraversare indenni quegli anni difficili. Penso che non sia necessario specificare che io e i miei amici eravamo tra quelli più difficili da convincere a non marinare la scuola. Eravamo tutti accomunati da un vile senso del dovere nei confronti dei nostri genitori, ci eravamo dati la missione di essere i più bravi e i più diligenti e non ci interessava che fuori ci fosse il sole o la nebbia, la neve o la pioggia, noi si doveva andare a scuola per imparare ad essere bravi bambini. A pensarci oggi mi sembra tutto una gran perdita di tempo, non riesco a ricordare una singola cosa che imparai in quelle classi e che oggi mi ha reso l’uomo che sono. Tutto ciò che ho studiato allora devo averlo dimenticato e riscoperto altrove, tutti quei giorni in classe sono spariti nella mia memoria. Le giornate di sole invece mi sono rimaste.

Strano pensare che oggi mi tocca ringraziare quei bulletti che a scuola si piazzavano vicino l’ingresso e ci spaventavano a morte. Grazie a loro io e i miei amici eravamo costretti a non entrare a scuola, ad aspettare che la campanella suonasse inutilmente e che il portone si chiudesse dopo un po’. Quando questo succedeva, quasi sempre si decideva di andare a casa mia. Perciò, zaino in spalla e uno di fianco all’altro io, D’Onofrio e Molinaro ci incamminavamo (alle medie non ci si chiamava per nome, i professori usavano i nostri cognomi e anche noi ci adeguavamo).

Per arrivare a casa dalla Vitelli si doveva scendere per Corso Dante e poi per Via Torre delle Catene, all’incrocio di queste strade c’era il monumento al Bue Apis e la pompa di benzina di Ettore. Il monumento al bue è ancora là dopo tre decenni, Ettore invece morì qualche anno dopo. Era una persona per bene, bassa, scura e rugosa. Mamma e papà facevano sempre benzina da Ettore e io adoravo andare da lui. Il profumo della benzina era bellissimo. Seduto in macchina dei miei, mentre Ettore riempiva il serbatoio aspiravo a pieni polmoni l’odore di super a cento ottani. Era un profumo che mi riempiva il cuore e mi emozionava. Non so per quale motivo, ma ce n’era solo un altro che mi creava le stesse emozioni di piacere ed era il profumo che si sentiva quando salivamo nell’ascensore del palazzo dei miei nonni dopo che qualcuno ci aveva fumato dentro. Il profumo di tabacco fumato e gli sfiati della benzina sono gli odori della mia infanzia, non suona molto bene, ma è così, non posso farci nulla. Un giorno Ettore morì, scomparve lui, la sua voce roca e l’impermeabile di plastica che usava nei giorni di pioggia. Il distributore fu preso in gestione dal figlio di Ettore e la prima volta che mamma fece benzina dopo la morte del vecchio gestore, fermò la macchina, scese di corsa e andò ad abbracciare il ragazzo che le voleva solo fare il pieno. Si misero entrambi a piangere. Continua a leggere

In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere

Un brutto scherzo

Il tenente non aveva mai imparato ad usare la tastiera del computer. Era costretto a digitare una lettera alla volta, usando quell’indice lungo e nodoso che spuntava fuori dal pugno chiuso. La preparazione di documenti, denunce e rapporti era resa ancora più lenta dalla scarsa memoria visiva del puntiglioso tenente della Polizia Postale, sede di Benevento, gruppo specializzato nella lotta ai crimini informatici. Quel piccolo difetto al sistema mnemonico lo costringeva ogni volta ad una lunga e fastidiosa ricerca, fastidiosa specialmente per il povero cristo che seduto di fronte al poliziotto non vedeva l’ora di porre fine a quel supplizio. Indice pronto a digitare, dritto verso il cielo, sguardo sulla tastiera, estenuanti secondi di ricerca, trovata!, digitazione, presentat’arm del dito e di nuovo alla caccia della successiva consonante, vocale o segno di interpunzione (questi ultimi tra i più subdoli nel nascondersi sulla tastiera).

Il vecchio professore era seduto di fronte al tenente e osservava da ormai ben trenta minuti quello spettacolo di scrittura al rallentatore. Il pover’uomo era sprofondato in una vecchia sedia dai bordi smangiucchiati dal tempo, su un cuscino nero, striato di gialla plastica espansa che si affacciava da antichi tagli. Tra una schiacciata e l’altra di tasti il professore De Nicolais si intrattenne domandandosi quali sederi, rei di malefatte informatiche, avessero causato quei tagli. E quante di quelle natiche invece fossero semplicemente innocenti, come lui del resto, il professore De Nicolais, originario di San Giorgio la Molara, trasferitosi nella città capoluogo della provincia sannita ormai vent’anni addietro, quando, vincitore di concorso, ottenne la cattedra di educazione fisica presso il locale e prestigioso liceo Classico.

Mai avrebbe pensato il De Nicolais, in tanti anni di onorata carriera da plasmatore di menti e di corpi acerbi, di doversi rivolgere alle istituzioni per dover denunciare un’offesa come quella che aveva ricevuto dai suoi studenti. Continua a leggere

Una caviglia, un pino e una finestra

Quando facevo la prima media, mamma mi chiese se volevo andare a fare una vacanza-studio in Inghilterra. Probabilmente non avevo capito bene di cosa si trattasse, ma risposi comunque di sì, dissi che mi sarebbe piaciuto andare. Perciò quell’estate del 1987 passai tre settimane in un College di Southampton a studiare inglese. Avevo solo 11 anni ed ero il più piccolo della comitiva.

Del viaggio in pullman e poi in aereo conservo ancora ricordi molto forti, immagini nitide, brevi flash di un’esperienza che probabilmente dovette essere molto emozionante. Ad esempio ricordo la professoressa che ci accompagnò durante la vacanza. Non ricordo il suo viso o il suo nome, ma ricordo che aveva due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che aveva portato insieme a lei in quella vacanza. Durante il viaggio in pullman da Benevento a Roma io e la professoressa sedevamo vicini, immagino che mamma si fosse premurata di dirle di tenermi sotto controllo e di accompagnarmi sempre. Ad un certo punto la professoressa si mise a parlare con alcune ragazze nel pullman, chiacchieravano di moda e di marche di vestiti. Lei spiegava che non capiva perché tutti noi giovani fossimo tanto ossessionati dai vestiti, e non riusciva a spiegarsi questa moda colorata e pasticciona. Però una cosa apprezzava di noi giovani, una cosa che le avevano insegnato i suoi figli, aveva scoperto che le scarpe si potevano indossare anche senza calzini. Detto ciò, si prese un piede tra le mani e lo portò su, ad altezza delle mie ginocchia. Si tirò su il jeans e mostrò la caviglia nuda. Una brutta e vecchia caviglia, di una persona che avevo appena conosciuto, questo è il primo ricordo che ho di quel viaggio.

Arrivati all’aeroporto di Ciampino i ragazzi del pullman si eccitarono tutti. Eravamo una quarantina, la maggior parte erano liceali, poi c’erano una decina di studenti di seconda o terza media e poi c’ero io. I ragazzi più grandi si conoscevano tra di loro, non era la loro prima vacanza studio ed erano allegri e sguaiati. Arrivati di fronte all’ingresso dell’aeroporto uno di loro si alzò, indicò il cartello con la scritta “Benvenuti a Ciampino” e urlò: “C’hai un pino?”. La cosa fece esplodere il gruppo in una fragorosa risata. Tutti si misero a ripetere la battuta, partirono grosse pacche sulle spalle e cinque battuti alti. Il secondo ricordo che ho di quel viaggio è perciò un pessimo gioco di parole e un gruppo di adolescenti che urlano.

Arrivati in aeroporto il nostro gruppo si unì agli altri che venivano dalle altre parti di Italia. L’agenzia di viaggio aveva prenotato un intero charter per tutti quegli studenti. La professoressa ci spiegò che cos’è un volo charter e poi aggiunse che essendo un volo a basso costo è anche probabile che sia in ritardo. Il nostro volo fece molte ore di ritardo. Non ricordo come io e gli altri passammo quelle ore di attesa in aeroporto. Quello che so è che arrivammo ai check-in che era ora di pranzo e ci imbarcammo che fuori era notte fonda.

Fu durante quelle ore di attesa che mi venne affibbiato il soprannome di “Stellino”. Non ricordo per quale motivo mi stessi lamentando, la professoressa, in un moto di compassione, mi disse che ero “una povera stella”. Lo disse davanti a tutti e qualcuno del gruppo disse che ero uno “Stellino”. Non penso che nessuno di quei ragazzi abbia mai saputo che mi chiamo Antonio, per loro ero e rimasi “Stellino” per tutta la vacanza.

Ricordo l’aereo buio, i ragazzi che dormivano accasciati l’uno sull’altro. A pensarci oggi, sapendo quanto possano essere maleodoranti gli adolescenti, in piena estate e dopo tutte quelle ore di attesa, in quell’aereo doveva esserci un’atmosfera pestilenziale. Io però non me lo ricordo, immagino che allora fossi poco sensibile alle questioni legate all’igiene personale.

Io ero sveglio quando arrivò l’alba. Ricordo perfettamente il finestrino a cui mi attaccai per vedere quello spettacolo. Volavamo sopra un mare di nuvole. Il sole rosso e caldo salì da quel mare morbido di nubi a strati, il buio si trasformò in colore e noi eravamo tutti felici. Presi di corsa la macchina fotografica e scattai una foto a quell’istante che ora, dopo quasi trent’anni, ricordo in ogni dettaglio. La foto chiaramente non venne bene, ero troppo piccolo per capire di ISO e di tempi di esposizione.

Non ho molti ricordi delle successive tre settimane di vacanza. Vivevamo in un college dai mattoni rossi. La mensa era pessima, il nostro cibo restava quasi sempre tutto nei piatti. Uno di noi iniziò ad usare il cibo per fare dei disegni di enormi cazzi nei piatti, a volte usava il purè, altre volte raggruppava i piselli in due grosse montagnole e vi appoggiava una banana in mezzo. Quando riportava alle cameriere il vassoio contenente quelle sue opere d’arte tutti ci mettevamo a ridere e a darci di gomito. Entro la fine della vacanza, alla fine di ogni pasto, tutti i nostri piatti erano pieni di cazzi e disegni osceni.

La mensa e le classi dove la mattina studiavamo erano su uno dei quattro lati del cortile del college. Sul lato di fronte c’erano i dormitori. Il nostro gruppo occupava due piani di una delle house. Al piano di sopra c’erano le ragazze e la professoressa, al piano basso c’eravamo noi maschi. Io ero in camera con un ragazzo che mamma mi aveva presentato la mattina della partenza da Benevento. Mamma mi aveva detto che Giuseppe, se non sbaglio si chiamava così, era il figlio di un loro caro amico e che perciò saremmo andati in camera assieme. Giuseppe era un ragazzo grasso, dalle abitudini eccentriche, ma in fondo gentile e socievole. Ricordo che la notte per addormentarsi si metteva con le spalle appoggiate alla spalliera del letto, accendeva la lampada del comodino, una di quelle con il braccio snodabile, e si puntava la luce direttamente sugli occhi. Restava così, immobile e con la lampadina a pochi centimetri dal volto, per diverso tempo. Io mi addormentavo sempre prima che lui finisse quel rituale. Giuseppe diceva che faceva così perché per addormentarsi aveva bisogno di stancarsi gli occhi.

Una notte, mentre io e Giuseppe dormivamo in camera, fummo svegliati dal rumore della nostra finestra che si rompeva. Ci mettemmo ad urlare per lo spavento, il dormitorio fu gettato nel panico. Scappammo fuori dalla stanza continuando ad urlare e fummo subito circondati dagli altri che si erano svegliati di soprassalto. La professoressa ci coccolò e ci tranquillizzò. Venne chiamata la polizia, dissero che alcuni ragazzi del luogo avevano lanciato una pietra contro la finestra. Le ragazze erano spaventatissime, per tranquillizzarle dissero che una macchina della polizia avrebbe vegliato su di noi per tutta la notte. Io e Giuseppe venimmo separati, non potevamo più dormire in quella stanza. Io venni accolto nella stanza del figlio della professoressa, il maschio alfa del gruppo. Misero una brandina in un angolo della sua stanza e quella diventò anche la mia stanza.

Facemmo un patto tra tutti noi, un sacro giuramento che passò di stanza in stanza e a cui tutti partecipammo con solennità. Giurammo di non dire nulla ai nostri genitori di quello che era successo quella notte. Non volevamo che si preoccupassero e perciò, durante le telefonate che quotidianamente facevamo verso l’Italia, nessuno doveva fare menzione dell’attacco che aveva subito il nostro dormitorio. Solo quando ritornammo in Italia alcune ragazze ci confessarono di aver tradito il patto e di aver già raccontato tutto alle loro madri. Noi maschi invece eravamo stati tutti fedeli al giuramento e nessuno di noi aveva parlato. Stupidi, sciocchi e teneri maschi, noi e il nostro inutile codice morale.

Del viaggio di ritorno ricordo solo il caldo e umido abbraccio dell’aria estiva quando aprirono il portellone dell’aereo. Eravamo tornati a casa, alla nostra estate italiana. Alle nostre mamme e ai nostri papà.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la trenta puntata.

Prima Puntata

Seconda Puntata

Quarta Puntata (la prossima)

Quinta Puntata

Betsie e Tommy

Tu sei Bette Midler, è il 26 Maggio del 1979 e hai 33 anni. Sei a New York sul palco del Saturday Night Live, quella settimana sei tu l’ospite musicale dello show. Sei lì per presentare il tuo nuovo disco “Thighs and Whispers”. La scaletta della serata prevede che tu faccia due pezzi, il primo l’hai già cantato, era “Married Men” una canzone tratta dal disco che stai promuovendo.

Adesso sei di nuovo sul palco per cantare il secondo brano. Ti annunciano, tu saluti e poi dici: “La prossima è una canzone che ha scritto il mio amico Tom Waits“.

A dir la verità Tom è ben più di un amico. La vostra storia d’amore è nota, forse non a molti, ma tu sei una delle cantanti più amate dal pubblico americano e lui è uno dei cantautori più promettenti della sua generazione perciò quello che c’è tra di voi non passa proprio inosservato. La vostra è una storia complessa, fatta di alti e bassi, ma qualcosa di speciale vi lega.

Lui ha pubblicato il suo primo lavoro in studio “Closing time” nel 1973 e in quel disco c’era questa canzone che si intitola “Martha”.

Tu sei al Saturday Night Live nel 1979, in diretta di fronte a milioni di americani, il pianoforte attacca a suonare “Martha” e tu canti la tua versione di quella canzone. Nella tua canzone però non c’è nessuna Martha, ci sono solo Betsie e Tommy.

Questa è la storia che quella canzone racconta.

Betsie Frost è al telefono, parla con la centralinista e le chiede di trovare il numero di un certo Tom che adesso vive in un’altra città. Le tremano le mani e gioca nervosamente col filo della cornetta. Il centralino compone il numero e il telefono dall’altro capo inizia a squillare.

Betsie è preoccupata, sta pensando che sono passati troppi anni ormai e che Tommy non la riconoscerà mai. Si sente un groppo in gola e cerca di farsi forza, sente le lacrime salirle in viso, ma aspetta che dall’altra parte alzino la cornetta.

Risponde un uomo, è lui, è invecchiato molto in tutti questi anni, ma lei riconosce lo stesso la sua voce. Betsie prende fiato e inizia a parlare:

“Ciao Tommy, sono io Betsie Frost, ti ricordi di me? Sono passati quasi vent’anni, ma non puoi esserti dimenticato di me. Stavo pensando che sarebbe bello uscire assieme uno di questi giorni per prenderci un caffè in ricordo dei bei tempi.”

Betsie ricorda benissimo quei giorni fatti di rose, di poesie e di prosa. Quando non c’erano che lei e Tommy.

“Mi sento così vecchia in questo periodo” – Betsie continua a parlare, senza pause, forse anche per tenere a bada le emozioni – “Certo, anche tu oggi sarai più vecchio. E come sta tua moglie e i tuoi figli? Sai anch’io alla fine mi sono sposata. Sono stata fortunata, ho trovato un uomo che mi ha aiutata a farmi sentire al sicuro, non come quando…”.

La voce di Betsie si incrina, una breve pausa, impercettibile, poi riprende: “Eravamo così giovani e pazzi. Adesso però siamo diventati maturi e poi io ero così impulsiva, beh… forse lo sono ancora. Immagino che non fossimo fatti per stare insieme, tutto qui.”

“E ti ricordi, Tommy, ti ricordi quei giorni, quei giorni con le rose, con le poesie? Ti ricordi cosa mi dicevi sempre? Mi dicevi di mettere da parte le sofferenze, di metterle via per un giorno di pioggia. Tommy ti ricordi?”

“Tommy, Tommy, Tommy” – quanto le era mancato quel nome, solo ora se ne rende conto, quanto le piaceva parlare con lui, sentirlo vicino – “Tommy, ma davvero non capisci? Tommy, io ti amo.”

Adesso il telefono è muto. Betsie piange piano, una lacrima alla volta. Tommy non parla, però è ancora lì, lei lo sente.

Betsie adesso è un po’ meno triste e riprende a parlare.

“E ti ricordi quei pomeriggi tranquilli che passavamo abbracciati l’uno all’altra e io tremavo un po’.”

Qualche mese dopo, durante un’intervista alla rivista Rolling Stone, ti chiederanno come mai durante l’esibizione al Saturday Night Live, dopo aver cantato quel verso che fa:

I was always so impulsive, guess that I still am,
I guess that our bein’ together was never meant to be­…

ti sia scesa una lacrima lungo il viso, col mascara che arrivava sulla guancia. Tu risponderai che era da poco morta tua madre e che stavi pensando a lei. Io però non ti credo Betsie.

La voglia che avevamo

Io e mio nonno Pietro avevamo la stessa voglia sul palmo della mano. La cosa buffa è che me ne accorsi solo la mattina in cui lui morì. È una piccola macchia marroncina al centro del palmo sinistro, sotto la nocca del medio. Un tempo mi dicevano che era una voglia di caffellatte (non so se oggi ci sia ancora tutto quel culto che c’era allora per la catalogazione delle forme e dei colori delle voglie dei bambini).

Io voglio bene alla mia voglia perché è piccola ed apprezzo la sua simmetria, apprezzo anche che abbia scelto di venire fuori proprio lì, nel centro esatto del palmo. E poi fa tanto romanzo di appendice il fatto che io abbia un marchio che mi distingue dagli altri; figlio del re, rapito da bambino e cresciuto dai pirati, riscopre le sue origini grazie all’incontro con la vecchia tata che racconta di quella voglia a forma di stella che il bambino aveva sul fianco sinistro, agnizione, sconfitta del malvagio barone usurpatore, abbracci commossi, fine.

Quando presi la mano del corpo morto di mio nonno e la portai alle labbra per baciarla mi accorsi che anche là c’era la stessa macchia caffellatte. Ricordo che mi sentii davvero male a fare quella scoperta. Altro che principesse, re e cavalieri, ero davvero una merda. Possibile che in tanti anni non avessi mai notato una cosa del genere? Ma che brutta persona che ero se solo dopo la sua morte gli avevo guardato le mani?

Eppure le mani di nonno Pietro avevano plasmato la mia vita perché lui con le mani sapeva costruire case, scale, palazzi, e famiglie. Lui era stato muratore da ragazzo, poi emigrante in Albania e Venezuela, e infine era diventato imprenditore e costruttore. Quando era ritornato in Italia aveva partecipato alla ricostruzione della sua città rasa al suolo dai bombardieri alleati e aveva tirato su un bel po’ di palazzi. All’ultimo piano di uno di questi palazzi lui, mia nonna, mia madre e mia zia si trasferirono e quella divenne la loro casa.

Nonno Pietro insegnò a tutti i suoi nipoti ad impastare il cemento. Ci spiegò l’utilità del filo a piombo e come riparare le crepe in un muro di tufo. Ho passato le estati della mia infanzia a seguire i suoi insegnamenti, a portargli l’acqua nella caldarella, a pulirgli la cazzuola sotto la fontana dell’acqua. Le sue mani erano grosse, bianche e precise. Come mi sia sfuggita quella macchia proprio non lo so. Tra i tanti rimpianti che mi porto dietro c’è quello di non averglielo mai fatto notare, di non avergli mai detto: “Guarda nonno, c’è un legame profondo tra me e te. Un po’ di quel tuo splendido gene di costruttore è arrivato fino a me passando attraverso tua figlia e adesso anche io ho questa macchia sulla mano”.

Nonno era stato per anni il fulcro attorno cui aveva girato tutta la nostra famiglia. O meglio, quel pezzo di famiglia a cui nonno ancora rivolgeva la parola.

Aveva avuto due sorelle e due fratelli. Il fratello a cui voleva più bene, Salvatore, era morto prima che io nascessi, con gli altri invece non si parlava più a causa di vecchie storie d’affari. Perché in famiglia noi si faceva così, coltivavamo il rancore, non ci si perdonava nulla e quando proprio non ce la facevamo più, ci si toglieva il saluto per sempre. E quando dico “per sempre” non sto esagerando. Ricordo ancora quando andammo al funerale di una delle sorelle di nonno e nemmeno di fronte alla morte i fratelli vollero cedere ad un cenno d’affetto.

Nel coltivare il rancore però nonno non si limitava alla famiglia. Si era costruito negli anni tutta una lista di persone che gli avevano fatto qualche sgarro. Aveva però un rituale tutto suo per vendicarsi di quelle persone, era una cosa che mi faceva impazzire e che me lo faceva adorare ancora di più. Faceva così: quando trovava su un manifesto mortuario il nome di uno di quelli che era sulla sua lista nera si fermava a fissarlo, leggeva per bene il manifesto e poi si metteva a ridere. Era davvero contento che morissero prima di lui, ne era soddisfatto e ce lo spiegava pure, tutto felice lui, “Eccone un altro che è morto. Bene! Prima o poi toccherà a tutti”, era soddisfatto che l’Angelo della Giustizia fosse sceso in terra a punire quello che magari venti anni prima gli aveva rubato i mattoni dal cantiere.

La casa dove sono cresciuto la costruì lui. Non ho alcun ricordo dell’appartamento dove per qualche anno io e i miei genitori vivemmo, perciò l’unica mia vera casa fu quella in Contrada Santa Clementina. Era una villetta a due piani che nonno iniziò a costruire per farne la casa di campagna della famiglia.

In casa abbiamo una vecchia foto in cui ci sono io a due anni che cammino in mezzo al prato su cui poi nonno costruì la casa. Nella foto si vede alle mie spalle un pezzo della valle sotto la collina, qualche albero sui bordi del prato e un po’ di nuvole in cielo. La cosa che mi ha sempre colpito in quella foto è la totale assenza di case e strade, non c’era niente di niente in quegli anni a Contrada Santa Clementina. Come gli sia venuto in mente di costruire lì dove non c’era nulla, nemmeno la strada per arrivare a quel prato, lì dove le fogne arrivarono solo vent’anni dopo, dove l’acqua era solo quella dei pozzi e delle piogge, lì dove non c’era nulla se non un bosco, qualche prato e un albero di noce, come gli sia venuto in mente per me resta un mistero. Forse fu la bella vista che si ammirava sulle montagne della “Dormiente” o più semplicemente, conoscendolo, un ottimo prezzo del terreno edificabile.

Sapete, a volte, quando vengo rapito da un afflato di romanticismo spicciolo penso a quanto la mia vita sia stata legata a due o tre case, tutte unite da legami personali e racchiuse in un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati: la casa che mio nonno costruì in collina e dove ho trascorso i miei primi venti anni di vita; a dieci minuti di macchina da lì l’appartamento in città che ospitava i miei nonni; attraversando la strada il palazzo dove c’era la scuola media a cui mia madre mi iscrisse e che lei scelse proprio perché strategicamente vicina ai nonni; la camera da letto di mio nonno dove io quella mattina lo andai a trovare già morto e che adesso, quando scrivo queste parole, è diventata la camera da letto mia e di mia moglie.

Poi però l’afflato romantico mi passa, torno lucido e penso che sono tutte sciocchezze perché l’unica cosa che conta è quella macchiolina sulla mia mano. Quella macchia che ogni volta che guardo mi fa sentire una merda, proprio come quella mattina di dieci anni fa quando capii che era troppo tardi per ogni rimpianto e che non si poteva più rimediare perché nonno non c’era più.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la seconda puntata.

Prima Puntata

Terza Puntata (la prossima)

 

Quarta Puntata

Quinta Puntata

Il primo bacio

In una piccola casa al centro di Benevento ci sono tre bambine che stanno per addormentarsi. Luisa è la più piccola, ha 4 mesi ed è nella sua culla. Eleonora, la maggiore, ha 5 anni ed è stesa a pancia in giù nel lettone di mamma e papà. Costanza, infine, con i suoi 3 anni è la sorella di mezzo e si trova di fianco ad Eleonora.

Eleonora, Costanza e Luisa si addormentano e subito si risvegliano nel sogno di Luisa.

Luisa è troppo piccola per poter parlare e camminare, ma nei suoi sogni Luisa parla e si muove da sola. Per muoversi però non cammina, perché anche i sogni hanno delle regole. La piccola nei suoi sogni vola grazie a due ali magiche viola e gialle. Eleonora e Costanza non lo sanno ancora, ma il colore preferito di Luisa sarà il viola.

Luisa guarda le sorelle e le salute: “Benvenute”.
Costanza allora le chiede: “Luisa perché ci hai chiamato nei tuoi sogni?”
Luisa le spiega: “Ho bisogno del vostro aiuto, ho perso un tesoro molto prezioso”.
“Cosa hai perso?” chiede Eleonora.
Luisa le dice: “Non trovo più il mio tesoro più grande, il primo bacio di mamma”.

Costanza ed Eleonora decidono di aiutare la sorella. “Venite, vi porterò nel posto dove lo conservavo” dice Luisa “e per fare prima vi presenterò due miei amici”.

Da un cespuglio escono fuori due cavalli alati, uno tutto rosa e uno tutto rosso. Il cavallo rosso si avvicina a Costanza, quello rosa va verso Eleonora. I cavalli si chiamano Pink e Red perché Luisa sa che il colore preferito di Costanza è il rosso e il colore preferito di Eleonora è il rosa.

Luisa sbatte le ali e vola via, Eleonora e Costanza a cavalcioni sui loro nuovi amici la seguono. Le tre bimbe volano sul sogno di Luisa, volano su valli verdi attraversate da fiumi di latte candido, sorvolano foreste di ciucci gommosi, osservano la distesa del deserto dei biscotti. In breve tempo arrivano ad una pianura al cui centro c’è una montagna. La montagna ha la forma di una donna seduta a gambe incrociate. La donna della montagna è la mamma di Luisa, Eleonora e Costanza. Al centro della montagna c’è una piccola casetta con un giardino fiorito. I cavalli volanti atterrano davanti la porta della casetta, Luisa è già lì che li aspetta.

Luisa entra in casa ed invita le sorelle più grandi a fare lo stesso e dice: “Questa è la casa dove vengo a giocare quando sono nel mio sogno”.

Nel centro del salone della casetta di Luisa c’è una bacheca vuota. Luisa dice “Qui conservavo il mio primo bacio di mamma, ma adesso non c’è più”.

Eleonora allora si ricorda che due giorni prima aveva sognato di essere un detective. Cerca nella tasca del pigiama e ritrova la lente d’ingrandimento che aveva usato in quel sogno di due giorni prima. “Cerchiamo degli indizi”. dice alle sorelle.

Grazie alla lente da detective, Eleonora trova delle piccole impronte vicino alla bacheca vuota. Dice alle sorelle “Costanza. Luisa guardate qui, ci sono dei minuscoli segni di passettini che partono dalla bacheca. Sono piccoli come una punta di pastello. Vanno verso la porta, come se qualcuno fosse entrato e poi uscito”.

Luisa e Costanza in coro dicono “Allora seguiamole”.

Le tre bimbe seguono le impronte. Eleonora chinata con in mano la sua lente d’ingrandimento, Costanza dietro cammina in punta di piedi per non disturbare la sorella più grande ed infine Luisa che svolazza dietro. Le impronte attraversano il giardino e continuano lungo un sentiero. Il sentiero finisce in un bosco.

Luisa dice “Quello è il bosco incantato della montagna, io non posso entrarci”.
Costanza chiede “Perché non puoi entrarci Luisa?”.
La piccola risponde “Perché al centro di quel bosco c’è un villaggio protetto da una magia. Quella magia fa scomparire tutte le altre magie nel sogno. Se dovessi entrare nel bosco io non avrei più le mie ali e senza le ali io non posso muovermi”.
Eleonora allora dice “Ma io e Costanza non abbiamo bisogno di magia per muoverci, se solo avessimo una carrozzina potremmo portarti con noi”.

Luisa allora sogna una carrozzina e questa compare davanti alle tre bimbe, una carrozzina per bimbe di 4 mesi, con ruote grandi e lucenti ed un cuscino tutto viola, proprio come il colore preferito da Luisa.
La piccolina svolazza dentro e dice “Perfetto, andiamo”.

Costanza ed Eleonora spingendo la carrozzina entrano nel bosco.

Al centro del bosco c’è un prato gigantesco e al centro del prato c’è la più grossa quercia che le tre bimbe abbiano mai sognato.

Luisa dice “Il villaggio del bosco incantato dovrebbe essere proprio qui, ma io non vedo niente”.

Le tre bimbe si avvicinano al centro del prato, arrivano sotto alla quercia e si accorgono che alla base dell’albero c’è una piccola porta, non più alta di una mela.

Eleonora bussa alla porticina. Dopo poco la porta si apre e ne esce un piccolo elfo, alto come la manina di Costanza, con le gambe sottili come le dita di Luisa e dai capelli ricci come quelli di Eleonora. L’elfo guarda in alto verso le bimbe e chiede “Cosa posso fare per voi?”.

Luisa dice “Sei tu che hai rubato il mio tesoro più prezioso?”.

L’elfo allora scoppia a piangere e dice “Sì, sono stato io, mi dispiace tantissimo. Volevo fare una sorpresa alla nostra regina. Volevo farla felice perché sono giorni che la regina degli elfi è triste. E se la regina non ride anche il suo popolo è infelice”.

Luisa allora si rattrista e dice “Ma quello è il mio tesoro, io lo rivoglio”.

L’elfo dice “Te lo restituirò, tanto non è servito a nulla, la nostra regina è ancora triste”.

L’elfo rientra nella porta. Si sentono i rumori dei suoi piccoli passi salire per delle scale. Le bimbe si accorgono allora che l’albero oltre alla porta ha anche tante finestre lungo il tronco. Luisa allora capisce che l’albero doveva essere abitato da migliaia di piccolo elfi.

Mentre le bimbe aspettano che il piccolo elfo ritorni col tesoro, Luisa pensa a tutti quegli elfi che vivono nell’albero e a come devono essere tristi perché la loro regina non è felice. La regina è un po’ come la loro mamma, e non è bello che una mamma sia triste.

L’elfo esce dalla porta e restituisce il tesoro a Luisa.

Luisa lo ringrazia e dice “Come è possibile che la tua regina sia triste. Avete provato a raccontarle una storia divertente?”

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Costanza dice “Avete provato con uno spettacolo di magia?”.

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Eleonora allora dice “Avete provato con della musica?”

E l’elfo chiede “Cos’è la musica?”.

Così le tre bimbe scoprirono che gli elfi non conoscevano la musica e la danza. Allora chiesero all’elfo di portare la regina e tutti gli altri elfi fuori nel prato.

Eleonora, Costanza e Luisa aspettarono che tutti fossero pronti e solo a quel punto si misero a cantare.

Eleonora iniziò con un canto di chiesa che le aveva insegnato la nonna. Continuò Costanza con la sua canzone preferita, “Brilla, brilla mia stellina”. Ed infine Luisa, stringendo al petto il suo primo bacio di mamma, iniziò a cantare una ninna nanna che sua madre le cantava ogni notte.

La regina sorrise nel sentire Eleonora, ballò seguendo il ritmo della canzone di Costanza, si commosse ascoltando la piccola Luisa. La regina non era più triste, lei e il suo popolo avevano scoperto la musica e non sarebbero più stati infelici.

E questa è la storia delle tre bimbe che, per cercare il primo bacio di una madre, insegnarono la musica agli elfi che vivevano al centro di un prato che si trovava su una montagna a forma di mamma, nel centro di un sogno di una bimba di 4 mesi.

E vissero tutti felici e contenti, per sempre.

Mia mamma mi voleva morto (DC)

Mia madre era una persona a cui piaceva organizzare bene la propria vita e quella degli altri. Si riteneva molto pragmatica e moderna. Andava fiera delle sue lotte. Figlia di don Pietro, uomo dalle umili origini e dai principi saldamente piantati nel suo adorato fascismo, mamma aveva combattuto contro suo padre per rendersi libera e moderna, emancipata e padrona della propria vita.

Mia madre, nata nei primi anni ’40, liberatasi nel ’68, si sposò negli anni ’70, in chiesa per far contenta la sua devotissima mamma, seppure in tailleur rosso e grigio (perché il suo pragmatismo non le permetteva di accettare di spender soldi per un abito che avrebbe indossato solo per poche ore). Negli ’80, mia mamma, decise infine di darsi un nuovo obiettivo: uccidermi. E per farlo decise di iscrivermi alla scuola media.

Io sono nato un anno dopo il matrimonio dei miei. Mio padre mi disse una volta che fu lei a decidere che fosse giunto il momento di convolare a nozze. Lui rispose che avrebbero avuto bisogno di una casa per potersi sposare. Lei si prese qualche giorno, trovò la casa e loro si sposarono. Questo era mamma.

A cinque anni il dottore di famiglia mi scoprì miope. Pochi decimi all’inizio, ma erano solo i segni d’una forma ben più grave. I primi occhiali che mamma mi comprò avevano le lenti “indistruttibili”, o almeno così le spacciava l’ottico. Erano pezzi di plastica grossi e spessi, resistentissimi agli urti, infrangibili. Avevano solo due grandi difetti. Primo, erano facilmente soggetti a graffi, tanto che bastavano poche settimane per far sì che le lenti ne fossero completamente ricoperte, lasciando i miei occhi dietro una perenne nebbia lanuginosa. Secondo problema, le lenti infrangibili erano spesse, la plastica non permetteva di fare lenti sottili come quelle in vetro, le mie erano almeno tre volte più grosse.

“Mamma, ma non posso avere degli occhiali più sottili?”
“No, amore mio. Se mettiamo quelle in vetro poi ci giochi e le rompi. E sarebbe uno spreco.”

Mamma razionale aveva fatto i suoi conti, valutato le opzioni e infine stabilito la regola.

Una delle cose più fastidiose della miopia grave è che non si ferma mai. Ogni anno la vista degenerava e perdevo qualche decimo. Quando mi iscrissi alla scuola media mi mancavano circa 7 diottrie ad un occhio e 8 all’altro. Adesso cercate di visualizzare l’immagine di me il primo giorno delle medie e fissate i miei occhiali, le lenti sono tutte sporche e graffiate, così spesse che trabordano dalla montatura. Tenete bene in mente quest’immagine perché adesso parliamo dei denti.

A 9 anni mi ruppi i due incisivi superiori. Ero un bambino tranquillo, ma strano. Mi piaceva sperimentare posizioni non ortodosse, mettermi in pose contorte, g iocare allo yoga e fare le lettere col corpo. Uno sera stavo seduto col culo sulla punta della testiera del divano, ero in bilico, in perfetto equilibrio. Ricordo mia madre che mi diceva di scendere e io che le dicevo che era tutto a posto. Poi il divano si ribaltò, caddi con la faccia verso la scrivania del salone e uno degli spigoli m’arrivò in bocca. L’incisivo di destra si ruppe orizzontalmente, come se si fosse accorciato di botto. Quello di sinistra aveva avuto un taglio un po’ più drastico, il pezzo ch’era saltato aveva spezzato il dente quasi da sotto a sopra, rendendolo un mezzo incisivo.

Il giorno dopo il dentista fece un paio di prove e dichiarò che andava devitalizzato. Mamma e il dentista, dopo l’operazione, si intrattennero sul come gestire al meglio il triste evento. Mamma ascoltò i consigli del dottore, valutò i pro e i contro, e infine prese la sua decisione: i denti sarebbero rimasti così fino a quando non sarei diventato più grande, non si dovevano ricostruire, troppo alto sarebbe stato il rischio di rompere le protesi durante un altro incidente. Il dente devitalizzato dopo qualche mese cambio colore, da bianco divenne di un funereo color grigio topo.

(Tra parentesi. Qualche anno fa un dentista che mi aveva in cura mi spiegó che la strana forma dei miei canini, che sono tutt’altro che aguzzi, si deve probabilmente a tutti quegli anni che ho vissuto con gli incisivi ridotti a metà. Questo dentista diceva che senza l’appoggio dei denti più grandi, il mio morso era stato troppo stretto e avevo così limato i quattro canini).

Adesso torniamo a me che sto per affrontare la scuola media. Immaginatemi di spalle che sto per varcare un portone, ho uno zaino anonimo comprato al mercato, gli Invicta sono solo uno status symbol e mamma non approva. Adesso zoomate sul mio tenero sorriso scheggiato e passate a volo radente sui miei capelli scomposti e tagliati male (aveva scelto un barbiere economico ed efficiente).

Inquadratura di fronte, jeans troppo corti, scarpe grosse e robuste, magliettina anonima e giubbino, tutto rigorosamente non di marca. Sono gli anni ‘80, le marche dei vestiti sono quei loghi che aiutano e sostengono l’autostima di ogni pre-adolescente. Le scarpe Timberland, le felpe Best Company, i jeans Levi’s e le cinture El Charro sono tutti doni che il buon Dio ci ha inviato per proteggerci, per aiutare noi sfigati a mimetizzarci con la massa, a sparire come fa un cameleonte che cambia il colore della pelle. Io tutto questo però non lo so ancora, vengo dalla scuola elementare e mamma dice che i miei vestiti sono pratici e funzionali.

Di nuovo di spalle, dolly lento che mi riprende, sale sopra e allarga la visuale, si iniziano a vedere le mura della scuola, forse riuscite perfino a leggerne il nome: Scuola Media Vitelli. La scuola è un edificio di due piani, a giudicare dallo stile anonimo è stata probabilmente costruita tra gli anni ‘60 e ‘70. Quel primo giorno la scuola era ancora tutta diroccata, la facciata era grigia e cadente. A quel tempo non erano ancora arrivati i piani del colore che avevano portato il giallo e il rosso in città, il grigio la faceva ancora da padrone. Due piani di un palazzo che era nato per essere chissà cosa, forse appartamenti, forse uffici, ma poi qualcuno aveva deciso che sarebbe stato perfetto come scuola. Poco importava che le stanze del palazzo fossero poco adatte ad accogliere delle classi, poco importava che per arrivare ai piani superiori gli studenti dovevano salire per le strette rampe di scale inadatte ad accogliere quella fiumana, poco importava a quel qualcuno che aveva deciso

La Vitelli era in Via Fragola, un vicolo che si chiamava Via solo per distinguerlo dall’imbuto che era qualche metro più in là e che, quello sì, avevano deciso di chiamare Vico. Sia il Vico, sia la Via erano nel Triggio, il quartiere vecchio e popolare della città. L’edificio però si trovava in una zona di passaggio tra il vecchio e il nuovo. La scuola era l’anello di congiunzione tra le zone ricostruite durante il boom economico e l’antica città fatta di vasci, case a due piani e botteghe sporche. Da una parte c’erano i sei piani di palazzo Villani, vero e proprio grattacielo per gli standard di Benevento, e dall’altra c’erano le case centenarie costruite attorno al convento di San Filippo. Da una parte c’erano i professionisti, gli studi dentistici e le sale d’attesa dei dottori, e di là c’erano i fumi dei pranzi, i panni stesi in mezzo alla strada, i traffici abusivi. La mia scuola era lì, sul confine, ed era pronta ad accogliere il peggio prodotto da quei due mondi.

“La Vitelli è vicino a casa di nonna. Così se serve qualcosa puoi andare a piedi da lei”.

Negli anni che seguirono, tra le mura di quell’istituto, incontrai criminali, pazzi, ragazze schizofreniche, bulli e perfino qualche punk.

Entro a scuola per la prima volta, ignaro del piano malevolo che in tutti quegli anni mia madre aveva architettato. Aveva pensato a tutto, mi aveva tolto ogni protezione, mi aveva reso debole ed indifeso e mi aveva iscritto ad una delle peggiori scuole di Benevento.

Mia mamma mi voleva morto e io sono vivo per miracolo.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la prima puntata.

Seconda Puntata

Terza Puntata

(questo racconto ha partecipato alla serata Racconti stesi in piazza organizzata dal collettivo Riuscire tentare provare)

(questo racconto è stato pubblicato nella raccolta In co’ del ponte. Presso Benevento edita da Edimedia)