Introduzione a Sandman di Neil Gaiman

Tutto ha inizio nel 1987 quando negli uffici della DC Comics, la casa editrice americana di Batman e Superman, arriva una proposta per una nuova serie di supereroi. La proposta è opera dello scrittore inglese Neil Gaiman che aveva già lavorato per la DC Comics su una minisere intitola Black Orchid.

Gaiman, oltre ad essere un ottimo scrittore, aveva dalla sua anche il fatto di essere inglese. Infatti in quel periodo il mercato dei fumetti americani stava subendo la cosiddetta “british invasion”. Un fenomeno molto simile a quello avvenuto nel rock e nel beat degli anni ’60, quando i Beatles, i Rolling Stones e gli Who erano sbarcati in USA per insegnare agli americani come fare musica moderna e con velleità artistiche. Più o meno allo stesso modo negli ani ’80 Grant Morrison, Jamie Delano, Neil Gaiman e altri avrebbero insegnato agli americani come si potevano scrivere delle storie di supereroi adatte a un pubblico adulto, consapevole ed esigente.

Gaiman propose alla DC Comics l’idea per una nuova serie mensile basata su un vecchio personaggio della casa editrice. Un certo Sandman, un eroe minore creato negli anni Quaranta sul modello di Batman. Sandman era un vigilante mascherato che sconfiggeva i suoi nemici addormentandoli con la sua polvere speciale.

In quel periodo la DC stava rilanciando tutte le sue serie e aveva deciso di azzerare le storie dei precedenti 60 anni per ripartire da capo (oggi lo si chiamarebbe un reboot). Gaiman aveva quindi carta bianca, poteva prendere il personaggio e ricrearlo da zero.  Il suo Sandman non avrebbe avuto più nulla del vecchio personaggio, solo il nome era rimasto immutato, ma niente più vigilante mascherato, niente più crimine da combattere, solo Sandman, il signore della sabbia, il signore del sogno, Morfeo.

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Neil Gaiman con la moglie, la cantante Amanda Palmer

La serie inizia in maniera classica, originale e ben scritta, ma abbastanza nella norma. In questo primo ciclo di storie Gaiman presenta il suo personaggio, un essere magico rappresentato come un uomo alto e longilineo, dai capelli neri corvini, con due occhi come la notte. Sandman è il re del mondo dei sogni, protegge e governa il Sogno, può viaggiare attraverso le menti degli essere umani addormentati e ha una borsa piena di sabbia magica. Gaiman inizialmente imposta la serie come un misto tra un horror e una serie super eroistica classica: Sandman viene catturato e ne scaturiscono problemi per il Sogno, Sandman riesce a scappare, si vendica e punisce i cattivi.

Il successo di queste prime storie è notevole. La serie piace perché è ricca di trovate originali ed è scritta benissimo (lo so, questa cosa che è scritta benissimo l’ho già detta, ma non ci posso fare niente, è una serie scritta divinamente).

Dopo la fine del primo ciclo arriva il cambio di passo, lo scatto in avanti, il Sergent Pepper di Neil Gaiman. In una storia fatta solo di dialoghi e con praticamente nessuna azione (“The sound of her wings” traducibile in “Il rumore delle sue ali”) facciamo la conoscenza della sorella maggiore di Sandman, Death, la Morte.

Death viene rappresentata come una ragazza di non più di 16 anni, bella e sorridente, vestita con dei jeans neri e una t-shirt nera anch’essa. Death è simpatica, ci si scorda quasi che sia la morte.

Questo è il primo tassello della mitologia che Gaiman sta costruendo attorno al suo eroe.

Nei numeri successivi si verrà a sapere che Sandman è un Eterno, della famiglia degli Eterni. Gli Eterni sono sette fratelli, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. La sorella maggiore è La Morte, ci sono poi Sogno (il nostro Sandman), i gemelli Disperazione e Desiderio, la piccola Delirio, che un tempo era Delizia, Destino e infine il fratello in esilio, Distruzione.

Nel mondo che crea Gaiman le muse esistono davvero e si possono imprigionare, in questo mondo Caino e Abele sono i personaggi della prima storia mai raccontata e sono i vicini di casa di Lilith, la donna che venne prima di Eva. Sandman è amico di Shakespeare ed è stato lui a commissionargli ‘Sogno di una notte di mezza estate’. Nel suo regno Sandman conserva un’ampolla dentro cui è nascosta la Baghdad delle ‘Mille e una notte’. Sulla Terra, nelle storie di Sandman, gli dei esistono davvero, ma fanno vite normali perché nessuno crede più in loro. Il fumetto di Sandman è un’esplosione di idee, di immagini, di riferimenti letterari, artistici, cinematografici. Ci sono De Sade, l’imperatore Augusto, le fate, i demoni, le Parche, ci sono tutte le Storie.

Perché Sandman è fondamentalmente un’opera sul racconto. Sandman, il re del Sogno, viaggia attraverso l’immaginazione degli uomini per raccontarci e spiegarci perché l’Uomo racconta e ha sempre raccontato storie. Dalle caverne illuminate dai primi fuochi dell’umanità, fino ad arrivare ai film proiettati in 3D su un maxi schermo iMAX l’uomo ha sempre raccontato. Neil Gaiman col suo Sandman ci racconta questo.

In un episodio minore di Sandman (come se potessero esistere davvero episodi minori in questa saga) un nonno sta raccontando la storia della buona notte al nipotino. L’eroe della storia a un certo punto riceve da una strega un paiolo, ma il nonno spiega che nonostante fosse di una strega era un semplice paiolo, una pentola normale senza alcun potere. Dopo qualche pagina, l’eroe salta dentro al paiolo e questo inizia a volare. “Ehi, ma avevi detto che non era magico, com’è possibile?”, dice a quel punto il nipotino al nonno. E il nonno risponde: “Non chiederlo a me, io sto solo raccontando, chiedilo alla storia”.

Sandman è questo, una storia sulle Storie.

Harvey Pekar e il fumetto americano

(questo pezzo è stato inizialmente pubblicato nel 2012 sul Vaglio.it)

Da qualche giorno sta facendo discutere in rete un intervento di Andrea Queirolo dal titolo “Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel” pubblicato sul blog ‘Conversazione sul Fumetto’ .

La tesi che Queirolo presenta è che la produzione di fumetti d’autore in Italia si è negli anni focalizzata per lo più su storie autobiografiche, tanto da arrivare a una strana sovrapposizione tra il concetto di graphic novel e autobiografia; è come se, per poter chiamare un’opera a fumetto “graphic novel”, questa debba sempre essere in qualche modo legata alla biografia del suo autore.

Nel blog vengono citati diversi esempi di pessime (a parere del blogger) autobiografie spacciate negli anni come capolavori del genere. Viene citato anche un noto autore spagnolo e molto attivo in Italia, Miguel Angel Martin che in un’intervista dichiarava al riguardo: “Molti graphic novel sono ‘autobiografici’. Alcuni dei miei autori preferiti sono anche loro autobiografici come, ad esempio, William Burroughs, Bukowski, Hunter Thompson, Henry Miller o Céline… Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh! Per me sono solo sottoprodotti della cultura del narcisismo, caratterizzata dalla popolarità dell’autobiografismo, nostalgia del passato, paura del futuro, autostima bassa, sentimentalismo pacchiano. Tempi molto mediocri”.

Tutto questo discutere di autobiografia mi ha spinto a prendere in mano un’opera che avevo acquistato qualche mese fa, ma che era rimasta sempre in fondo alla mia lista delle cose da leggere: The Quitman di Harvey Pekar

Partiamo dallo spiegare perché ho comprato un fumetto che poi non ho letto per mesi. L’ho comprato sulla fiducia, quando trovai sul web un video di Alan Moore che partecipava una raccolta fondi per costruire un monumento a Pekar. Dovete sapere che Alan Moore è il mio mito personale. Ho tanti amici che sono cresciuti nel mito di Maradona, i più tecnologici hanno creato il culto di Steve Jobs, io invece sono un fervente accolito della misteriosa setta del Mago (autodichiaratosi tale) Alan Moore. Per chi non fosse membro della setta dirò soltanto che Moore è l’autore di V for Vendetta e Watchmen, fumetti celeberrimi da cui sono anche stati tratti due brutti film.

Moore in questo video spiegava che Pekar era stato un suo ispiratore e che, a suo avviso, era il capostipite del fumetto d’autore americano. Tutti dovevamo qualcosa ad Harvey Pekar ed era per questo motivo che l’autore di Watchmen stava lavorando con la vedova Pekar per raccogliere i fondi necessari alla costruzione di un memoriale a lui intitolato.

Dopo aver visto il video, ho subito donato la mia parte come ordinato da Moore e poi sono andato su wikipedia a raccogliere un po’ di informazioni su questo autore tanto importante, ma che, prima di allora, non avevo mai sentito nominare. Continua a leggere

[scritti adolescenziali] Principi

(Conservo alcuni vecchi quaderni di quando andavo al Liceo. Su questi quaderni la sera scrivevo racconti e altre robe. Molto di quel materiale è molto più che imbarazzante, altre cose invece sono carine)

Cos’è l’uomo per poter decidere se un essere vivente è “adatto o non adatto a morire”?

Solo Dio, o come si voglia chiamare l’entità superiore che ci ha creato, può distruggere e creare, uccidere e lasciar vivere.

Qualsiasi cosa possa essere annoverato tra gli esseri viventi e semiviventi ha il diritto di vivere e di combattere per vivere, purché non a discapito degli altri essere viventi.

Questi sono i principi su cui ho fondato la mia esistenza.

Questi sono i principi per cui mi hanno rinchiuso qua.

(Graffito inciso sul muro di una cella di un ospedale psichiatrico NdR)

Warren Ellis e la nuova estetica

(questo pezzo è stato pubblicato nel 2012 sul sito dell’associazione BN.Comix)

Warren Ellis è uno scrittore inglese e negli ultimo vent’anni è stato tra i principali autori del rinnovamento del genere supereroistico.

Tra le sue opere vale la pena ricordare: Doom 2099, Transmetropolitan, Planetary, Authority. Nel 2010 da una sua storia è stato tratto il film Red con Bruce Willis.

Ellis è molto attivo in rete, gestisce un forum e un sito molto interessante ed ha un account twitter davvero “particolare”:

La settimana scorsa Ellis ha rilasciato un intervista a The Verge in cui, tra le altre cose, parla di quanto sia difficile oggi scrivere storie ambientate nel futuro.

Futurism’s gotten harder to write, because the future arrives so quickly — even a few years ago, I was having to rewrite comics on the fly because the future had caught up to their speculation before the damn book had been drawn.

[Il furuismo è diventato difficile da scrivere, perché il futuro arriva troppo velocemente –  qualche anno fa, sono stato costretto a riscrivere dei fumetti a volo perché il futuro aveva raggiunto le congetture su cui mi ero basato prima ancora che il dannato albo fosse stato disegnato.]

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In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere

Elvis Presley e Mark Millar

C’è sempre un momento ben preciso, fisso nel tempo e nello spazio, un attimo in cui una serie popolare fa il salto dello squalo. Da quel punto in poi, sia essa una serie televisiva, una saga cinematografica o una collana a fumetti, quella serie è spacciata, va tutto in vacca e nessuno riuscirà mai più a ristabilire gli standard qualitativi raggiunti prima del salto dello squalo. È successo per la saga di Star Wars quando è comparso sullo schermo per la prima volta Jar Jar Binks; è successo a Lost dopo che l’isola è scomparsa nel mezzo di un vortice di computer graphic a basso costo; in The Big Bang Theory tutto è andato perso appena Sheldon si è fidanzato con Amy; Spider-Man è finito con la comparsa di Ben Reilly.

Se siete stati appassionati di queste serie sapete bene di cosa sto parlando. E se, come me, le avete amato alla follia sapete bene quanto siano stati umilianti quei momenti. Il salto dello squalo è la fine peggiore per ciò che si ama.

Questo tipo di analisi sul degrado  di una serie si può applicare anche ad altri contesti. Un esempio è quello che io chiamo “Momento Viva Las Vegas”, in onore di uno dei punti più bassi toccati dalla carriera di Elvis Presley.

Elvis non era ancora The King quando nel 1955 fece un paio di apparizioni televisive che avrebbero rivoluzionato la musica popolare occidentale. Da quel bacino ancheggiante nacque una delle più grandi rivoluzioni del ’900, un movimento che avrebbe cambiato il modo in cui i giovani si mettevano in relazione col resto del mondo. Il Maggio Francese nasce anche grazie a quel ragazzo che ancheggiava in televisione. Continua a leggere

La Justice League che tutti vorremmo

(Questo pezzo è stato inizialmente pubblicato su Il Vaglio nel Marzo 2013)

La settimana scorsa la DC Comics ha annunciato che il prossimo Autunno lancerà una nuova collana intitolata Justice League 3000. Questa nuova serie a fumetti sarà scritta da Jean Marc DeMatteis e Keith Giffen e sarà disegnata da Kevin Maguire. Adesso vi spiego perché, quando ho letto questa notizia, il mio cuore ha sobbalzato.

Tutto inizia nei famigerati anni ’80. In America è stato un decennio di rivoluzioni culturali, Reagan era al potere e lo yuppismo era diventato il credo di una generazione intera. Il cinema stava per reinventare il genere action e la musica rock si era persa tra paillettes e capelloni heavy metal. C’era grande confusione sotto il cielo, ma una cosa era chiara a tutti, quelli erano gli anni del disincanto. Nessuno credeva più che un nuovo mondo fosse possibile, solo qualche figlio dei fiori, sopravvissuto agli anni ’70, poteva ancora pensare di sconfiggere il capitalismo e il consumismo. La fantasia era accettata solo se trattata con tanta ironia, l’immaginazione non era più al potere perché non era permesso perdersi in sogni irrealizzabili, contavano solo le cose concrete, il mondo reale, una buona carriera e la supremazia americana.

In tutto questo il fumetto supereroistico faticava ad adattarsi. I ragazzi degli anni ’80 sghignazzavano all’idea che un tizio con mantello e pigiama potesse essere un modello di eroe. Perfino il cupo e serioso Batman non era ancora riuscito a riprendersi dal terribile serial televisivo degli anni ’70. Gli autori americani stavano cercando le storie giuste per riprendere a divertire questa generazione di giovani disillusi, troppo furbi per potersi divertire con gli eroi dei loro padri.

A metà del decennio la Marvel aveva trovato la sua ricetta grazie ad un gruppo di autori quali Frank Miller e Chris Claremont. Questi avevano trasformato gli eroi della casa delle idee in personaggi cupi e seri, le loro storie si erano riempite di drammi interiori e lunghi monologhi poetici. Una svolta che premiò la Marvel, preparandola al boom che avrebbe avuto nel decennio successivo.

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La casa editrice concorrente, la DC Comics, avrebbe faticato a trovare la sua nuova “voce”; per anni avrebbe provato a rilanciare i vari Superman, Batman, Wonder Woman, ma senza mai riuscire a capire come ricostruire il rapporto con i propri lettori. Solo verso la fine degli anni ’80, grazie alla cosiddetta British Invasion sarebbe riuscita a risollevarsi.

Ma questo avvenne solo molto tempo dopo la nostra storia, torniamo perciò agli anni di DeMatteis, Giffen e Maguire. Siamo nel 1986 e la DC Comics decide di assegnare a questo terzetto di autori il rilancio della Justice League of America, il supergruppo della casa editrice (quello che per la Marvel erano gli Avengers). I tre si trovarono, però, a dover gestire un gruppo a ranghi ridotti, infatti, per motivi editoriali la Justice League di quegli anni non poteva avere nessun calibro grosso, niente Superman, Wonder Woman o Aquaman. L’unico supereroe di un certo peso che fu concesso a DeMatteis, Giffen, Maguire fu Batman. A questo si affiancano personaggi secondari quali Buster Gold, Blue Beetle, Dr. Fate, Martian Manhunter.

Giffen però ebbe un’idea che farà la fortuna di questo gruppo di eroi di serie B. Se il pubblico non credeva più nella magia dei supereroi, tanto valeva riderci su. Nasce così il ciclo di storie detto del “bwa-ha-ha”, chiamato così per ricordare l’onomatopea della risata fracassona.

Keith Giffen era l’autore delle trame, Jean Marc De Matteis scriveva i testi e Kevin Maguire disegnava. Era un terzetto perfetto. Giffen era una fucina d’idee, inventava gag su gag. De Matteis è stato per anni uno tra i più importanti sceneggiatori americani, uomo coltissimo, laureato in psichiatria, i suoi testi non erano mai banali. E infine c’era Kevin Maguire, un disegnatore in grado di far letteralmente recitare i personaggi sulla carta, un artista specializzato nel disegnare le espressioni facciali, un tratto leggero ed elegante che diede nuova vita ai personaggi della DC Comics.

La nuova Justice League continuava a combattere i cattivi, ma lo faceva con stile ed umorismo. I membri del gruppo erano tutti mossi da poco nobili ideali. Sono entrate nel mito le gag di Buster Gold e Blue Beetle che s’inventano mille stratagemmi per arrotondare lo stipendio. Guy Gardner è la peggior Lanterna Verde della terra, un uomo maschilista e ultra-reazionario, ma i suoi battibecchi con Batman sono tra le cose più belle prodotte dal fumetto supereroistico.

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Leggendo le storie della Justice League di questo terzetto magico si ride sempre, ma si ha anche il piacere di leggere storie di avventura raccontate con stile e classe uniche al mondo. Giffen aveva avuto ragione, la loro Justice League ebbe un successo incredibile in quegli anni, fu l’ultimo tentativo riuscito di far divertire i giovani d’America raccontando loro storie di Supereroi. Da lì a qualche anno sarebbero arrivati gli autori inglesi, Frank Miller avrebbe reinventato il mito di Batman, tutto sarebbe diventato ancora più serio e triste, non ci sarebbe più stato spazio per il sogno e il divertimento. 

Per chi vuole approfondire:

Justice League International Vol. 1 di Jean Marc DeMatteis, Keith Giffen, Kevin Maguire
Editore: Lion (23 agosto 2012)
Collana: DC essential
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8866910171
ISBN-13: 978-8866910176