Warren Ellis e la nuova estetica

(questo pezzo è stato pubblicato nel 2012 sul sito dell’associazione BN.Comix)

Warren Ellis è uno scrittore inglese e negli ultimo vent’anni è stato tra i principali autori del rinnovamento del genere supereroistico.

Tra le sue opere vale la pena ricordare: Doom 2099, Transmetropolitan, Planetary, Authority. Nel 2010 da una sua storia è stato tratto il film Red con Bruce Willis.

Ellis è molto attivo in rete, gestisce un forum e un sito molto interessante ed ha un account twitter davvero “particolare”:

La settimana scorsa Ellis ha rilasciato un intervista a The Verge in cui, tra le altre cose, parla di quanto sia difficile oggi scrivere storie ambientate nel futuro.

Futurism’s gotten harder to write, because the future arrives so quickly — even a few years ago, I was having to rewrite comics on the fly because the future had caught up to their speculation before the damn book had been drawn.

[Il furuismo è diventato difficile da scrivere, perché il futuro arriva troppo velocemente –  qualche anno fa, sono stato costretto a riscrivere dei fumetti a volo perché il futuro aveva raggiunto le congetture su cui mi ero basato prima ancora che il dannato albo fosse stato disegnato.]

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In provincia non succede mai niente

“Oggi il macellaio mi ha detto che il mio lavoro è il futuro. Stava incartando la carne e mi ha chiesto se ero geometra. Io gli ho risposto che ero un ingegnere informatico e lui mi ha guardato strano. Gli ho dovuto spiegare che lavoravo con i computer e lui mi ha detto che quello era il lavoro del futuro”.

L’ingegnere Cavuoto interruppe il suo racconto con una pausa melodrammatica. Si attendeva un qualche commento dalla moglie. Lei rimase in silenzio, pareva che il racconto non le interessasse.

“Ma ti rendi conto? Nel 2014 c’è ancora gente che è convinta che i computer siano il futuro. Senza sapere che tra poco saranno il passato. Viviamo proprio fuori dal mondo”.

Raccolse l’ultima forchettata dal piatto di pasta che aveva davanti, mentre sua moglie si alzava da tavola.

“Non essere pesante, non capisco cosa ti abbia fatto di male”, lo ammonì, togliendogli le stoviglie senza che lui avesse ancora ingoiato il boccone.

Si alzò anche lui. Doveva andare a prendere servizio in azienda. Turno notturno. Lavorava per le Poste Italiane. Senior System Engineer. Sede di Benevento. Località Pezzapiana.

Lavorava in un grosso capannone giallo e blu. All’interno erano stipati 750 container bianchi e da ognuno di essi spuntavano dei grossi tubi larghi un metro, dentro i tubi viaggiavano i cavi dell’alimentazione insieme a decine di connessione ottiche che collegavano la stanza al resto della rete. In ogni container c’erano 30 armadi e in ogni armadio c’erano 32 server. In ogni server erano installati 4 processori. Su ogni processore giravano 80 macchine virtuali. Ogni macchina virtuale era assegnata ad uno dei clienti che avevano fatto richiesta del servizio. Ogni cliente poteva accedere in qualsiasi momento alla sua macchina virtuale ed utilizzarla come un computer reale. Semplice, veloce, efficiente. I ragazzi del marketing lo chiamavano “cloud computing”, per fare scena.

L’ingegner Cavuoto aveva sentito dire che parte delle macchine virtuali erano state vendute in blocco a service provider stranieri. Si diceva che tra i principali clienti serviti dall’impianto di Benevento c’erano la Libian Telecom e un gruppo di aziende russe.

I container avevano un sistema di condizionamento dell’aria, ma per risparmiare sui costi della bolletta elettrica il capannone del data-center non era raffreddato. I container erano sigillati ermeticamente e scaricavano all’esterno tutto il calore prodotto dai server, fuori dall’azienda era inverno, ma dentro il capannone c’erano almeno 35 gradi. Alcuni giorni il caldo e l’umido erano insopportabili, c’erano colleghi che non resistevano un turno intero, alcuni si erano dovuti licenziare a causa delle condizioni di lavoro.

L’ingegnere lasciò cappotto, maglione e pantalone nell’armadietto del suo ufficio. Rimasto in boxer e maglietta intima entrò nel capannone e andò a cercare il collega che doveva sostituire. Lo trovò che stava chiudendo la porta di una delle stanze del secondo piano, si salutarono e a Cavuoto venne passato il foglio delle riparazioni pianificate per la nottata. Continua a leggere

Elvis Presley e Mark Millar

C’è sempre un momento ben preciso, fisso nel tempo e nello spazio, un attimo in cui una serie popolare fa il salto dello squalo. Da quel punto in poi, sia essa una serie televisiva, una saga cinematografica o una collana a fumetti, quella serie è spacciata, va tutto in vacca e nessuno riuscirà mai più a ristabilire gli standard qualitativi raggiunti prima del salto dello squalo. È successo per la saga di Star Wars quando è comparso sullo schermo per la prima volta Jar Jar Binks; è successo a Lost dopo che l’isola è scomparsa nel mezzo di un vortice di computer graphic a basso costo; in The Big Bang Theory tutto è andato perso appena Sheldon si è fidanzato con Amy; Spider-Man è finito con la comparsa di Ben Reilly.

Se siete stati appassionati di queste serie sapete bene di cosa sto parlando. E se, come me, le avete amato alla follia sapete bene quanto siano stati umilianti quei momenti. Il salto dello squalo è la fine peggiore per ciò che si ama.

Questo tipo di analisi sul degrado  di una serie si può applicare anche ad altri contesti. Un esempio è quello che io chiamo “Momento Viva Las Vegas”, in onore di uno dei punti più bassi toccati dalla carriera di Elvis Presley.

Elvis non era ancora The King quando nel 1955 fece un paio di apparizioni televisive che avrebbero rivoluzionato la musica popolare occidentale. Da quel bacino ancheggiante nacque una delle più grandi rivoluzioni del ’900, un movimento che avrebbe cambiato il modo in cui i giovani si mettevano in relazione col resto del mondo. Il Maggio Francese nasce anche grazie a quel ragazzo che ancheggiava in televisione. Continua a leggere

La Justice League che tutti vorremmo

(Questo pezzo è stato inizialmente pubblicato su Il Vaglio nel Marzo 2013)

La settimana scorsa la DC Comics ha annunciato che il prossimo Autunno lancerà una nuova collana intitolata Justice League 3000. Questa nuova serie a fumetti sarà scritta da Jean Marc DeMatteis e Keith Giffen e sarà disegnata da Kevin Maguire. Adesso vi spiego perché, quando ho letto questa notizia, il mio cuore ha sobbalzato.

Tutto inizia nei famigerati anni ’80. In America è stato un decennio di rivoluzioni culturali, Reagan era al potere e lo yuppismo era diventato il credo di una generazione intera. Il cinema stava per reinventare il genere action e la musica rock si era persa tra paillettes e capelloni heavy metal. C’era grande confusione sotto il cielo, ma una cosa era chiara a tutti, quelli erano gli anni del disincanto. Nessuno credeva più che un nuovo mondo fosse possibile, solo qualche figlio dei fiori, sopravvissuto agli anni ’70, poteva ancora pensare di sconfiggere il capitalismo e il consumismo. La fantasia era accettata solo se trattata con tanta ironia, l’immaginazione non era più al potere perché non era permesso perdersi in sogni irrealizzabili, contavano solo le cose concrete, il mondo reale, una buona carriera e la supremazia americana.

In tutto questo il fumetto supereroistico faticava ad adattarsi. I ragazzi degli anni ’80 sghignazzavano all’idea che un tizio con mantello e pigiama potesse essere un modello di eroe. Perfino il cupo e serioso Batman non era ancora riuscito a riprendersi dal terribile serial televisivo degli anni ’70. Gli autori americani stavano cercando le storie giuste per riprendere a divertire questa generazione di giovani disillusi, troppo furbi per potersi divertire con gli eroi dei loro padri.

A metà del decennio la Marvel aveva trovato la sua ricetta grazie ad un gruppo di autori quali Frank Miller e Chris Claremont. Questi avevano trasformato gli eroi della casa delle idee in personaggi cupi e seri, le loro storie si erano riempite di drammi interiori e lunghi monologhi poetici. Una svolta che premiò la Marvel, preparandola al boom che avrebbe avuto nel decennio successivo.

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La casa editrice concorrente, la DC Comics, avrebbe faticato a trovare la sua nuova “voce”; per anni avrebbe provato a rilanciare i vari Superman, Batman, Wonder Woman, ma senza mai riuscire a capire come ricostruire il rapporto con i propri lettori. Solo verso la fine degli anni ’80, grazie alla cosiddetta British Invasion sarebbe riuscita a risollevarsi.

Ma questo avvenne solo molto tempo dopo la nostra storia, torniamo perciò agli anni di DeMatteis, Giffen e Maguire. Siamo nel 1986 e la DC Comics decide di assegnare a questo terzetto di autori il rilancio della Justice League of America, il supergruppo della casa editrice (quello che per la Marvel erano gli Avengers). I tre si trovarono, però, a dover gestire un gruppo a ranghi ridotti, infatti, per motivi editoriali la Justice League di quegli anni non poteva avere nessun calibro grosso, niente Superman, Wonder Woman o Aquaman. L’unico supereroe di un certo peso che fu concesso a DeMatteis, Giffen, Maguire fu Batman. A questo si affiancano personaggi secondari quali Buster Gold, Blue Beetle, Dr. Fate, Martian Manhunter.

Giffen però ebbe un’idea che farà la fortuna di questo gruppo di eroi di serie B. Se il pubblico non credeva più nella magia dei supereroi, tanto valeva riderci su. Nasce così il ciclo di storie detto del “bwa-ha-ha”, chiamato così per ricordare l’onomatopea della risata fracassona.

Keith Giffen era l’autore delle trame, Jean Marc De Matteis scriveva i testi e Kevin Maguire disegnava. Era un terzetto perfetto. Giffen era una fucina d’idee, inventava gag su gag. De Matteis è stato per anni uno tra i più importanti sceneggiatori americani, uomo coltissimo, laureato in psichiatria, i suoi testi non erano mai banali. E infine c’era Kevin Maguire, un disegnatore in grado di far letteralmente recitare i personaggi sulla carta, un artista specializzato nel disegnare le espressioni facciali, un tratto leggero ed elegante che diede nuova vita ai personaggi della DC Comics.

La nuova Justice League continuava a combattere i cattivi, ma lo faceva con stile ed umorismo. I membri del gruppo erano tutti mossi da poco nobili ideali. Sono entrate nel mito le gag di Buster Gold e Blue Beetle che s’inventano mille stratagemmi per arrotondare lo stipendio. Guy Gardner è la peggior Lanterna Verde della terra, un uomo maschilista e ultra-reazionario, ma i suoi battibecchi con Batman sono tra le cose più belle prodotte dal fumetto supereroistico.

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Leggendo le storie della Justice League di questo terzetto magico si ride sempre, ma si ha anche il piacere di leggere storie di avventura raccontate con stile e classe uniche al mondo. Giffen aveva avuto ragione, la loro Justice League ebbe un successo incredibile in quegli anni, fu l’ultimo tentativo riuscito di far divertire i giovani d’America raccontando loro storie di Supereroi. Da lì a qualche anno sarebbero arrivati gli autori inglesi, Frank Miller avrebbe reinventato il mito di Batman, tutto sarebbe diventato ancora più serio e triste, non ci sarebbe più stato spazio per il sogno e il divertimento. 

Per chi vuole approfondire:

Justice League International Vol. 1 di Jean Marc DeMatteis, Keith Giffen, Kevin Maguire
Editore: Lion (23 agosto 2012)
Collana: DC essential
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8866910171
ISBN-13: 978-8866910176

Duke 2000

(questo pezzo è stato pubblicato sul Vaglio.it nel Marzo del 2013)

I risultati delle ultime elezioni italiane, con la vittoria così schiacciante di un comico, hanno generato in giro per il mondo reazioni di sorpresa e curiosità. Eppure non è certo la prima volta che un uomo di spettacolo entra in politica e riesce a raggiungere anche ottimi risultati. Si pensi, ad esempio, all’America di Reagan, prima attore brillante e poi presidente della Repubblica o a Schwarzenegger, culturista, attore e poi governatore della California. Oppure ci sono gli esempi in Brasile con Tiririca, prima clown professionista e poi deputato e in Israele con l’ottimo risultato alle ultime elezioni di Lapid, prima giornalista e poi leader di partito.

Però, la storia più strana legata a candidati bizzarri alle elezioni è quella che vide in America correre per la poltrona presidenziale un personaggio nato sulle strisce di un fumetto. Questa è la storia della campagna Duke2000 e del candidato alle presidenziali americane l’Ambasciatore Duke.

L’inventore di questa assurda e divertentissima storia si chiama Garry Trudeau ed è uno degli autori di fumetti più letti in USA. Nel 1968 Trudeau a soli 20 anni iniziò la sua carriera di fumettista pubblicando sul giornale dell’università di Yale le prime strisce con protagonista Michael Doonesbury. Le storie di Trudeau di quel periodo raccontavano la vita del campus e le disavventure di Doonesbury, studente allampanato e imbranato, alle prese con gli anni della rivoluzione, della droga e delle libertà sessuale. Dopo due anni Trudeau riuscì a far pubblicare la striscia di Doonesbury sui quotidiani nazionali, il successo fu folgorante tanto da fargli vincere il premio Pulitzer 1975.

Trudeau ha allora solo 27 anni, i suoi fumetti vengono letti ogni mattina da milioni di Americani, ed è il primo autore di fumetti a vincere il premio Pulitzer. Il presidente Ford dirà “sono tre le maggiori fonti di informazione che ci tengono aggiornati su cosa accade a Washington: i mass-media elettronici, i giornali e Doonesbury – non necessariamente in quest’ordine”.

Doonesbury è un fumetto che racconta l’America e le sue contraddizioni, lo fa con ironia e sarcasmo tagliente, prendendosi gioco di tutti, dai politici di Washington alle grandi multinazionali del tabacco. La storia, come detto, parte nel campus di un Università, l’immaginaria Walden, quando si incontrano il liberal Doonesbury e il suo compagno di stanza B.D., repubblicano e quarterback della squadra di football locale.

Da allora alla saga disegnata da Trudeau si sono aggiunti centinaia di altri personaggi, i parenti e gli amici dei due e tutti i compagni della comune dove Doonesbury ha vissuto durante gli anni ‘70. Nel cast spicca in particolare Zonker, nullafacente e studente a vita. Nel corso degli anni diventerà prima campione mondiale di abbronzatura, poi baronetto d’Inghilterra ed infine tata ufficiale della figlia di B.D.

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Doonesbury dopo essere stato un hippie rivoluzionario negli anni ‘70, negli anni ‘80 si risveglia da un sogno (letteralmente) come dipendente di una società pubblicitaria. Sul finire degli anni ‘90 fonda una software house che fallirà dopo l’esplosione della bolla speculativa del 2001.

B.D. partecipa alla guerra del Vietman e parte poi volontario per la prima e per la seconda guerra nel Golfo. Proprio questa sua ultima disavventura è al centro di “La lunga strada verco casa” uno dei più bei cicli disegnati da Trudeau, la storia in cui B.D. perde una gamba durante una missione in Iraq. Trudeau racconta la sofferenza di un uomo ferito e mutilato che, una volta rispedito a casa, attraversa duri anni di depressione prima di poter finalmente accettare il dramma che ha vissuto.

E infine c’è Zio Duke, l’eroe della storia che vogliamo raccontarvi. Un personaggio che Trudeau inventò per prendere in giro Hunter Stockton Thompson, giornalista di Rolling Stone e autore di “Paura e disgusto a Las Vegas”. Zio Duke nel corso degli anni è stato: ambasciatore americano in Cina, manager dei Washington Redskins, lobbysta per la NRA (la lobby delle armi), mediatore in Iran, trafficante di droga, zombie, proprietario di un industria di profilattici, massimo proconsole di Panama ed infine nel 2000 si è candidato alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America.

Molti ricordano la campagna del 2000, quella che vide contrapporsi Al Gore e George W. Bush, come una tra le più noiose ed insulse della storia americana. L’America veniva da otto anni di amministrazione Clinton, un presidente che era stato amatissimo, ma che negli ultimi anni aveva dovuto affrontare scandali sempre più imbarazzanti. Il suo vice e candidato per il Partito Democratico, Al Gore, era un uomo che non riusciva ad emozionare gli americani. Il candidato dei Repubblicani era il governatore del Texas George W. Bush, un uomo ignorante con pochissimo carisma.

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Trudeau ebbe allora un colpo di genio, la trovata goliardica per ridicolizzare tutto il sistema politico americano: candidare un personaggio dei fumetti. Ma al contrario dei politici in carne ed ossa, il suo Duke sarebbe stato sincero, non sarebbe stato moderato, avrebbe detto ciò che tutti i politici di Washington pensavano. Ad esempio le proposte di Duke in politica estera avevano l’unico obiettivo di invadere tutti i paesi da cui l’America avesse potuto rubare il petrolio. Per la scuola, invece, l’ex ambasciatore proponeva di licenziare tutti i professori e di creare un canale televisivo via cavo dove trasmettere le lezioni.

Duke si comportava come un vero e proprio candidato, aveva un suo sito internet con tutte le sue proposte elettorali, aveva una lista di possibili candidati per il governo (come ad esempio Martha Stewart come Secretary of Housing), partecipava ai talk show. Fu perfino creato un modello digitale del personaggio che permise all’Ambasciatore Duke di partecipare al Today Show o di essere intervistato da Larry King.

Purtroppo sappiamo tutti come andarono a finire quelle elezioni. I candidati  delusero a tal punto gli americani, che questi non seppero chi scegliere e i due praticamente pareggiarono, costringendo gli USA ad un lungo e triste riconteggio delle schede.

Duke purtroppo non poté mai partecipare ufficialmente a quelle elezioni perché pare che, per una qualche strana legge elettorale, ai personaggi di fantasia non sia permesso candidarsi a libere elezioni.

Baldoni

p.s. In Italia Doonesbury è stato pubblicato sulle pagine di Linus. Il suo traduttore ufficiale è stato per molto tempo Enzo G. Baldoni. Quando Baldoni fu ucciso in Iraq, Garry Trudeau gli dedicò una striscia con tutti i suoi personaggi più famosi. La striscia venne poi pubblicata sulla copertina di un numero speciale di Linus dedicato alla memoria di Baldoni “un uomo di pace”.

Per chi vuole approfondire:

Doonesbury. La lunga strada verso casa di Garry Trudeau
Editore: Arcana (23 marzo 2006)
Collana: Controculture
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8879664115
ISBN-13: 978-8879664110

Dialoghi del 2015

Mi capita spesso di sentire la gente dire cose buffe. Di solito scrivo le frasi più divertenti su Facebook o su Twitter. Questa è quello che è ho scritto nel 2015.

Brani tratti da I Dialoghi dell’Ufficio

“… è un sistema osmotico che lavora in modo sinergico”

“… ma prima di farci gli auguri di Natale vorrei ricordarvi qual è la nostra strategia aziendale: per guadagnare quote di mercato dobbiamo semplicemente essere migliori dei nostri competitor in tutto quello che facciamo. Tutto qui.”

“… scusate, ma skippo perché ho delle problematiche short term”

“… e alla fine abbiamo riuorcato tutto”

“… quello lo scifta di sedici e poi somma erre sei”

Brani tratti da I Dialoghi degli Startupper

“… e grazie a questo percorso di incubazione siamo arrivati alla fase di Landing Page”

“… ma la tua idea è scalabile?”

“… siamo una spin-off di una startup”

“… e capirai, ormai un premio sull’innovazione lo fanno pure quelli brdel dopolavoro ferroviario”

Brani tratti da Il Senato della Repubblica Italiana 

“… il cittadino da cui promana la democrazia”

“…. e così avremo fatto ciò che ci siamo assunti”

“… ad un anno di distanza dall’anno scorso”

 

Nonnonba viveva a Sakaiminato

Nonnonba viveva a Sakaiminato, un piccolo villaggio di pescatori del sud del Giappone. Era da poco iniziata l’era Showa, il periodo di “pace illuminata” dell’imperatore Hirohito. La donna era vedova ed era stata costretta a trasferirsi nella casa dei Mura dove, oltre che a occuparsi delle faccende domestiche, aveva anche il compito di prendersi cura dei  loro tre figli.

Nonnonba era ormai molto anziana e si sentiva un po’ a disagio nel vivere con quegli strani padroni di casa. La signora continuava a ripetere di essere erede di una famiglia di alto lignaggio, famiglia un tempo proprietaria di ben tre granai. Il padrone di casa invece era stato per anni il vanto del villaggio, il primo ragazzo di Sakaiminato ad entrare all’università di Tokyo, e adesso era un semplcie impiegato di banca con la passione per il cinema.

Il secondo figlio della famiglia Mura si chiamava Shigeru ed era un bambino con un gran talento per il disegno. Era anche un appassionato di storie di Yokai e aveva trovato nella vecchia Nonnonba una fonte inesauribili di aneddoti su spiriti e fantasmi. Fu la vecchia signora ad esempio a raccontargli la storia di Nururu Bozu lo spirito che vaga vicino al mare e che soffre di un gran prurito, un prurito tanto forte che spinge Nururu ad appoggiarsi sulla schiena delle persone per grattarsi. Quando vicino al mare ci si sente un peso sulle spalle è molto probabile che quello sia Nururu Bozu alla ricerca di sollievo.

Ai tempi delle serate passate in casa ad ascoltare le storie di fantasmi e spiriti, il piccolo Shigeru aveva solo 9 anni, era un bimbo svogliato, odiava la scuola e passava tutto il suo tempo libero disegnando o giocando per strada con i suoi compagni. Giocavano alla guerra e si erano costruiti perfino una bandiera con il simbolo dell’imperatore, marciavano cantando le canzoni che imparavano a scuola, versi che ricordavano le vittorie del grande Giappone e che esaltavano i giovani animi di Shigeru e dei suoi amici: “Noi siamo i coraggiosi eroi, castigheremo il traditore nel nome dell’Imperatore” – così cantavano.

Dieci anni dopo Shigeru non era più un bambino, aveva vent’anni ed era il 1942, Hirohito era ancora Imperatore, ma il Giappone non era più in pace. Il secondogenito dei Mura venne arruolato. Sotto le armi non cambiò le sue abitudine, restò pigro e svogliato e per questo venne punito e inviato al fronte sull’isola di Nuova Bretagna in Papua Nuova Guinea.

Sull’isola di Nuova Bretagna i compagni d’armi di Shigeru iniziarono a morire ancor prima che il nemico potesse sferrare il primo attacco. La malaria fu il primo nemico che dovettero affrontare, il campo che i soldati avevano costruito si trovava nel mezzo della foresta, si dormiva all’aperto e poco si poteva fare per difendersi dal contagio. Dopo i morti per malaria vennero i dispersi nella giungla, i morti per una caduta, quelli sbranati da un coccodrillo.

Gli ufficiali erano seccati da questi inconvenienti, non c’era nulla di decoroso in quelle morti così stupide. I soldati giapponesi dovevano morire sui campi di battaglia mentre difendevano l’onore dell’imperatore. Gli ufficiali perciò picchiavano spesso Shigeru e i suoi compagni, era l’unico modo per poterli trasformare in veri uomini.

Ben presto arrivarono gli americani e si iniziò a morire anche per le bombe. L’esercito dell’Imperatore si trovò a dover difendere le spiagge delle Nuova Bretagna dagli attacchi di un nemico più attrezzato, più armato e più organizzato. Poco dopo l’isola fu persa, ma i valorosi ufficiali giapponesi, eredi degli antichi samurai, decisero di sferrare l’ultimo attacco suicida. Non c’era alcuna speranza, ma la bella morte era sicuramente la scelta giusta da fare. L’esercito giapponese perse la battaglia, morirono in centinaia, Shigeru fu ferito, perse un braccio in battaglia e venne fatto prigioniero. Dopo l’armistizio fu rispedito in Giappone.

Oggi Shigeru Moru si fa chiamare Shigeru Mizuki, ha 93 anni, è ancora molto pigro ed è uno dei più importanti autori di fumetti del Giappone.

Per chi vuole approfondire:

NonNonBâ. Storie di fantasmi giapponesi di Shigeru Mizuki
Editore: Rizzoli Lizard (13 giugno 2012)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8817057266
ISBN-13: 978-8817057264

Verso una nobile morte di Shigeru Mizuki
Editore: Rizzoli Lizard (28 agosto 2013)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8817066818
ISBN-13: 978-8817066815

Il primo bacio

In una piccola casa al centro di Benevento ci sono tre bambine che stanno per addormentarsi. Luisa è la più piccola, ha 4 mesi ed è nella sua culla. Eleonora, la maggiore, ha 5 anni ed è stesa a pancia in giù nel lettone di mamma e papà. Costanza, infine, con i suoi 3 anni è la sorella di mezzo e si trova di fianco ad Eleonora.

Eleonora, Costanza e Luisa si addormentano e subito si risvegliano nel sogno di Luisa.

Luisa è troppo piccola per poter parlare e camminare, ma nei suoi sogni Luisa parla e si muove da sola. Per muoversi però non cammina, perché anche i sogni hanno delle regole. La piccola nei suoi sogni vola grazie a due ali magiche viola e gialle. Eleonora e Costanza non lo sanno ancora, ma il colore preferito di Luisa sarà il viola.

Luisa guarda le sorelle e le salute: “Benvenute”.
Costanza allora le chiede: “Luisa perché ci hai chiamato nei tuoi sogni?”
Luisa le spiega: “Ho bisogno del vostro aiuto, ho perso un tesoro molto prezioso”.
“Cosa hai perso?” chiede Eleonora.
Luisa le dice: “Non trovo più il mio tesoro più grande, il primo bacio di mamma”.

Costanza ed Eleonora decidono di aiutare la sorella. “Venite, vi porterò nel posto dove lo conservavo” dice Luisa “e per fare prima vi presenterò due miei amici”.

Da un cespuglio escono fuori due cavalli alati, uno tutto rosa e uno tutto rosso. Il cavallo rosso si avvicina a Costanza, quello rosa va verso Eleonora. I cavalli si chiamano Pink e Red perché Luisa sa che il colore preferito di Costanza è il rosso e il colore preferito di Eleonora è il rosa.

Luisa sbatte le ali e vola via, Eleonora e Costanza a cavalcioni sui loro nuovi amici la seguono. Le tre bimbe volano sul sogno di Luisa, volano su valli verdi attraversate da fiumi di latte candido, sorvolano foreste di ciucci gommosi, osservano la distesa del deserto dei biscotti. In breve tempo arrivano ad una pianura al cui centro c’è una montagna. La montagna ha la forma di una donna seduta a gambe incrociate. La donna della montagna è la mamma di Luisa, Eleonora e Costanza. Al centro della montagna c’è una piccola casetta con un giardino fiorito. I cavalli volanti atterrano davanti la porta della casetta, Luisa è già lì che li aspetta.

Luisa entra in casa ed invita le sorelle più grandi a fare lo stesso e dice: “Questa è la casa dove vengo a giocare quando sono nel mio sogno”.

Nel centro del salone della casetta di Luisa c’è una bacheca vuota. Luisa dice “Qui conservavo il mio primo bacio di mamma, ma adesso non c’è più”.

Eleonora allora si ricorda che due giorni prima aveva sognato di essere un detective. Cerca nella tasca del pigiama e ritrova la lente d’ingrandimento che aveva usato in quel sogno di due giorni prima. “Cerchiamo degli indizi”. dice alle sorelle.

Grazie alla lente da detective, Eleonora trova delle piccole impronte vicino alla bacheca vuota. Dice alle sorelle “Costanza. Luisa guardate qui, ci sono dei minuscoli segni di passettini che partono dalla bacheca. Sono piccoli come una punta di pastello. Vanno verso la porta, come se qualcuno fosse entrato e poi uscito”.

Luisa e Costanza in coro dicono “Allora seguiamole”.

Le tre bimbe seguono le impronte. Eleonora chinata con in mano la sua lente d’ingrandimento, Costanza dietro cammina in punta di piedi per non disturbare la sorella più grande ed infine Luisa che svolazza dietro. Le impronte attraversano il giardino e continuano lungo un sentiero. Il sentiero finisce in un bosco.

Luisa dice “Quello è il bosco incantato della montagna, io non posso entrarci”.
Costanza chiede “Perché non puoi entrarci Luisa?”.
La piccola risponde “Perché al centro di quel bosco c’è un villaggio protetto da una magia. Quella magia fa scomparire tutte le altre magie nel sogno. Se dovessi entrare nel bosco io non avrei più le mie ali e senza le ali io non posso muovermi”.
Eleonora allora dice “Ma io e Costanza non abbiamo bisogno di magia per muoverci, se solo avessimo una carrozzina potremmo portarti con noi”.

Luisa allora sogna una carrozzina e questa compare davanti alle tre bimbe, una carrozzina per bimbe di 4 mesi, con ruote grandi e lucenti ed un cuscino tutto viola, proprio come il colore preferito da Luisa.
La piccolina svolazza dentro e dice “Perfetto, andiamo”.

Costanza ed Eleonora spingendo la carrozzina entrano nel bosco.

Al centro del bosco c’è un prato gigantesco e al centro del prato c’è la più grossa quercia che le tre bimbe abbiano mai sognato.

Luisa dice “Il villaggio del bosco incantato dovrebbe essere proprio qui, ma io non vedo niente”.

Le tre bimbe si avvicinano al centro del prato, arrivano sotto alla quercia e si accorgono che alla base dell’albero c’è una piccola porta, non più alta di una mela.

Eleonora bussa alla porticina. Dopo poco la porta si apre e ne esce un piccolo elfo, alto come la manina di Costanza, con le gambe sottili come le dita di Luisa e dai capelli ricci come quelli di Eleonora. L’elfo guarda in alto verso le bimbe e chiede “Cosa posso fare per voi?”.

Luisa dice “Sei tu che hai rubato il mio tesoro più prezioso?”.

L’elfo allora scoppia a piangere e dice “Sì, sono stato io, mi dispiace tantissimo. Volevo fare una sorpresa alla nostra regina. Volevo farla felice perché sono giorni che la regina degli elfi è triste. E se la regina non ride anche il suo popolo è infelice”.

Luisa allora si rattrista e dice “Ma quello è il mio tesoro, io lo rivoglio”.

L’elfo dice “Te lo restituirò, tanto non è servito a nulla, la nostra regina è ancora triste”.

L’elfo rientra nella porta. Si sentono i rumori dei suoi piccoli passi salire per delle scale. Le bimbe si accorgono allora che l’albero oltre alla porta ha anche tante finestre lungo il tronco. Luisa allora capisce che l’albero doveva essere abitato da migliaia di piccolo elfi.

Mentre le bimbe aspettano che il piccolo elfo ritorni col tesoro, Luisa pensa a tutti quegli elfi che vivono nell’albero e a come devono essere tristi perché la loro regina non è felice. La regina è un po’ come la loro mamma, e non è bello che una mamma sia triste.

L’elfo esce dalla porta e restituisce il tesoro a Luisa.

Luisa lo ringrazia e dice “Come è possibile che la tua regina sia triste. Avete provato a raccontarle una storia divertente?”

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Costanza dice “Avete provato con uno spettacolo di magia?”.

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Eleonora allora dice “Avete provato con della musica?”

E l’elfo chiede “Cos’è la musica?”.

Così le tre bimbe scoprirono che gli elfi non conoscevano la musica e la danza. Allora chiesero all’elfo di portare la regina e tutti gli altri elfi fuori nel prato.

Eleonora, Costanza e Luisa aspettarono che tutti fossero pronti e solo a quel punto si misero a cantare.

Eleonora iniziò con un canto di chiesa che le aveva insegnato la nonna. Continuò Costanza con la sua canzone preferita, “Brilla, brilla mia stellina”. Ed infine Luisa, stringendo al petto il suo primo bacio di mamma, iniziò a cantare una ninna nanna che sua madre le cantava ogni notte.

La regina sorrise nel sentire Eleonora, ballò seguendo il ritmo della canzone di Costanza, si commosse ascoltando la piccola Luisa. La regina non era più triste, lei e il suo popolo avevano scoperto la musica e non sarebbero più stati infelici.

E questa è la storia delle tre bimbe che, per cercare il primo bacio di una madre, insegnarono la musica agli elfi che vivevano al centro di un prato che si trovava su una montagna a forma di mamma, nel centro di un sogno di una bimba di 4 mesi.

E vissero tutti felici e contenti, per sempre.

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Una storia in sette capitoli

CAPITOLO 1

Si incontravano sempre per caso. Non sentivano la necessità di chiamarsi, di fissare degli appuntamenti. Sapevano che in un modo o nell’altro le loro vite si sarebbero incontrate. E ogni sera era un’avventura diversa.

Lui tornava da lavoro, si cambiava e usciva. Sapeva che l’avrebbe incontrata, anche se non sapeva dove. Affrontava la serata con indifferenza, ma in fondo terrorizzato dall’idea di non vederla.

Si incontravano sempre. E sempre per caso.

CAPITOLO 2

Aveva giocato a calcetto per anni. Da quando era bambino.

Quando non andava a scuola, con gli amici si fiondava sul campetto dietro la chiesa. Il parroco non c’era quasi mai. E quando c’era faceva finta di niente.

Durante l’università aveva scoperto il piacere del dopo partita. La chiacchiera nello spogliatoio. I pettegolezzi. Il cameratismo bieco.

Adesso non poteva più giocare. Il ginocchio era andato.

Era iniziato tutto con una fitta. Poi un giorno si trovò a non poter più muovere la gamba. Si spaventò e il giorno dopo corse dal dottore. Gli dissero che avrebbe dovuto riposarsi. Lui li prese in parola e si impigrì per quasi un mese.

Il ginocchio cedette una sera d’estate su un campetto di terra.

CAPITOLO 3

Ogni venerdì sera prende il treno per tornare a casa.

Il treno nasce a Nord e muore a Sud. Taglia la nazione. Al suo interno un’affresco di personaggi stanchi. Le storie le ha ascoltate decine di volte. Persone sempre diverse, ma sempre le stesse vite.

Mariti e padri che costruiscono, spostano, saldano. Studenti assonnati e carichi di speranze. Ragazzi non ancora uomini che dribblano il controllore per non intaccare lo stipendio.

Ormai ha imparato a riconoscere gli scompartimenti tranquilli. Gli basta uno sguardo veloce alle borse e alle facce per capire se può sedersi o se deve cercare ancora.

Col tempo ha imparato a schivare i logorroici e i troppo tristi, i migranti e gli insonni, i bambini e i malati.

Preferisce viaggiare solo. Riempire il viaggio con le riviste e riposando.

Non guarda quasi mai fuori dal finestrino. Fuori è brutto ed è sempre notte.

CAPITOLO 4

In ufficio si va vestiti bene. La giacca e, possibilmente, la cravatta. D’estate al massimo in camicia. Mai in jeans. Le scarpe di pelle sempre lise. Le nuove non si mettono per l’ufficio, ma per i matrimoni.

In ufficio non si fuma più da almeno un anno. Prima potevi entrare con il giornale sotto al braccio, ma adesso ti guardano male, lo devi nascondere nella borsa.

C’è tutto un mondo in quelle stanze. Ci si conosce da anni. Dietro ogni volto c’è una famiglia. Conosci nomi ed età di tutte le famiglie collegate a quel mondo. Le facce le sai grazie a qualche vecchia foto conservata nei portafogli. Foto rovinate e sgualcite, vecchie di anni.

Raramente qualche familiare entra all’interno del mondo chiuso dell’ufficio. Ti viene presentato e ci si stupisce a scoprire che il volto di quella foto sia invecchiato tanto. Nella foto della comunione non sembrava così grande, adesso è un’uomo.

CAPITOLO 5

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. Palpebre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riprese a metà strada.

Si accorse che stava guidando, da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non capiva.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

CAPITOLO 6

Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.

Il box è troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappotto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.

E’ solo in ufficio. Capita sempre più spesso.

Nessuno vuole più fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia più preziosa un’ora passata con la famiglia che il corrispettivo pagamento.

Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.

Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.

E’ una settimana che non la vede.

In strada non c’è molto traffico, l’autobus non tarderà. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul  letto, non perché avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.

La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.

Si siede e aspetta il suo autobus. Caldo. Stanco.

Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Così sarebbe dovuto finire.

Quando l’autobus arriva, si alza.

CAPITOLO 7

Adesso girava per la casa vuota chiamando “micio micio”. Si sentiva ridicolo.

A 50 anni suonati, giacca, cravatta, borsa di pelle, si aggirava in una casa vuota, urlando in falsetto “vieni mio bel micino”.

Ma il gatto era importante, era stato un compagno fedele per la madre e, adesso che lei non c’era più, andava protetto. Era una missione, doveva proteggere il gatto. Doveva farlo per la madre.

Il gatto c’era quando lei se ne era andata. Lui, il suo unico figlio, no. Non era lì.

Doveva ritrovare il gatto.

La Melanzana

Anche quella domenica arrivarono a parlare della Parmigiana di Melanzane.

Per anni aveva osservato con stupore il ripetersi di quel rito. Era ragazzo quando aveva giocato per la prima volta ad “Indovina chi Inizia”. Da allora non aveva più smesso.

Prima di sedersi a tavola studiava la famiglia, cercava di capirne lo stato d’animo. Con indifferenza si affacciava alla cucina per scoprire il menù. Una volta raccolte tutte le informazioni che gli occorrevano allora, e solo allora, scommetteva. “Secondo me il primo a parlare di Melanzane sarà Francesco”.

Era un gioco solo suo. Aveva un piccolo quaderno su cui segnava una croce se aveva indovinato, un trattino se aveva sbagliato, un pallino se nessuno aveva mai nominato le melanzane. Era arrivato a 450 Croci, 70 Trattini, nessun Pallino.

Quei settanta fallimenti erano il suo cruccio. Erano stati per lo più errori di gioventù dovuti all’inesperienza, quando ancora non raccoglieva tutte le informazioni. Il suo obiettivo era quello di sbagliare al massimo tre volte l’anno. Se in un anno riusciva a non sbagliare (come dimenticare quel meraviglioso 1998) si premiava con una bottiglia di brachetto da bere con gli amici.

Quella settimana fu la nonna a fargli guadagnare una crocetta. Era maggio, l’anno era ancora lungo, ma fino ad allora non aveva sbagliato nemmeno un colpo.

La nonna stava parlando di una ricetta che aveva visto fare in televisione. Le fette di melanzane passate prima nel bianco d’uovo montato a neve e poi fritte. Si era allora ricordata che anche una sua vecchia zia usava questo accorgimento.

Era di solito a quel punto che qualcuno alzava la testa dal piatto per far rimbalzare l’argomento, magari inserendo qualche nuovo spunto.

Fu Zia Rosa a continuare il rito quella domenica. A lei questa cosa dell’uovo suonava strano, e se poi si sentiva troppo il sapore del bianco? Lei preferiva la classica frittura senza impanatura. Anche perché la melanzana è buona di suo.

Ed era proprio qui, quando la discussione diventava pubblica e collettiva, che lui iniziava a sentirsi un alieno. Non aveva mai capito come facesse la sua famiglia ad appassionarsi tanto ad un tema così. La melanzana era un Sacro Graal culinario per quella gente. Un orgasmo organolettico.

La missione finale di quella Domenicale Tavola Rotonda sembrava essere quella di scandagliare la realtà, alla ricerca della perfetta ricetta che avrebbe infine dischiuso le immense possibilità del piacere melanzanesco.

Lui non capiva. Una volta la sua professoressa del liceo gli aveva fatto leggere il brano di un vecchio romanzo. Parlava di un uomo con una sindrome che lo aveva privato del senso dell’umorismo. Ecco come si sentiva, come quell’uomo che era costretto a ridere anche se non ne capiva il motivo. Fingeva, pur di poter continuare ad avere una vita sociale.

Aveva imparato a simulare l’orgasmo melanzoso. Degustava cucchiaiate di parmigiana, chiedeva il bis di melanzane a funghetti, si offriva volontario per la preparazione della piastra per quelle arrostite.

Ma era tutto falso. Non è che non gli piacessero, è solo che non ne riusciva ad apprezzarne la bellezza gastronomica. Era tutto così mediocre e senza sapore. Nulla che giustificasse tutto quello spreco di tempo.

Era per questo che aveva inventato le scommesse. Per dare un senso al rito del Sommo Ortaggio.

Ora era la madre che stava spiegando a Zia Rosa come evitare il sapore di uovo nella frittura con il bianco. Suo fratello aggiunse che una volta a casa di un amico aveva assaggiato una parmigiana fatta in quel modo e che l’uovo non si sentiva proprio. Zia Rosa sembrò convinta e sorridendogli promise di fargliela provare al più presto.

Rispose al suo sorriso. Mentalmente già pregustava la nuova crocetta.

E pensare che quella domenica a tavola non c’era nemmeno una melanzana.