La voglia che avevamo

Io e mio nonno Pietro avevamo la stessa voglia sul palmo della mano. La cosa buffa è che me ne accorsi solo la mattina in cui lui morì. È una piccola macchia marroncina al centro del palmo sinistro, sotto la nocca del medio. Un tempo mi dicevano che era una voglia di caffellatte (non so se oggi ci sia ancora tutto quel culto che c’era allora per la catalogazione delle forme e dei colori delle voglie dei bambini).

Io voglio bene alla mia voglia perché è piccola ed apprezzo la sua simmetria, apprezzo anche che abbia scelto di venire fuori proprio lì, nel centro esatto del palmo. E poi fa tanto romanzo di appendice il fatto che io abbia un marchio che mi distingue dagli altri; figlio del re, rapito da bambino e cresciuto dai pirati, riscopre le sue origini grazie all’incontro con la vecchia tata che racconta di quella voglia a forma di stella che il bambino aveva sul fianco sinistro, agnizione, sconfitta del malvagio barone usurpatore, abbracci commossi, fine.

Quando presi la mano del corpo morto di mio nonno e la portai alle labbra per baciarla mi accorsi che anche là c’era la stessa macchia caffellatte. Ricordo che mi sentii davvero male a fare quella scoperta. Altro che principesse, re e cavalieri, ero davvero una merda. Possibile che in tanti anni non avessi mai notato una cosa del genere? Ma che brutta persona che ero se solo dopo la sua morte gli avevo guardato le mani?

Eppure le mani di nonno Pietro avevano plasmato la mia vita perché lui con le mani sapeva costruire case, scale, palazzi, e famiglie. Lui era stato muratore da ragazzo, poi emigrante in Albania e Venezuela, e infine era diventato imprenditore e costruttore. Quando era ritornato in Italia aveva partecipato alla ricostruzione della sua città rasa al suolo dai bombardieri alleati e aveva tirato su un bel po’ di palazzi. All’ultimo piano di uno di questi palazzi lui, mia nonna, mia madre e mia zia si trasferirono e quella divenne la loro casa.

Nonno Pietro insegnò a tutti i suoi nipoti ad impastare il cemento. Ci spiegò l’utilità del filo a piombo e come riparare le crepe in un muro di tufo. Ho passato le estati della mia infanzia a seguire i suoi insegnamenti, a portargli l’acqua nella caldarella, a pulirgli la cazzuola sotto la fontana dell’acqua. Le sue mani erano grosse, bianche e precise. Come mi sia sfuggita quella macchia proprio non lo so. Tra i tanti rimpianti che mi porto dietro c’è quello di non averglielo mai fatto notare, di non avergli mai detto: “Guarda nonno, c’è un legame profondo tra me e te. Un po’ di quel tuo splendido gene di costruttore è arrivato fino a me passando attraverso tua figlia e adesso anche io ho questa macchia sulla mano”.

Nonno era stato per anni il fulcro attorno cui aveva girato tutta la nostra famiglia. O meglio, quel pezzo di famiglia a cui nonno ancora rivolgeva la parola.

Aveva avuto due sorelle e due fratelli. Il fratello a cui voleva più bene, Salvatore, era morto prima che io nascessi, con gli altri invece non si parlava più a causa di vecchie storie d’affari. Perché in famiglia noi si faceva così, coltivavamo il rancore, non ci si perdonava nulla e quando proprio non ce la facevamo più, ci si toglieva il saluto per sempre. E quando dico “per sempre” non sto esagerando. Ricordo ancora quando andammo al funerale di una delle sorelle di nonno e nemmeno di fronte alla morte i fratelli vollero cedere ad un cenno d’affetto.

Nel coltivare il rancore però nonno non si limitava alla famiglia. Si era costruito negli anni tutta una lista di persone che gli avevano fatto qualche sgarro. Aveva però un rituale tutto suo per vendicarsi di quelle persone, era una cosa che mi faceva impazzire e che me lo faceva adorare ancora di più. Faceva così: quando trovava su un manifesto mortuario il nome di uno di quelli che era sulla sua lista nera si fermava a fissarlo, leggeva per bene il manifesto e poi si metteva a ridere. Era davvero contento che morissero prima di lui, ne era soddisfatto e ce lo spiegava pure, tutto felice lui, “Eccone un altro che è morto. Bene! Prima o poi toccherà a tutti”, era soddisfatto che l’Angelo della Giustizia fosse sceso in terra a punire quello che magari venti anni prima gli aveva rubato i mattoni dal cantiere.

La casa dove sono cresciuto la costruì lui. Non ho alcun ricordo dell’appartamento dove per qualche anno io e i miei genitori vivemmo, perciò l’unica mia vera casa fu quella in Contrada Santa Clementina. Era una villetta a due piani che nonno iniziò a costruire per farne la casa di campagna della famiglia.

In casa abbiamo una vecchia foto in cui ci sono io a due anni che cammino in mezzo al prato su cui poi nonno costruì la casa. Nella foto si vede alle mie spalle un pezzo della valle sotto la collina, qualche albero sui bordi del prato e un po’ di nuvole in cielo. La cosa che mi ha sempre colpito in quella foto è la totale assenza di case e strade, non c’era niente di niente in quegli anni a Contrada Santa Clementina. Come gli sia venuto in mente di costruire lì dove non c’era nulla, nemmeno la strada per arrivare a quel prato, lì dove le fogne arrivarono solo vent’anni dopo, dove l’acqua era solo quella dei pozzi e delle piogge, lì dove non c’era nulla se non un bosco, qualche prato e un albero di noce, come gli sia venuto in mente per me resta un mistero. Forse fu la bella vista che si ammirava sulle montagne della “Dormiente” o più semplicemente, conoscendolo, un ottimo prezzo del terreno edificabile.

Sapete, a volte, quando vengo rapito da un afflato di romanticismo spicciolo penso a quanto la mia vita sia stata legata a due o tre case, tutte unite da legami personali e racchiuse in un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati: la casa che mio nonno costruì in collina e dove ho trascorso i miei primi venti anni di vita; a dieci minuti di macchina da lì l’appartamento in città che ospitava i miei nonni; attraversando la strada il palazzo dove c’era la scuola media a cui mia madre mi iscrisse e che lei scelse proprio perché strategicamente vicina ai nonni; la camera da letto di mio nonno dove io quella mattina lo andai a trovare già morto e che adesso, quando scrivo queste parole, è diventata la camera da letto mia e di mia moglie.

Poi però l’afflato romantico mi passa, torno lucido e penso che sono tutte sciocchezze perché l’unica cosa che conta è quella macchiolina sulla mia mano. Quella macchia che ogni volta che guardo mi fa sentire una merda, proprio come quella mattina di dieci anni fa quando capii che era troppo tardi per ogni rimpianto e che non si poteva più rimediare perché nonno non c’era più.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la seconda puntata.

Prima Puntata

Terza Puntata (la prossima)

 

Quarta Puntata

Quinta Puntata

Nonnonba viveva a Sakaiminato

Nonnonba viveva a Sakaiminato, un piccolo villaggio di pescatori del sud del Giappone. Era da poco iniziata l’era Showa, il periodo di “pace illuminata” dell’imperatore Hirohito. La donna era vedova ed era stata costretta a trasferirsi nella casa dei Mura dove, oltre che a occuparsi delle faccende domestiche, aveva anche il compito di prendersi cura dei  loro tre figli.

Nonnonba era ormai molto anziana e si sentiva un po’ a disagio nel vivere con quegli strani padroni di casa. La signora continuava a ripetere di essere erede di una famiglia di alto lignaggio, famiglia un tempo proprietaria di ben tre granai. Il padrone di casa invece era stato per anni il vanto del villaggio, il primo ragazzo di Sakaiminato ad entrare all’università di Tokyo, e adesso era un semplcie impiegato di banca con la passione per il cinema.

Il secondo figlio della famiglia Mura si chiamava Shigeru ed era un bambino con un gran talento per il disegno. Era anche un appassionato di storie di Yokai e aveva trovato nella vecchia Nonnonba una fonte inesauribili di aneddoti su spiriti e fantasmi. Fu la vecchia signora ad esempio a raccontargli la storia di Nururu Bozu lo spirito che vaga vicino al mare e che soffre di un gran prurito, un prurito tanto forte che spinge Nururu ad appoggiarsi sulla schiena delle persone per grattarsi. Quando vicino al mare ci si sente un peso sulle spalle è molto probabile che quello sia Nururu Bozu alla ricerca di sollievo.

Ai tempi delle serate passate in casa ad ascoltare le storie di fantasmi e spiriti, il piccolo Shigeru aveva solo 9 anni, era un bimbo svogliato, odiava la scuola e passava tutto il suo tempo libero disegnando o giocando per strada con i suoi compagni. Giocavano alla guerra e si erano costruiti perfino una bandiera con il simbolo dell’imperatore, marciavano cantando le canzoni che imparavano a scuola, versi che ricordavano le vittorie del grande Giappone e che esaltavano i giovani animi di Shigeru e dei suoi amici: “Noi siamo i coraggiosi eroi, castigheremo il traditore nel nome dell’Imperatore” – così cantavano.

Dieci anni dopo Shigeru non era più un bambino, aveva vent’anni ed era il 1942, Hirohito era ancora Imperatore, ma il Giappone non era più in pace. Il secondogenito dei Mura venne arruolato. Sotto le armi non cambiò le sue abitudine, restò pigro e svogliato e per questo venne punito e inviato al fronte sull’isola di Nuova Bretagna in Papua Nuova Guinea.

Sull’isola di Nuova Bretagna i compagni d’armi di Shigeru iniziarono a morire ancor prima che il nemico potesse sferrare il primo attacco. La malaria fu il primo nemico che dovettero affrontare, il campo che i soldati avevano costruito si trovava nel mezzo della foresta, si dormiva all’aperto e poco si poteva fare per difendersi dal contagio. Dopo i morti per malaria vennero i dispersi nella giungla, i morti per una caduta, quelli sbranati da un coccodrillo.

Gli ufficiali erano seccati da questi inconvenienti, non c’era nulla di decoroso in quelle morti così stupide. I soldati giapponesi dovevano morire sui campi di battaglia mentre difendevano l’onore dell’imperatore. Gli ufficiali perciò picchiavano spesso Shigeru e i suoi compagni, era l’unico modo per poterli trasformare in veri uomini.

Ben presto arrivarono gli americani e si iniziò a morire anche per le bombe. L’esercito dell’Imperatore si trovò a dover difendere le spiagge delle Nuova Bretagna dagli attacchi di un nemico più attrezzato, più armato e più organizzato. Poco dopo l’isola fu persa, ma i valorosi ufficiali giapponesi, eredi degli antichi samurai, decisero di sferrare l’ultimo attacco suicida. Non c’era alcuna speranza, ma la bella morte era sicuramente la scelta giusta da fare. L’esercito giapponese perse la battaglia, morirono in centinaia, Shigeru fu ferito, perse un braccio in battaglia e venne fatto prigioniero. Dopo l’armistizio fu rispedito in Giappone.

Oggi Shigeru Moru si fa chiamare Shigeru Mizuki, ha 93 anni, è ancora molto pigro ed è uno dei più importanti autori di fumetti del Giappone.

Per chi vuole approfondire:

NonNonBâ. Storie di fantasmi giapponesi di Shigeru Mizuki
Editore: Rizzoli Lizard (13 giugno 2012)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8817057266
ISBN-13: 978-8817057264

Verso una nobile morte di Shigeru Mizuki
Editore: Rizzoli Lizard (28 agosto 2013)
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8817066818
ISBN-13: 978-8817066815

Mnemosùne – alla Grecia gli voglio bene

Quella sera che passammo sulla spiaggia a giocare con altri bambini che non parlavano italiano. Il sole calava e ogni tanto mamma e papà ci chiamavano perché era arrivata a tavola ora la frittura fresca di quei pesciolini piccoli e saporiti, ora l’insalata di pomodori rossi e croccanti. Il ristorante me lo ricordo come una casa di legno, con il portico che affacciava sulla spiaggia. Ci avevano portati lì due amici greci di altri amici italiani. Questi amici greci avevano una gioielleria sulla Spianata a Corfù e dopo aver passato il pomeriggio a fare acquisti da loro ci avevano invitati a cena. Io mi ricordo l’odore del mare, il colore del cielo che diventa notte, la brecciolina sotto alle barche scure di legno.

Anni dopo ci fu il viaggio per Ios, il pullman che sbarca a Patrasso e l’autista che corre per non perdere il traghetto al Pireo. La forza della gioventù per affrontare un viaggio di quarantotto ore. I ragazzi che dormono sul ponte dei traghetti, stesi su teli non più spessi di due dita, le chitarre e le cartine. Atene che vedo per la prima volta dal finestrino del pullman e poi, una volta che il traghetto parte dal Pireo, mi si distende davanti agli occhi. Immensa, brutta, grigia, vista dal mare sembra un brutto posto e per fortuna che noi andiamo verso le isole.

Lo tzatziki, quella greek salad mangiata con gli amici e l’amore di una vita, la pitta come cena di ferragosto e le attese infinite prima che arrivassero finalmente i gamberoni in quel ristorante che ci piaceva tanto. E sempre un giro di Ouzo alla fine, ma questo ve lo offre la casa.

Il Melteni e la sabbia che si alza spinta dalla potenza di quel vento che è parte del paesaggio, come lo sono il bianco e il blu delle case. La panda che affittammo per girare un’isola che si riusciva ad abbracciare con uno sguardo.

Il ritorno in Italia, più magro di cinque chili, dopo aver navigato per mare dormendo seduto su una sedia di plastica, senza più soldi.

Poi arrivarono gli ulivi di Zante, le colazioni con il miele, la frutta fresca e le mandorle. Il mare affollato di turisti, la fuga alla ricerca delle spiagge più belle, l’uva comprata e mangiata in riva al mare. La retsina, lo yogurt, la gente che balla il sirtaki nei locali. Nel mio ricordo resiste fortissimo il suono delle distese di ulivi, il profumo dell’estate, il mio amore che mi chiede di fermare la macchina perché quello è un albero bellissimo, secolare.

Con Paxos scatta l’amore, la cotta definitiva. Arrivarci fu come al solito complicato. Ricordo il porto vuoto di Patrasso, sempre da lì tocca passare, l’alba che sorge e il traghetto che ci porterà a destinazione. Lacca, Gaios e tutti gli altri paesi sono una gioia da vedere e da vivere. La vecchia Opel Corsa blu elettrico parcheggiata tra gli alberi, io e il mio amore che scendiamo in spiaggia a piedi, lungo strade scavate nella terra secca. Le giornate passate in spiaggia, il giro in barca, solo io e lei, lungo le coste dell’isola. La pace, la gentilezza e la gioia delle persone.

Io in Grecia ho passato alcuni dei momenti più felici della mia vita. Alla Grecia voglio bene. Viva la Grecia!

Il primo bacio

In una piccola casa al centro di Benevento ci sono tre bambine che stanno per addormentarsi. Luisa è la più piccola, ha 4 mesi ed è nella sua culla. Eleonora, la maggiore, ha 5 anni ed è stesa a pancia in giù nel lettone di mamma e papà. Costanza, infine, con i suoi 3 anni è la sorella di mezzo e si trova di fianco ad Eleonora.

Eleonora, Costanza e Luisa si addormentano e subito si risvegliano nel sogno di Luisa.

Luisa è troppo piccola per poter parlare e camminare, ma nei suoi sogni Luisa parla e si muove da sola. Per muoversi però non cammina, perché anche i sogni hanno delle regole. La piccola nei suoi sogni vola grazie a due ali magiche viola e gialle. Eleonora e Costanza non lo sanno ancora, ma il colore preferito di Luisa sarà il viola.

Luisa guarda le sorelle e le salute: “Benvenute”.
Costanza allora le chiede: “Luisa perché ci hai chiamato nei tuoi sogni?”
Luisa le spiega: “Ho bisogno del vostro aiuto, ho perso un tesoro molto prezioso”.
“Cosa hai perso?” chiede Eleonora.
Luisa le dice: “Non trovo più il mio tesoro più grande, il primo bacio di mamma”.

Costanza ed Eleonora decidono di aiutare la sorella. “Venite, vi porterò nel posto dove lo conservavo” dice Luisa “e per fare prima vi presenterò due miei amici”.

Da un cespuglio escono fuori due cavalli alati, uno tutto rosa e uno tutto rosso. Il cavallo rosso si avvicina a Costanza, quello rosa va verso Eleonora. I cavalli si chiamano Pink e Red perché Luisa sa che il colore preferito di Costanza è il rosso e il colore preferito di Eleonora è il rosa.

Luisa sbatte le ali e vola via, Eleonora e Costanza a cavalcioni sui loro nuovi amici la seguono. Le tre bimbe volano sul sogno di Luisa, volano su valli verdi attraversate da fiumi di latte candido, sorvolano foreste di ciucci gommosi, osservano la distesa del deserto dei biscotti. In breve tempo arrivano ad una pianura al cui centro c’è una montagna. La montagna ha la forma di una donna seduta a gambe incrociate. La donna della montagna è la mamma di Luisa, Eleonora e Costanza. Al centro della montagna c’è una piccola casetta con un giardino fiorito. I cavalli volanti atterrano davanti la porta della casetta, Luisa è già lì che li aspetta.

Luisa entra in casa ed invita le sorelle più grandi a fare lo stesso e dice: “Questa è la casa dove vengo a giocare quando sono nel mio sogno”.

Nel centro del salone della casetta di Luisa c’è una bacheca vuota. Luisa dice “Qui conservavo il mio primo bacio di mamma, ma adesso non c’è più”.

Eleonora allora si ricorda che due giorni prima aveva sognato di essere un detective. Cerca nella tasca del pigiama e ritrova la lente d’ingrandimento che aveva usato in quel sogno di due giorni prima. “Cerchiamo degli indizi”. dice alle sorelle.

Grazie alla lente da detective, Eleonora trova delle piccole impronte vicino alla bacheca vuota. Dice alle sorelle “Costanza. Luisa guardate qui, ci sono dei minuscoli segni di passettini che partono dalla bacheca. Sono piccoli come una punta di pastello. Vanno verso la porta, come se qualcuno fosse entrato e poi uscito”.

Luisa e Costanza in coro dicono “Allora seguiamole”.

Le tre bimbe seguono le impronte. Eleonora chinata con in mano la sua lente d’ingrandimento, Costanza dietro cammina in punta di piedi per non disturbare la sorella più grande ed infine Luisa che svolazza dietro. Le impronte attraversano il giardino e continuano lungo un sentiero. Il sentiero finisce in un bosco.

Luisa dice “Quello è il bosco incantato della montagna, io non posso entrarci”.
Costanza chiede “Perché non puoi entrarci Luisa?”.
La piccola risponde “Perché al centro di quel bosco c’è un villaggio protetto da una magia. Quella magia fa scomparire tutte le altre magie nel sogno. Se dovessi entrare nel bosco io non avrei più le mie ali e senza le ali io non posso muovermi”.
Eleonora allora dice “Ma io e Costanza non abbiamo bisogno di magia per muoverci, se solo avessimo una carrozzina potremmo portarti con noi”.

Luisa allora sogna una carrozzina e questa compare davanti alle tre bimbe, una carrozzina per bimbe di 4 mesi, con ruote grandi e lucenti ed un cuscino tutto viola, proprio come il colore preferito da Luisa.
La piccolina svolazza dentro e dice “Perfetto, andiamo”.

Costanza ed Eleonora spingendo la carrozzina entrano nel bosco.

Al centro del bosco c’è un prato gigantesco e al centro del prato c’è la più grossa quercia che le tre bimbe abbiano mai sognato.

Luisa dice “Il villaggio del bosco incantato dovrebbe essere proprio qui, ma io non vedo niente”.

Le tre bimbe si avvicinano al centro del prato, arrivano sotto alla quercia e si accorgono che alla base dell’albero c’è una piccola porta, non più alta di una mela.

Eleonora bussa alla porticina. Dopo poco la porta si apre e ne esce un piccolo elfo, alto come la manina di Costanza, con le gambe sottili come le dita di Luisa e dai capelli ricci come quelli di Eleonora. L’elfo guarda in alto verso le bimbe e chiede “Cosa posso fare per voi?”.

Luisa dice “Sei tu che hai rubato il mio tesoro più prezioso?”.

L’elfo allora scoppia a piangere e dice “Sì, sono stato io, mi dispiace tantissimo. Volevo fare una sorpresa alla nostra regina. Volevo farla felice perché sono giorni che la regina degli elfi è triste. E se la regina non ride anche il suo popolo è infelice”.

Luisa allora si rattrista e dice “Ma quello è il mio tesoro, io lo rivoglio”.

L’elfo dice “Te lo restituirò, tanto non è servito a nulla, la nostra regina è ancora triste”.

L’elfo rientra nella porta. Si sentono i rumori dei suoi piccoli passi salire per delle scale. Le bimbe si accorgono allora che l’albero oltre alla porta ha anche tante finestre lungo il tronco. Luisa allora capisce che l’albero doveva essere abitato da migliaia di piccolo elfi.

Mentre le bimbe aspettano che il piccolo elfo ritorni col tesoro, Luisa pensa a tutti quegli elfi che vivono nell’albero e a come devono essere tristi perché la loro regina non è felice. La regina è un po’ come la loro mamma, e non è bello che una mamma sia triste.

L’elfo esce dalla porta e restituisce il tesoro a Luisa.

Luisa lo ringrazia e dice “Come è possibile che la tua regina sia triste. Avete provato a raccontarle una storia divertente?”

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Costanza dice “Avete provato con uno spettacolo di magia?”.

E l’elfo risponde “Sì, ma è ancora triste”:

Eleonora allora dice “Avete provato con della musica?”

E l’elfo chiede “Cos’è la musica?”.

Così le tre bimbe scoprirono che gli elfi non conoscevano la musica e la danza. Allora chiesero all’elfo di portare la regina e tutti gli altri elfi fuori nel prato.

Eleonora, Costanza e Luisa aspettarono che tutti fossero pronti e solo a quel punto si misero a cantare.

Eleonora iniziò con un canto di chiesa che le aveva insegnato la nonna. Continuò Costanza con la sua canzone preferita, “Brilla, brilla mia stellina”. Ed infine Luisa, stringendo al petto il suo primo bacio di mamma, iniziò a cantare una ninna nanna che sua madre le cantava ogni notte.

La regina sorrise nel sentire Eleonora, ballò seguendo il ritmo della canzone di Costanza, si commosse ascoltando la piccola Luisa. La regina non era più triste, lei e il suo popolo avevano scoperto la musica e non sarebbero più stati infelici.

E questa è la storia delle tre bimbe che, per cercare il primo bacio di una madre, insegnarono la musica agli elfi che vivevano al centro di un prato che si trovava su una montagna a forma di mamma, nel centro di un sogno di una bimba di 4 mesi.

E vissero tutti felici e contenti, per sempre.

Lettera a me quattordicenne

Ciao Antonio,

sono te e ti scrivo dal 2014. Oggi abbiamo quasi 40 anni, un lavoro fisso e una bella famiglia. Immagina tuo padre adesso che stai leggendo questa lettera. Bene, nel 2014, che ti piaccia o meno, noi siamo un po’ come lui. Non so bene perché ho deciso di scriverti proprio adesso; è successo tutto ieri, ho letto la notizia di un razzo della NASA che è esploso in aria e mi sono ricordato di quanto ci piaceva pensare allo spazio, alla scienza e all’infinito da raggiungere.

Ti ricordo bene mentre facevi tutti i calcoli per capire se un giorno saremo mai riusciti, io e te, a salire su un razzo spaziale e a volare via. Un giorno hai letto un articolo che parlava del piano della NASA per mandare il primo uomo su Marte e ti sei appuntato questa data, il 2050. Pensavi che se per allora l’uomo sarebbe andato su Marte, allora i viaggi comemrciali, aperti anche ai civili, sarebbero dovuti essere a disposizione di tutti. Ti immaginavi già, nel 2050, a 74 anni, a salire su uno Space Shuttle, un po’ come tu nel 1990 sali su un aereo per andare in Inghilterra d’estate. Non ho mai ben capito perché un ragazzo con quei sogni e quel talento non abbia deciso di intraprendere una carriera nel mondo dell’aereonautica. Perché non hai mai fatto come gli altri bambini? Perché non hai mai detto “voglio fare l’astronauta”? Cosa ti ha frenato?

Prima di scriverti mi sono imposto di non farti troppi spoiler. Adesso però dovrei prima spiegarti cos’è uno spoiler. Diciamo che io vivo in una società in cui è cattiva educazione raccontare a chi non lo sa, come va a finire una storia. Lo so che ti sembra assurdo, tu hai 14 anni, hai un fuoco che ti brucia dentro, vorresti sapere tutto del mondo. Tu e i tuoi amici spendete soldi per comprarvi riviste amatoriali che ti raccontano come finisce Dragonball, vivi in un mondo in cui la prima domanda che si fa all’amico che torna dagli USA è “cosa sta succendendo a Beatiful?”. Tutto questo non c’è più e oggi non è bene raccontare cosa succede dopo.

Perciò cercherò di dirti poco del tuo futuro, ma vorrei comunque raccontarti un po’ di quello che andrà bene e cosa andrà male.

Iniziamo con i viaggi nello spazio. Purtroppo la NASA ha deciso di rallentare il programma spaziale, niente uomo su Marte, mi dispiace. Ma per fortuna ci sono molti investitori privati che stanno cercando di entrare nel mercato dei viaggi spaziali. Pensa che adesso nello spazio ci vanno perfino i cinesi e gli indiani. Forse per il 2050 abbiamo ancora qualche speranza.

Passiamo ad un altro tema che so che ti sta a cuore: libri e fumetti. Qui le cose andranno sempre meglio  Certo, ti dovrai abituare a vivere in un mondo in cui le edicole non sono più quel paese della cuccagna a cui sei abituato, e dovrai rassegnarti a non passare più le ore a girovagare in una libreria, ma in cambio avrai molto altro. Dove vivo io adesso è molto più semplice cercare e comprare libri e fumetti. Ti dico solo che in meno di 24 ore posso avere un corriere che mi porta a casa qualsiasi libro o fumetto che desideri, e non costa praticamente niente.

La tecnologia, come penso immaginerai, farà un balzo in avanti incredibile. Però ti stupirà, prenderà delle strade che non avresti mai immaginato. Nessuno dei tuoi amati romanzi di fantascienza si è avvicinato minimamente a quello che succederà. Sarà un mondo nuovo e inaspettato, ci saranno tante delusioni, ma alla fine sarà un bel percorso. Ti dico solo questo, i videogiochi saranno spettacolari e li troverai ovunque. In tasca in questo momento ho un dispositivo elettronico, più piccolo di un Gameboy, ma con uno schermo 100 volte più bello del televisore che papà ha da poco comprato da te. Su questo dispositivo sto giocando ad un videogame su L’Uomo Ragno che da vedere è molto più bello di qualsiasi film tu abbia mai visto, e questo videogioco è perfino gratis.

I film poi, hanno raggiunto dei livelli di spettacolarità che tu non potrai mai immaginare. Ti ricordi quando al Cinema Comunale vedesti per la prima volta il trailer di “Scontro tra Titani”? Ti ricordi quella sensazione di stupore che ti provocarono quei pochi minuti? Fu un’esperienza tanto potente che io oggi ho dimenticato completamente il film che venne dopo il trailer, ma riesco ancora a vedere la scena in cui la testa della statua di Atena cade per terra e inizia a parlare. Immagina che i film di oggi sono tutti, ma proprio tutti, più spettacolari di “Scontro tra Titani” e in questi film ci saranno tutti i tuoi personaggi preferiti: l’Uomo Ragno, Hulk, Batman, Superman, il Capitano Kirk, Sylvester Stallone, Tom Cruise.

E con questo penso di averti scritto tutto quello che andava detto. Come vedi ci sono tante cose belle che ti aspettano, vedrai cose incredibili e storie mai raccontate. A volte ti sembrerà perfino di ricevere troppe informazioni, di avere troppa scelta, di essere circondato da troppa tecnologia e non ti nascondo che vivrai momenti della tua vita in cui deciderai di prenderti una pausa dal mondo. Ma sai com’è la vita, ci sono alti e bassi.

Sarà un viaggio bellissimo e tu ci sarai.

Ti aspetto,

Antonio

p.s.  Faccio uno strappo alla regola e ti scrivo un piccolo spoiler, perché questa la devi sentire: ci saranno ben due nuove trilogie di Star Wars.

Mia mamma mi voleva morto (DC)

Mia madre era una persona a cui piaceva organizzare bene la propria vita e quella degli altri. Si riteneva molto pragmatica e moderna. Andava fiera delle sue lotte. Figlia di don Pietro, uomo dalle umili origini e dai principi saldamente piantati nel suo adorato fascismo, mamma aveva combattuto contro suo padre per rendersi libera e moderna, emancipata e padrona della propria vita.

Mia madre, nata nei primi anni ’40, liberatasi nel ’68, si sposò negli anni ’70, in chiesa per far contenta la sua devotissima mamma, seppure in tailleur rosso e grigio (perché il suo pragmatismo non le permetteva di accettare di spender soldi per un abito che avrebbe indossato solo per poche ore). Negli ’80, mia mamma, decise infine di darsi un nuovo obiettivo: uccidermi. E per farlo decise di iscrivermi alla scuola media.

Io sono nato un anno dopo il matrimonio dei miei. Mio padre mi disse una volta che fu lei a decidere che fosse giunto il momento di convolare a nozze. Lui rispose che avrebbero avuto bisogno di una casa per potersi sposare. Lei si prese qualche giorno, trovò la casa e loro si sposarono. Questo era mamma.

A cinque anni il dottore di famiglia mi scoprì miope. Pochi decimi all’inizio, ma erano solo i segni d’una forma ben più grave. I primi occhiali che mamma mi comprò avevano le lenti “indistruttibili”, o almeno così le spacciava l’ottico. Erano pezzi di plastica grossi e spessi, resistentissimi agli urti, infrangibili. Avevano solo due grandi difetti. Primo, erano facilmente soggetti a graffi, tanto che bastavano poche settimane per far sì che le lenti ne fossero completamente ricoperte, lasciando i miei occhi dietro una perenne nebbia lanuginosa. Secondo problema, le lenti infrangibili erano spesse, la plastica non permetteva di fare lenti sottili come quelle in vetro, le mie erano almeno tre volte più grosse.

“Mamma, ma non posso avere degli occhiali più sottili?”
“No, amore mio. Se mettiamo quelle in vetro poi ci giochi e le rompi. E sarebbe uno spreco.”

Mamma razionale aveva fatto i suoi conti, valutato le opzioni e infine stabilito la regola.

Una delle cose più fastidiose della miopia grave è che non si ferma mai. Ogni anno la vista degenerava e perdevo qualche decimo. Quando mi iscrissi alla scuola media mi mancavano circa 7 diottrie ad un occhio e 8 all’altro. Adesso cercate di visualizzare l’immagine di me il primo giorno delle medie e fissate i miei occhiali, le lenti sono tutte sporche e graffiate, così spesse che trabordano dalla montatura. Tenete bene in mente quest’immagine perché adesso parliamo dei denti.

A 9 anni mi ruppi i due incisivi superiori. Ero un bambino tranquillo, ma strano. Mi piaceva sperimentare posizioni non ortodosse, mettermi in pose contorte, g iocare allo yoga e fare le lettere col corpo. Uno sera stavo seduto col culo sulla punta della testiera del divano, ero in bilico, in perfetto equilibrio. Ricordo mia madre che mi diceva di scendere e io che le dicevo che era tutto a posto. Poi il divano si ribaltò, caddi con la faccia verso la scrivania del salone e uno degli spigoli m’arrivò in bocca. L’incisivo di destra si ruppe orizzontalmente, come se si fosse accorciato di botto. Quello di sinistra aveva avuto un taglio un po’ più drastico, il pezzo ch’era saltato aveva spezzato il dente quasi da sotto a sopra, rendendolo un mezzo incisivo.

Il giorno dopo il dentista fece un paio di prove e dichiarò che andava devitalizzato. Mamma e il dentista, dopo l’operazione, si intrattennero sul come gestire al meglio il triste evento. Mamma ascoltò i consigli del dottore, valutò i pro e i contro, e infine prese la sua decisione: i denti sarebbero rimasti così fino a quando non sarei diventato più grande, non si dovevano ricostruire, troppo alto sarebbe stato il rischio di rompere le protesi durante un altro incidente. Il dente devitalizzato dopo qualche mese cambio colore, da bianco divenne di un funereo color grigio topo.

(Tra parentesi. Qualche anno fa un dentista che mi aveva in cura mi spiegó che la strana forma dei miei canini, che sono tutt’altro che aguzzi, si deve probabilmente a tutti quegli anni che ho vissuto con gli incisivi ridotti a metà. Questo dentista diceva che senza l’appoggio dei denti più grandi, il mio morso era stato troppo stretto e avevo così limato i quattro canini).

Adesso torniamo a me che sto per affrontare la scuola media. Immaginatemi di spalle che sto per varcare un portone, ho uno zaino anonimo comprato al mercato, gli Invicta sono solo uno status symbol e mamma non approva. Adesso zoomate sul mio tenero sorriso scheggiato e passate a volo radente sui miei capelli scomposti e tagliati male (aveva scelto un barbiere economico ed efficiente).

Inquadratura di fronte, jeans troppo corti, scarpe grosse e robuste, magliettina anonima e giubbino, tutto rigorosamente non di marca. Sono gli anni ‘80, le marche dei vestiti sono quei loghi che aiutano e sostengono l’autostima di ogni pre-adolescente. Le scarpe Timberland, le felpe Best Company, i jeans Levi’s e le cinture El Charro sono tutti doni che il buon Dio ci ha inviato per proteggerci, per aiutare noi sfigati a mimetizzarci con la massa, a sparire come fa un cameleonte che cambia il colore della pelle. Io tutto questo però non lo so ancora, vengo dalla scuola elementare e mamma dice che i miei vestiti sono pratici e funzionali.

Di nuovo di spalle, dolly lento che mi riprende, sale sopra e allarga la visuale, si iniziano a vedere le mura della scuola, forse riuscite perfino a leggerne il nome: Scuola Media Vitelli. La scuola è un edificio di due piani, a giudicare dallo stile anonimo è stata probabilmente costruita tra gli anni ‘60 e ‘70. Quel primo giorno la scuola era ancora tutta diroccata, la facciata era grigia e cadente. A quel tempo non erano ancora arrivati i piani del colore che avevano portato il giallo e il rosso in città, il grigio la faceva ancora da padrone. Due piani di un palazzo che era nato per essere chissà cosa, forse appartamenti, forse uffici, ma poi qualcuno aveva deciso che sarebbe stato perfetto come scuola. Poco importava che le stanze del palazzo fossero poco adatte ad accogliere delle classi, poco importava che per arrivare ai piani superiori gli studenti dovevano salire per le strette rampe di scale inadatte ad accogliere quella fiumana, poco importava a quel qualcuno che aveva deciso

La Vitelli era in Via Fragola, un vicolo che si chiamava Via solo per distinguerlo dall’imbuto che era qualche metro più in là e che, quello sì, avevano deciso di chiamare Vico. Sia il Vico, sia la Via erano nel Triggio, il quartiere vecchio e popolare della città. L’edificio però si trovava in una zona di passaggio tra il vecchio e il nuovo. La scuola era l’anello di congiunzione tra le zone ricostruite durante il boom economico e l’antica città fatta di vasci, case a due piani e botteghe sporche. Da una parte c’erano i sei piani di palazzo Villani, vero e proprio grattacielo per gli standard di Benevento, e dall’altra c’erano le case centenarie costruite attorno al convento di San Filippo. Da una parte c’erano i professionisti, gli studi dentistici e le sale d’attesa dei dottori, e di là c’erano i fumi dei pranzi, i panni stesi in mezzo alla strada, i traffici abusivi. La mia scuola era lì, sul confine, ed era pronta ad accogliere il peggio prodotto da quei due mondi.

“La Vitelli è vicino a casa di nonna. Così se serve qualcosa puoi andare a piedi da lei”.

Negli anni che seguirono, tra le mura di quell’istituto, incontrai criminali, pazzi, ragazze schizofreniche, bulli e perfino qualche punk.

Entro a scuola per la prima volta, ignaro del piano malevolo che in tutti quegli anni mia madre aveva architettato. Aveva pensato a tutto, mi aveva tolto ogni protezione, mi aveva reso debole ed indifeso e mi aveva iscritto ad una delle peggiori scuole di Benevento.

Mia mamma mi voleva morto e io sono vivo per miracolo.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la prima puntata.

Seconda Puntata

Terza Puntata

(questo racconto ha partecipato alla serata Racconti stesi in piazza organizzata dal collettivo Riuscire tentare provare)

(questo racconto è stato pubblicato nella raccolta In co’ del ponte. Presso Benevento edita da Edimedia)

Page and Google Glass

New Yorker, February 21, 2050

Nel 2015 Google iniziò a commercializzare la prima versione dei Google Glass. Questi occhiali, dalla tecnologia ancora primitiva, furono il primo tentativo da parte di una grande multinazionale di creare un sistema integrato uomo/macchina. I Google Glass segnarono una vera e propria rivoluzione nel modo in cui le persone si relazionavano con un computer. Nel 2017 venne il turno di Apple di presentare al mondo la sua personale interpretazione del wearable computing. L’azienda di Cupertino  introdusse l’iWatch, il primo orologio in grado di interfacciarsi con un essere umano tramite feedback epidermici.

In pochi anni tablet e PC sparirono per essere sostituiti dall’architettura Cloud/Human che ancora oggi utilizziamo.

Nello stesso periodo in cui Apple incominciava a vendere l’iWatch, in Finlandia, nella città di Tampere veniva fondata una piccola startup che da lì a pochi anni sarebbe diventata celebre.

La Mnemosine, dal nome della dea greca personificazione della memoria degli uomini, fu fondata da due giovani ricercatori di origine europea Ippu Milly, un ingegnere Finlandese esperto in biotecnologie, e Gunther Braun, un chimico originario di Monaco di Baviera

Nel fondare la loro azienda i due brillanti scienziati si erano dati l’obiettivo di applicare alcune nuove tecnologie di interazione uomo macchina alla cura dei malati di Alzheimer

Gunther e Ippu avevano studiato assieme al MIT di Boston, si erano conosciuti quando entrambi entrarono a far parte dell’equipe del professore Martin Doller, l’inventore dei nanotubi molecolari.  Fu nell’Aprile del 2017 che Ippu propose a Gunther di fondare assieme una società per poter mettere in pratica le loro scoperte

Fu sempre Ippu ad avere l’idea di creare la società in Finlandia in modo da poter accedere a manodopera altamente qualificata e a basso costo. La crisi europea che durava da oltre vent’anni aveva costretto le società del vecchio continente a licenziare decine di migliaia di ingegneri altamente qualificati, la Finlandia era piena di talenti che non vedevano l’ora di entrare a far parte della Mnemosine e, per la gioia dei due fondatori, con salari da terzo mondo.

Grazie alla rete di conoscenze che Gunther ed Ippu si erano costruiti ai tempi del MIT, i due riuscirono ad ottenere i primi finanziamenti. Il primo prodotto su cui iniziarono a lavorare fu chiamato MemRe (Memory Repair) ed era un elettrostimolatore che avrebbe dovuto risvegliare le sinapsi distrutte dalle malattia neurodegenerative.  Il gruppo di lavoro della Mnemosine impiegó cinque anni per cercare di far funzionare il prodotto, ma senza alcun successo significativo. Nel frattempo però la società era riuscita a sviluppare un notevole portafoglio di brevetti sulle nano sonde che permettevano di interagire con la corteccia cerebrale.

Durante quegli anni di ricerca i due amici avevano deciso di dividersi i ruoli in azienda. Gunther era quello che si dedicava a promuovere i prodotti della società e a curare le relazioni con i finanziatori, Ippu invece era a capo del team di ricerca.



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Incontro per la prima volta Ippu mentre è seduto sul retro di un palco.

È un uomo sulla sessantina, capelli bianchi e barba lunga, indossa degli spessi occhiali con montatura scura, ai piedi ha delle scarpe da ginnastica, camicia e maglione scuro. Ha l’aria di essere un uomo frugale, dai gusti semplici, ma con un suo personale senso estetico. Quando ci incontriamo è seduto su una sedia di legno, ha le mani in grembo.

Ippu è lì, dietro le quinte di un palco, seduto compostamente come solo un ben educato ingegnere europeo può fare, perché attende che il presentatore della serata lo introduca. Ci sono più di 300 persone che siedono nell’auditorium dove io e Ippu ci siamo incontrati e tutti attendono lui.

Siamo in Texas, ad Austin, e i ragazzi che pazientemente aspettano l’inizio della conferenza vogliono ascoltare il racconto di Ippu, vogliono sentire dalla viva voce del vecchio maestro la storia di come una piccola società finlandese in solo dieci anni sia diventata la più grande compagnia del mondo.

Saluto Ippu e mi presento. Gli spiego che sono uno scrittore e che sto preparando un pezzo sulla storia della Mnemosine.

Mi siedo affianco a lui e inizio a fargli qualche domanda. Gli chiedo se sia nervoso, ma lui mi spiega che ormai quella è la sua centesima conferenza, ha passato gli ultimi due anni a girare per le università del paese, di solito viene invitato da piccole associazioni studentesche di appassionati di tecnologia neurale.

Mi racconta che in tutti questi anni ha raffinato il discorso che fa durante questi incontri, lo sa a memoria e non ha più paura di perdere il filo o di annoiare il pubblico. Mentre siamo lì che chiacchieriamo sentiamo un fragoroso applauso che parte dal pubblico. Dice “tocca a me”, si alza e sale sul palco.

Ippu è un ottimo narratore e il suo accento finlandese è quasi impercettibile. Nella sua conferenza ripercorre i primi anni di studi al MIT, gli anni di ricerca col professor Doller e l’incontro con Gunther Braun. Quando il racconto arriva al periodo della Mnemosine la voce di Ippu si fa molto più appassionata, i ricordi di quegli anni sono vividi e ricchi di dettagli, i ragazzi in sala ascoltano in silenzio. Ippu si prende una pausa prima di raccontare la notte in cui lui e Gunther ebbero l’idea che avrebbe rivoluzionato il mondo.

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Era il Natale del 2020 nessun test sui malati di Alzheimer aveva ancora dato esito positivo. Gunther era andato a casa di Ippu per fare il punto della situazione. I finanziatori avevano deciso di non rinnovare il contratto, non credevano che i due sarebbero riusciti a far funzionare il prodotto. Gunther avrebbe voluto chiudere la società, ma Ippu si opponeva.

Gunther aveva ricevuto un’offerta di lavoro per tornare in Germania e avrebbe voluto lasciare l’amico e chiudere i conti della società. Ippu sapeva che se avessero chiuso la società, data la situazione economica della Finlandia, lui e la sua famiglia si sarebbero dovuti trasferire, ma lui era troppo legato alla sua terra e alle sue tradizioni e lasciare Tampere sarebbe stato troppo doloroso. Ricordava ancora con orrore gli anni passati lontano da casa per poter studiare al MIT. I due passarono ore a discutere, erano chiusi nell’ufficio di Ippu, al di là della porta chiusa le famiglie dei due amici preparavano il cenone di Natale.  Ippu era disperato, voleva a tutti i costi convincere l’amico a non partire. Fu allora che disse all’amico:

“Il problema che abbiamo è che non riusciamo a ristabilire la connessioni neurali. Le nostre sonde sono troppo deboli per poter ricreare la comunicazione tra le sinapsi, non riusciamo a far arrivare abbastanza energia alle sonde senza mandare in blocco il sistema. Non possiamo mandare segnali, però potremmo usare la tecnologia delle sonde per provare a ricevere segnali e ad interfacciarci col cervello dei nostri pazienti”

“E a che potrebbe servire una cosa del genere?” chiese Gunther.

Allora Ippu, indicando i Google Glass che l’amico indossava, disse:

“Pensa ad un sistemai in grado di  interfacciarsi direttamente con un utente attraverso le sinapsi, immagina un sistema digitale che possa leggere direttamente i tuoi pensieri, niente occhiali, niente orologio, niente strisce di sonde elettroniche sul braccio. Un’interfaccia uomo/macchina che si installa direttamente nel tuo cervello”.

Gli amici passarono tutta la notte e tutte le restanti vacanze di Natale a discutere delle idee di Ippu. Durante la conferenza ad Austin, Ippu spiega perché prima di allora non aveva proposto il progetto alla amico

“Pensavo fosse una tecnologia pericolosa. A quel tempo ero un’attivista della Free Software Foundation, mi battevo per la tutela della privacy in rete e contro le leggi che imponevano alle società private di condividere dati personali con i governi. Nella tecnologia neurale intravedevo possibili rischi di abusi da parte di privati o di governi. Non avevo ancora immaginato appieno i benefici che la nostra tecnologia avrebbe apportato al genere umano. I puerili dilemmi morali che all’epoca mi tormentavano furono spazzati via in poco tempo”.

A Gennaio, subito dopo le feste natalizie, Gunther propose il progetto ad un fondo di finanziamento di Dubai.

“Ci diedero 700 milioni di dollari e ci dissero che avevamo cinque anni per completare il progetto”.

Ippu non lo dice nella conferenza, ma quello fu il più grosso finanziamento mai erogato da un fondo privato.

Nei cinque anni successivi i due amici affrontarono una serie di problemi tecnici notevoli. Dovettero investire gran parte del loro budget nella creazione di un sistema di calcolatori paralleli in grado di poter analizzare la quantità immensa di dati che raccoglievano dalle sinapsi. Una volta risolto questo problema si occuparono di miniaturizzare i circuiti che gestivano le sonde, in modo da poter inserire gli apparati direttamente nel cranio dei loro utenti.

Fu così che dopo esattamente 5 anni, proprio quando anche gli emiri erano sul punto di tagliare i fondi alla Mnemosine, Gunther e Ippu organizzarono una conferenza stampa per presentare il prodotto che avrebbe riplasmato il genere umano: interbrain.

Nel giro di due anni il prodotto fu installato a più di 5 milioni di utenti. Dopo tre anni, introdussero la seconda generazione del prodotto, più piccolo e meno costoso. Era stato disegnato per poter essere impiantato anche su utenti con meno di 10 anni e finalmente supportava tutte le lingue parlate sul pianeta.

Con interbrain le persone potevano scaricare sui server della Mnemosine ogni loro singolo pensiero. Nulla andava più perso, tutto gli stream venivano salvati e potevano essere condivisi con amici e conoscenti. Gli studenti non dovevano più prendere appunti, i viaggiatori non erano più costretti a fare foto, i registi potevano creare un film solo pensandolo, gli scrittori smisero di scrivere. Fu la rivoluzione della comunicazione.

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La conferenza di Ippu termina proprio col lancio di interbrain 2.

Quando torna dietro il palco è visibilmente stanco, ma non si sottrae alle mie domande. Gli chiedo se ha dei rimpianti, lui ci pensa un po’, con gli occhi si fissa le punte delle scarpe e quando rialza la testa mi risponde:

“A volte vedo cosa abbiamo fatto, come siamo riusciti a cambiare il mondo, le meraviglie e la gioia che oggi viviamo e penso che forse ci avrei dovuto pensare prima. A volte le migliori soluzioni si nascondono dietro i nostri principi. Ecco, rimpiango di essere stato così lento a capire”.

Mi stringe la mano, sorride e mi saluta. E mentre questo piccolo vecchio ingegnere si allontana camminando lentamente verso l’uscita, penso alle sue parole “le meraviglie che oggi viviamo”. Sono colpito dalle semplici parole di Ippu Milly, l’uomo più ricco del mondo, perché ha ragione da vendere. Oggi viviamo un mondo di gioia e meraviglia, ed è tutto merito della sua Mnemosine, l’azienda più grande che sia mai esistita.

Oggi nei database dell’azienda di Ippu e Gunther sono contenuti i pensieri e le idee di circa 6 miliardi di persone. Grazie alla raccolta di questi dati e agli algoritmi che li analizzano, oggi viviamo in mondo nettamente migliore di quello in cui i nostri nonni, coi loro Glass e iWatch, erano abituati a vivere.

Il tasso di criminalità mondiale è sceso a ZERO. Oggi la polizia è in grado di fermare un crimine nell’attimo stesso in cui viene compiuto.  Le guerre non esistono più grazie ai tecnici della Mnemosine che analizzano i pensieri dei popoli in lotta e creano trattati di pace perfetti che ottimizzano la felicità di tutte le persone coinvolte. La politica rappresentativa non esiste più. Gli ingegneri della Mnemosine possono dirci in tempo reale che decisioni prenderebbe tutto il corpo elettorale senza nemmeno dover porre le domande. Non bisogna più votare perché chi ci governa sa in ogni istante cosa vuole il popolo.

Oggi viviamo in mondo di gioia e meraviglia, senza guerra, crimini e corruzione. Tutto questo nacque trent’anni fa, in una piccola stanza di una piccola città di una minuscola nazione.

Era Natale. Mi piace pensare che là fuori ci fosse un coro di giovani finlandesi che intonavano canti natalizi. Mi immagino una finestra un po’ socchiusa nell’ufficio di Ippu, lasciata aperta, e che insieme all’aria fresca fa entrare anche la voce di quel coro. Riesco quasi a vedermeli Ippu e Gunther che discutono della loro idea. I due buttano giù appunti, scrivono, discutono, quando a un certo punto le voci del coro si fanno più forti e la stanza si riempie di questo canto:

“Venite adoriamo il nostro Salvatore”

Grazie interbrain, noi ti adoriamo.

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Una storia in sette capitoli

CAPITOLO 1

Si incontravano sempre per caso. Non sentivano la necessità di chiamarsi, di fissare degli appuntamenti. Sapevano che in un modo o nell’altro le loro vite si sarebbero incontrate. E ogni sera era un’avventura diversa.

Lui tornava da lavoro, si cambiava e usciva. Sapeva che l’avrebbe incontrata, anche se non sapeva dove. Affrontava la serata con indifferenza, ma in fondo terrorizzato dall’idea di non vederla.

Si incontravano sempre. E sempre per caso.

CAPITOLO 2

Aveva giocato a calcetto per anni. Da quando era bambino.

Quando non andava a scuola, con gli amici si fiondava sul campetto dietro la chiesa. Il parroco non c’era quasi mai. E quando c’era faceva finta di niente.

Durante l’università aveva scoperto il piacere del dopo partita. La chiacchiera nello spogliatoio. I pettegolezzi. Il cameratismo bieco.

Adesso non poteva più giocare. Il ginocchio era andato.

Era iniziato tutto con una fitta. Poi un giorno si trovò a non poter più muovere la gamba. Si spaventò e il giorno dopo corse dal dottore. Gli dissero che avrebbe dovuto riposarsi. Lui li prese in parola e si impigrì per quasi un mese.

Il ginocchio cedette una sera d’estate su un campetto di terra.

CAPITOLO 3

Ogni venerdì sera prende il treno per tornare a casa.

Il treno nasce a Nord e muore a Sud. Taglia la nazione. Al suo interno un’affresco di personaggi stanchi. Le storie le ha ascoltate decine di volte. Persone sempre diverse, ma sempre le stesse vite.

Mariti e padri che costruiscono, spostano, saldano. Studenti assonnati e carichi di speranze. Ragazzi non ancora uomini che dribblano il controllore per non intaccare lo stipendio.

Ormai ha imparato a riconoscere gli scompartimenti tranquilli. Gli basta uno sguardo veloce alle borse e alle facce per capire se può sedersi o se deve cercare ancora.

Col tempo ha imparato a schivare i logorroici e i troppo tristi, i migranti e gli insonni, i bambini e i malati.

Preferisce viaggiare solo. Riempire il viaggio con le riviste e riposando.

Non guarda quasi mai fuori dal finestrino. Fuori è brutto ed è sempre notte.

CAPITOLO 4

In ufficio si va vestiti bene. La giacca e, possibilmente, la cravatta. D’estate al massimo in camicia. Mai in jeans. Le scarpe di pelle sempre lise. Le nuove non si mettono per l’ufficio, ma per i matrimoni.

In ufficio non si fuma più da almeno un anno. Prima potevi entrare con il giornale sotto al braccio, ma adesso ti guardano male, lo devi nascondere nella borsa.

C’è tutto un mondo in quelle stanze. Ci si conosce da anni. Dietro ogni volto c’è una famiglia. Conosci nomi ed età di tutte le famiglie collegate a quel mondo. Le facce le sai grazie a qualche vecchia foto conservata nei portafogli. Foto rovinate e sgualcite, vecchie di anni.

Raramente qualche familiare entra all’interno del mondo chiuso dell’ufficio. Ti viene presentato e ci si stupisce a scoprire che il volto di quella foto sia invecchiato tanto. Nella foto della comunione non sembrava così grande, adesso è un’uomo.

CAPITOLO 5

La mattina si svegliò tardi. Il viaggio in treno gli lasciava addosso una spossatezza dolciastra. Non se ne spiegava il motivo.

Lavato e mangiato, iniziò la giornata. Scoprì subito che doveva accompagnare la madre in città.

Non aveva ancora del tutto assimilato la colazione. Palpebre ancora schiacciate e movimenti impastati.

Si riprese a metà strada.

Si accorse che stava guidando, da almeno 10 minuti, stimò. La mamma pensierosa al suo fianco.

Rimise a fuoco la strada davanti all’automobile. A destra e a sinistra scivolavano campi e case.

I suoi occhi registrarono qualcosa. Se ne accorse, ma non riuscì a coglierne i dettagli. Si sentiva ancora impastato. La puzza del vagone ancora nelle narici.

Dopo un po’ ricevette un  altro colpo. Un picco di informazione gli arrivò alla nuca. Ne percepì il contraccolpo.

Analizzò quella sensazione. La dissezionò, ne cercò l’origine. Si guardò intorno. Non capiva.

Stava quasi per parlarne alla madre, quando colse una variazione cromatica nello sfondo che scorreva alla sua sinistra.

Il grano aveva cambiato colore. Il verde aveva fatto un salto quantico verso il basso. Era successo tutto nel giro di pochi giorni.

Ecco cosa era cambiato. Il suo mondo si era istantaneamente spostato verso l’estate. Il cambiamento era stato così pervasivo e ambientale che solo la sua parte rettile se n’era potuto accorgere.

Sorrise al pensiero di questa sua incredibile scoperta.

CAPITOLO 6

Stacca l’indice dalla rotella, si stiracchia un po’ e si alza.

Il box è troppo stretto, deve inarcare la schiena per raggiungere il cappotto. Quando ritorna dritto, con una mano regge il bavero nero e con l’altra spegne il monitor.

E’ solo in ufficio. Capita sempre più spesso.

Nessuno vuole più fare straordinari. Il guadagno marginale non ricambia le ore di vita perse. Probabilmente i colleghi ritengono sia più preziosa un’ora passata con la famiglia che il corrispettivo pagamento.

Lui invece resta. Sua madre e suo padre sono lontani. Gli amici la sera sono sempre occupati. E a lui piace passare del tempo nell’ufficio vuoto.

Attraversa il corridoio. Si infila il cappotto.

E’ una settimana che non la vede.

In strada non c’è molto traffico, l’autobus non tarderà. E’ un settembre tiepido, ma gli piace comunque indossare il cappotto pesante. Lo protegge. Si ricorda quando da bambino chiedeva alla madre di aggiungere una coperta sul  letto, non perché avesse freddo, ma per aumentare il peso della materia sul suo corpo.

La settimana scorsa non aveva il cappotto. Aveva freddo. Non era pronto a gestire quella temperatura. Era nervoso.

Si siede e aspetta il suo autobus. Caldo. Stanco.

Immagina di avere lei accanto. Le stringe il braccio. La guancia appoggiata sulla sua spalla. Il tepore di lei che attraversa la lana del cappotto. Lei sorride e lui le racconta il futuro. Così sarebbe dovuto finire.

Quando l’autobus arriva, si alza.

CAPITOLO 7

Adesso girava per la casa vuota chiamando “micio micio”. Si sentiva ridicolo.

A 50 anni suonati, giacca, cravatta, borsa di pelle, si aggirava in una casa vuota, urlando in falsetto “vieni mio bel micino”.

Ma il gatto era importante, era stato un compagno fedele per la madre e, adesso che lei non c’era più, andava protetto. Era una missione, doveva proteggere il gatto. Doveva farlo per la madre.

Il gatto c’era quando lei se ne era andata. Lui, il suo unico figlio, no. Non era lì.

Doveva ritrovare il gatto.

9 dimostrazioni della non esistenza di Dio

9 dimostrazioni della non esistenza di Dio:

1) se Dio esistesse davvero oggi nella mia libreria ci sarebbero i DVD di Dune di Alejandro Jodorowsky, Spiderman di James Cameron, Napoleone di Stanley Kubrick e l’Assedio di Leningrado di Sergio Leone;

2) se Dio fosse esistito davvero allora George Lucas non avrebbe cambiato idea e Han Solo sarebbe morto a metà del Ritorno dello Jedi;

3) se esistesse davvero Dio, Stan Lee avrebbe stabilito una regola per cui chi muore nell’Universo Marvel non può ritornare in vita;

4) se davvero ci fosse un Dio in cielo, allora farebbe piovere Nutella almeno una volta a settimana;

5) Dio non esiste perché quello che non uccide ingrassa;

6) se Dio esistesse, James Cameron avrebbe già girato almeno due film tratti da Alita;

7) Dio non esiste perché il petrolio inquina, i diamanti sono rari, piove sempre sul bagnato, la neve è fredda, la sabbia entra nelle mutande, al sole ci si scotta e la Nutella fa ingrassare;

8) se Dio esistesse davvero allora io avrei sulla mia scrivania un Commodore 64 con 64GB di RAM e processore con 22 core a 13Ghz;

9) Dio non esiste e le zanzare sono state create apposta per ricordarcelo ogni bella giornata d’Estate.

***

Altre liste

6 racconti che non ho avuto tempo di scrivere

7 cose che ho scoperto dopo 10 giorni senza Facebook e Twitter

8 cose che ho iniziato ad apprezzare in vecchiaia

Sei racconti che non ho avuto tempo di scrivere

1. La disegnatrice di muri

In Polonia c’è una piccola società di grafica. Ci lavorano 30 persone in tutto. Accettano per lo più commissioni dai grandi studi di videogame. Una di questi grafici è specializzata nel disegnare le texture dei muri. Però si annoia, allora inserisce messaggi e disegni nascosti nei muri. Per lei è solo un gioco, ma la tiene occupata. Venti anni dopo alcuni ragazzi appassionati di retro gaming ritroveranno quei messaggi e fonderanno una setta di adepti al culto dei segni nei muri.

2. L’ultima partita a cowboy e indiani

L’ultima partita a cowboy e indiani fu giocata nell’estate del 1997 in un campo abbandonato nella periferia di Madrid. A giocarla furono 7 bambini e 3 bambine. Avevano imparato le regole dal nonno di uno di loro. Questo nonno non faceva altro che raccontare di quando tutti i cortili e gli spiazzi della Spagna erano usati per giocare a Cowboy e Indiani. I bambini si fecero allora spiegare le regole e decisero di giocarci. Per l’occasione si applicò il regolamento classico stabilito negli anni ’20 dal comitato di bambini di strada dell’Europa centro meridionale. La partita del 1997 non fu però molto divertente, uno dei bambini cadde e si sbucciò un ginocchio decidendo quindi di abbandonare il campo di gioco, scoppio allora una lunga discussione su chi dovesse uscire per poter riequilibrare le squadre. I bambini decisero di non giocarci mai più e quella fu la fine ufficiale del gioco Cowboy e Indiani.

3. L’uomo che sognava le enciclopedie

C’è questo tizio che si chiama Giovanni, vive da solo. Adesso ha una quarantina d’anni e da più di un decennio quando dorme sogna sempre la stessa cosa. Cambiano i dettagli, l’ambientazione può essere diversa (un letto in riva al mare, la torre di un castello, il banco della sua classe in terza elementare), ma la storia del sogno è sempre la stessa: c’è lui che legge un volume di enciclopedia. Le prime volte era anche andato su internet a controllare se esistevano davvero le enciclopedie che sognava, ma aveva scoperto che quello che leggeva di notte era solo frutto della sua fantasia. Opere quali “L’universale raccolta dello scibile umano – volume terzo”, “Storia della filosofia della gloriosa nazione di Ultronia”, “L’enciclopedia delle arti e delle scienze raccontate da un pastore balbuziente”, “Storia comparata dei numeri primi – volume 8”, “Grammatica e igiene orale – dalla lettera D alla F”.

4. La storia del miglior prosciutto del mondo

Il prosciutto più buono del mondo fu servito in un supermercato di Reggio Calabria. Ne furono prodotte 673 fette, il 15 % di queste fu inserito in panini, il 44% venne mangiato come antipasto, il 32% fu mangiato direttamente dalla vaschetta, il restante 9% venne usato per particolari pratiche sessuali. La perfezione organolettica di quel prosciutto fu causata da diversi fattori: una tara genetica dei genitori dell’animale, un’estate perfettamente mite, il carattere particolarmente espansivo del maiale, l’abitudine da parte dell’allevatore di mescolare i resti del suo pranzo al cibo per le bestie. Tutte le persone che assaggiarono quel prosciutto godettero in seguito di una vita felice ed appagata.

5. Ma davvero vissero felici e contenti?

Il gatto con gli stivali viene castrato, ingrassa di dieci chili e muore per un colpo al cuore.

Pinocchio a sedici anni fonda una rock band, a diciotto passa l’estate a Rimini col suo gruppo suonando nelle balere. A ventuno pubblica il suo primo album da solista. A ventidue anni scopre di essere siero positivo. Muore a soli ventitré anni. Le sue ultime parole, pronunciate sul letto di morte al padre Geppeto, sono state “se fossi stato di legno tutto questo non sarebbe successo”.

La sirenetta scopre che il marito la tradisce, diventa anoressica.

Cenerentola passa la vita ad organizzare feste e balli, ma non riuscirà mai a replicare la magia di quella sera.

6. Il vero Dio

Si scopre che il Pastafarianesimo è l’unica vera religione. Il grande Dio Meat-Ball appare sui cieli del mondo e detta le sue leggi. L’Italia viene bombardata dalle altre nazioni del mondo perché colpevole di aver inventato un cibo blasfemo: gli spaghetti al sugo.