Elvis Presley e Mark Millar

C’è sempre un momento ben preciso, fisso nel tempo e nello spazio, un attimo in cui una serie popolare fa il salto dello squalo. Da quel punto in poi, sia essa una serie televisiva, una saga cinematografica o una collana a fumetti, quella serie è spacciata, va tutto in vacca e nessuno riuscirà mai più a ristabilire gli standard qualitativi raggiunti prima del salto dello squalo. È successo per la saga di Star Wars quando è comparso sullo schermo per la prima volta Jar Jar Binks; è successo a Lost dopo che l’isola è scomparsa nel mezzo di un vortice di computer graphic a basso costo; in The Big Bang Theory tutto è andato perso appena Sheldon si è fidanzato con Amy; Spider-Man è finito con la comparsa di Ben Reilly.

Se siete stati appassionati di queste serie sapete bene di cosa sto parlando. E se, come me, le avete amato alla follia sapete bene quanto siano stati umilianti quei momenti. Il salto dello squalo è la fine peggiore per ciò che si ama.

Questo tipo di analisi sul degrado  di una serie si può applicare anche ad altri contesti. Un esempio è quello che io chiamo “Momento Viva Las Vegas”, in onore di uno dei punti più bassi toccati dalla carriera di Elvis Presley.

Elvis non era ancora The King quando nel 1955 fece un paio di apparizioni televisive che avrebbero rivoluzionato la musica popolare occidentale. Da quel bacino ancheggiante nacque una delle più grandi rivoluzioni del ’900, un movimento che avrebbe cambiato il modo in cui i giovani si mettevano in relazione col resto del mondo. Il Maggio Francese nasce anche grazie a quel ragazzo che ancheggiava in televisione. Continua a leggere

Un brutto scherzo

Il tenente non aveva mai imparato ad usare la tastiera del computer. Era costretto a digitare una lettera alla volta, usando quell’indice lungo e nodoso che spuntava fuori dal pugno chiuso. La preparazione di documenti, denunce e rapporti era resa ancora più lenta dalla scarsa memoria visiva del puntiglioso tenente della Polizia Postale, sede di Benevento, gruppo specializzato nella lotta ai crimini informatici. Quel piccolo difetto al sistema mnemonico lo costringeva ogni volta ad una lunga e fastidiosa ricerca, fastidiosa specialmente per il povero cristo che seduto di fronte al poliziotto non vedeva l’ora di porre fine a quel supplizio. Indice pronto a digitare, dritto verso il cielo, sguardo sulla tastiera, estenuanti secondi di ricerca, trovata!, digitazione, presentat’arm del dito e di nuovo alla caccia della successiva consonante, vocale o segno di interpunzione (questi ultimi tra i più subdoli nel nascondersi sulla tastiera).

Il vecchio professore era seduto di fronte al tenente e osservava da ormai ben trenta minuti quello spettacolo di scrittura al rallentatore. Il pover’uomo era sprofondato in una vecchia sedia dai bordi smangiucchiati dal tempo, su un cuscino nero, striato di gialla plastica espansa che si affacciava da antichi tagli. Tra una schiacciata e l’altra di tasti il professore De Nicolais si intrattenne domandandosi quali sederi, rei di malefatte informatiche, avessero causato quei tagli. E quante di quelle natiche invece fossero semplicemente innocenti, come lui del resto, il professore De Nicolais, originario di San Giorgio la Molara, trasferitosi nella città capoluogo della provincia sannita ormai vent’anni addietro, quando, vincitore di concorso, ottenne la cattedra di educazione fisica presso il locale e prestigioso liceo Classico.

Mai avrebbe pensato il De Nicolais, in tanti anni di onorata carriera da plasmatore di menti e di corpi acerbi, di doversi rivolgere alle istituzioni per dover denunciare un’offesa come quella che aveva ricevuto dai suoi studenti. Continua a leggere

La Justice League che tutti vorremmo

(Questo pezzo è stato inizialmente pubblicato su Il Vaglio nel Marzo 2013)

La settimana scorsa la DC Comics ha annunciato che il prossimo Autunno lancerà una nuova collana intitolata Justice League 3000. Questa nuova serie a fumetti sarà scritta da Jean Marc DeMatteis e Keith Giffen e sarà disegnata da Kevin Maguire. Adesso vi spiego perché, quando ho letto questa notizia, il mio cuore ha sobbalzato.

Tutto inizia nei famigerati anni ’80. In America è stato un decennio di rivoluzioni culturali, Reagan era al potere e lo yuppismo era diventato il credo di una generazione intera. Il cinema stava per reinventare il genere action e la musica rock si era persa tra paillettes e capelloni heavy metal. C’era grande confusione sotto il cielo, ma una cosa era chiara a tutti, quelli erano gli anni del disincanto. Nessuno credeva più che un nuovo mondo fosse possibile, solo qualche figlio dei fiori, sopravvissuto agli anni ’70, poteva ancora pensare di sconfiggere il capitalismo e il consumismo. La fantasia era accettata solo se trattata con tanta ironia, l’immaginazione non era più al potere perché non era permesso perdersi in sogni irrealizzabili, contavano solo le cose concrete, il mondo reale, una buona carriera e la supremazia americana.

In tutto questo il fumetto supereroistico faticava ad adattarsi. I ragazzi degli anni ’80 sghignazzavano all’idea che un tizio con mantello e pigiama potesse essere un modello di eroe. Perfino il cupo e serioso Batman non era ancora riuscito a riprendersi dal terribile serial televisivo degli anni ’70. Gli autori americani stavano cercando le storie giuste per riprendere a divertire questa generazione di giovani disillusi, troppo furbi per potersi divertire con gli eroi dei loro padri.

A metà del decennio la Marvel aveva trovato la sua ricetta grazie ad un gruppo di autori quali Frank Miller e Chris Claremont. Questi avevano trasformato gli eroi della casa delle idee in personaggi cupi e seri, le loro storie si erano riempite di drammi interiori e lunghi monologhi poetici. Una svolta che premiò la Marvel, preparandola al boom che avrebbe avuto nel decennio successivo.

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La casa editrice concorrente, la DC Comics, avrebbe faticato a trovare la sua nuova “voce”; per anni avrebbe provato a rilanciare i vari Superman, Batman, Wonder Woman, ma senza mai riuscire a capire come ricostruire il rapporto con i propri lettori. Solo verso la fine degli anni ’80, grazie alla cosiddetta British Invasion sarebbe riuscita a risollevarsi.

Ma questo avvenne solo molto tempo dopo la nostra storia, torniamo perciò agli anni di DeMatteis, Giffen e Maguire. Siamo nel 1986 e la DC Comics decide di assegnare a questo terzetto di autori il rilancio della Justice League of America, il supergruppo della casa editrice (quello che per la Marvel erano gli Avengers). I tre si trovarono, però, a dover gestire un gruppo a ranghi ridotti, infatti, per motivi editoriali la Justice League di quegli anni non poteva avere nessun calibro grosso, niente Superman, Wonder Woman o Aquaman. L’unico supereroe di un certo peso che fu concesso a DeMatteis, Giffen, Maguire fu Batman. A questo si affiancano personaggi secondari quali Buster Gold, Blue Beetle, Dr. Fate, Martian Manhunter.

Giffen però ebbe un’idea che farà la fortuna di questo gruppo di eroi di serie B. Se il pubblico non credeva più nella magia dei supereroi, tanto valeva riderci su. Nasce così il ciclo di storie detto del “bwa-ha-ha”, chiamato così per ricordare l’onomatopea della risata fracassona.

Keith Giffen era l’autore delle trame, Jean Marc De Matteis scriveva i testi e Kevin Maguire disegnava. Era un terzetto perfetto. Giffen era una fucina d’idee, inventava gag su gag. De Matteis è stato per anni uno tra i più importanti sceneggiatori americani, uomo coltissimo, laureato in psichiatria, i suoi testi non erano mai banali. E infine c’era Kevin Maguire, un disegnatore in grado di far letteralmente recitare i personaggi sulla carta, un artista specializzato nel disegnare le espressioni facciali, un tratto leggero ed elegante che diede nuova vita ai personaggi della DC Comics.

La nuova Justice League continuava a combattere i cattivi, ma lo faceva con stile ed umorismo. I membri del gruppo erano tutti mossi da poco nobili ideali. Sono entrate nel mito le gag di Buster Gold e Blue Beetle che s’inventano mille stratagemmi per arrotondare lo stipendio. Guy Gardner è la peggior Lanterna Verde della terra, un uomo maschilista e ultra-reazionario, ma i suoi battibecchi con Batman sono tra le cose più belle prodotte dal fumetto supereroistico.

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Leggendo le storie della Justice League di questo terzetto magico si ride sempre, ma si ha anche il piacere di leggere storie di avventura raccontate con stile e classe uniche al mondo. Giffen aveva avuto ragione, la loro Justice League ebbe un successo incredibile in quegli anni, fu l’ultimo tentativo riuscito di far divertire i giovani d’America raccontando loro storie di Supereroi. Da lì a qualche anno sarebbero arrivati gli autori inglesi, Frank Miller avrebbe reinventato il mito di Batman, tutto sarebbe diventato ancora più serio e triste, non ci sarebbe più stato spazio per il sogno e il divertimento. 

Per chi vuole approfondire:

Justice League International Vol. 1 di Jean Marc DeMatteis, Keith Giffen, Kevin Maguire
Editore: Lion (23 agosto 2012)
Collana: DC essential
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8866910171
ISBN-13: 978-8866910176

Una caviglia, un pino e una finestra

Quando facevo la prima media, mamma mi chiese se volevo andare a fare una vacanza-studio in Inghilterra. Probabilmente non avevo capito bene di cosa si trattasse, ma risposi comunque di sì, dissi che mi sarebbe piaciuto andare. Perciò quell’estate del 1987 passai tre settimane in un College di Southampton a studiare inglese. Avevo solo 11 anni ed ero il più piccolo della comitiva.

Del viaggio in pullman e poi in aereo conservo ancora ricordi molto forti, immagini nitide, brevi flash di un’esperienza che probabilmente dovette essere molto emozionante. Ad esempio ricordo la professoressa che ci accompagnò durante la vacanza. Non ricordo il suo viso o il suo nome, ma ricordo che aveva due figli adolescenti, un ragazzo e una ragazza, che aveva portato insieme a lei in quella vacanza. Durante il viaggio in pullman da Benevento a Roma io e la professoressa sedevamo vicini, immagino che mamma si fosse premurata di dirle di tenermi sotto controllo e di accompagnarmi sempre. Ad un certo punto la professoressa si mise a parlare con alcune ragazze nel pullman, chiacchieravano di moda e di marche di vestiti. Lei spiegava che non capiva perché tutti noi giovani fossimo tanto ossessionati dai vestiti, e non riusciva a spiegarsi questa moda colorata e pasticciona. Però una cosa apprezzava di noi giovani, una cosa che le avevano insegnato i suoi figli, aveva scoperto che le scarpe si potevano indossare anche senza calzini. Detto ciò, si prese un piede tra le mani e lo portò su, ad altezza delle mie ginocchia. Si tirò su il jeans e mostrò la caviglia nuda. Una brutta e vecchia caviglia, di una persona che avevo appena conosciuto, questo è il primo ricordo che ho di quel viaggio.

Arrivati all’aeroporto di Ciampino i ragazzi del pullman si eccitarono tutti. Eravamo una quarantina, la maggior parte erano liceali, poi c’erano una decina di studenti di seconda o terza media e poi c’ero io. I ragazzi più grandi si conoscevano tra di loro, non era la loro prima vacanza studio ed erano allegri e sguaiati. Arrivati di fronte all’ingresso dell’aeroporto uno di loro si alzò, indicò il cartello con la scritta “Benvenuti a Ciampino” e urlò: “C’hai un pino?”. La cosa fece esplodere il gruppo in una fragorosa risata. Tutti si misero a ripetere la battuta, partirono grosse pacche sulle spalle e cinque battuti alti. Il secondo ricordo che ho di quel viaggio è perciò un pessimo gioco di parole e un gruppo di adolescenti che urlano.

Arrivati in aeroporto il nostro gruppo si unì agli altri che venivano dalle altre parti di Italia. L’agenzia di viaggio aveva prenotato un intero charter per tutti quegli studenti. La professoressa ci spiegò che cos’è un volo charter e poi aggiunse che essendo un volo a basso costo è anche probabile che sia in ritardo. Il nostro volo fece molte ore di ritardo. Non ricordo come io e gli altri passammo quelle ore di attesa in aeroporto. Quello che so è che arrivammo ai check-in che era ora di pranzo e ci imbarcammo che fuori era notte fonda.

Fu durante quelle ore di attesa che mi venne affibbiato il soprannome di “Stellino”. Non ricordo per quale motivo mi stessi lamentando, la professoressa, in un moto di compassione, mi disse che ero “una povera stella”. Lo disse davanti a tutti e qualcuno del gruppo disse che ero uno “Stellino”. Non penso che nessuno di quei ragazzi abbia mai saputo che mi chiamo Antonio, per loro ero e rimasi “Stellino” per tutta la vacanza.

Ricordo l’aereo buio, i ragazzi che dormivano accasciati l’uno sull’altro. A pensarci oggi, sapendo quanto possano essere maleodoranti gli adolescenti, in piena estate e dopo tutte quelle ore di attesa, in quell’aereo doveva esserci un’atmosfera pestilenziale. Io però non me lo ricordo, immagino che allora fossi poco sensibile alle questioni legate all’igiene personale.

Io ero sveglio quando arrivò l’alba. Ricordo perfettamente il finestrino a cui mi attaccai per vedere quello spettacolo. Volavamo sopra un mare di nuvole. Il sole rosso e caldo salì da quel mare morbido di nubi a strati, il buio si trasformò in colore e noi eravamo tutti felici. Presi di corsa la macchina fotografica e scattai una foto a quell’istante che ora, dopo quasi trent’anni, ricordo in ogni dettaglio. La foto chiaramente non venne bene, ero troppo piccolo per capire di ISO e di tempi di esposizione.

Non ho molti ricordi delle successive tre settimane di vacanza. Vivevamo in un college dai mattoni rossi. La mensa era pessima, il nostro cibo restava quasi sempre tutto nei piatti. Uno di noi iniziò ad usare il cibo per fare dei disegni di enormi cazzi nei piatti, a volte usava il purè, altre volte raggruppava i piselli in due grosse montagnole e vi appoggiava una banana in mezzo. Quando riportava alle cameriere il vassoio contenente quelle sue opere d’arte tutti ci mettevamo a ridere e a darci di gomito. Entro la fine della vacanza, alla fine di ogni pasto, tutti i nostri piatti erano pieni di cazzi e disegni osceni.

La mensa e le classi dove la mattina studiavamo erano su uno dei quattro lati del cortile del college. Sul lato di fronte c’erano i dormitori. Il nostro gruppo occupava due piani di una delle house. Al piano di sopra c’erano le ragazze e la professoressa, al piano basso c’eravamo noi maschi. Io ero in camera con un ragazzo che mamma mi aveva presentato la mattina della partenza da Benevento. Mamma mi aveva detto che Giuseppe, se non sbaglio si chiamava così, era il figlio di un loro caro amico e che perciò saremmo andati in camera assieme. Giuseppe era un ragazzo grasso, dalle abitudini eccentriche, ma in fondo gentile e socievole. Ricordo che la notte per addormentarsi si metteva con le spalle appoggiate alla spalliera del letto, accendeva la lampada del comodino, una di quelle con il braccio snodabile, e si puntava la luce direttamente sugli occhi. Restava così, immobile e con la lampadina a pochi centimetri dal volto, per diverso tempo. Io mi addormentavo sempre prima che lui finisse quel rituale. Giuseppe diceva che faceva così perché per addormentarsi aveva bisogno di stancarsi gli occhi.

Una notte, mentre io e Giuseppe dormivamo in camera, fummo svegliati dal rumore della nostra finestra che si rompeva. Ci mettemmo ad urlare per lo spavento, il dormitorio fu gettato nel panico. Scappammo fuori dalla stanza continuando ad urlare e fummo subito circondati dagli altri che si erano svegliati di soprassalto. La professoressa ci coccolò e ci tranquillizzò. Venne chiamata la polizia, dissero che alcuni ragazzi del luogo avevano lanciato una pietra contro la finestra. Le ragazze erano spaventatissime, per tranquillizzarle dissero che una macchina della polizia avrebbe vegliato su di noi per tutta la notte. Io e Giuseppe venimmo separati, non potevamo più dormire in quella stanza. Io venni accolto nella stanza del figlio della professoressa, il maschio alfa del gruppo. Misero una brandina in un angolo della sua stanza e quella diventò anche la mia stanza.

Facemmo un patto tra tutti noi, un sacro giuramento che passò di stanza in stanza e a cui tutti partecipammo con solennità. Giurammo di non dire nulla ai nostri genitori di quello che era successo quella notte. Non volevamo che si preoccupassero e perciò, durante le telefonate che quotidianamente facevamo verso l’Italia, nessuno doveva fare menzione dell’attacco che aveva subito il nostro dormitorio. Solo quando ritornammo in Italia alcune ragazze ci confessarono di aver tradito il patto e di aver già raccontato tutto alle loro madri. Noi maschi invece eravamo stati tutti fedeli al giuramento e nessuno di noi aveva parlato. Stupidi, sciocchi e teneri maschi, noi e il nostro inutile codice morale.

Del viaggio di ritorno ricordo solo il caldo e umido abbraccio dell’aria estiva quando aprirono il portellone dell’aereo. Eravamo tornati a casa, alla nostra estate italiana. Alle nostre mamme e ai nostri papà.

Questo racconto fa parte di una serie. Hai appena letto la trenta puntata.

Prima Puntata

Seconda Puntata

Quarta Puntata (la prossima)

Quinta Puntata

Leggere fumetti aiuta

Martedì 22 Marzo 2016, insieme a tanti amici, abbiamo parlato di fumetti e cose belle. L’evento si intitolava Leggere fumetti aiuta ad essere migliore ed è stato organizzato dall’associazione BN.Comix con il supporto del Liceo Classico Giannone di Benevento.

Durante l’incontro ho citato e consigliato alcune opere. Qui sotto trovate i dettagli delle opere e alcuni appunti che avevo preso in preparazione della serata.

Unflattening di Nick Sousanis, un ricercatore della Columbia University di New York appassionato di fumetto, ha scritto e disegnato la sua tesi di dottorato Unflattening: A Visual-Verbal Inquiry into Learning in Many Dimensions (edita poi su libro dalla Harvard University Press con il semplice titolo Unflattening). Qui un bell’articolo su Fumettologica.

Il titolo viene da Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni (Flatland: A Romance of Many Dimensions) è un romanzo fantastico-fantascientifico del 1884 scritto da Edwin Abbott. Flatlandia esiste in edizione Adelphi e costa 6 Euro.

Sousanis dice che la cultura occidentale dai tempi di Platone ha deciso di privilegiare la comunicazione verbale (e scritta) e di lasciare in secondo piano le immagini, usate spesso come semplice supporto illustrativo o per “entertainment”.

Ma in realtà“… the two are inextricably linked, equal partners in meaning-making”

Come in Flatland siamo completamente immersi in questo modo di pensare e non riusciamo a capire che esistono anche altri dimensioni del nostro pensare, che il nostro modo di interpretare il mondo è frutto di pensieri, parole, sensazioni, percezioni.

Il fumetto è il mezzo che meglio fonde queste due forme di comunicazione; immagini e parole.

L’opera di Sousanis è bella, profondo e interessante. Copre diversi aspetti, ma qui io vorrei citare solo una tavola: Mona Lisa. Una tavola che racconta come funziona la nostra vista e di come la nostra immaginazione ci aiuti a comprendere il mondo.

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Per la definizione di “fumetto” ho fatto riferimento a due testi. Il primo era di Will Eisner. Di questo autore è possibile trovare gran parte della sua produzione a fumetti tradotta in italiano. Alcuni manuali di Eisner sono stati tradotti in passato, ma da quel che ne so oggi si può trovare facilmente solo “L’arte del fumetto. Regole, tecniche e segreti dei grandi disegnatori”. Se vi interessano i libri che raccontano il mondo e le tecniche del fumetto, di Eisner consiglio anche “Chiacchiere di bottega” e la “Conversazione sul fumetto” con Frank Miller

L’altro testo citato per definire il fumetto è “Il sistema fumetto” di Thierry Groensteen.

Ho poi citato Paolo Interdonato, di cui consiglio il blog Spari di Inchiostro.

Infine abbiamo visto una clip tratta da Smoke di Wayne Wang e Paul Auster.

 

Questi sono invece i consigli di lettura. Lascio anche gli appunti che avevo preso.

  • Arkham Asylum di Morrison McKean: la tavola deve essere percepita nel suo insieme, i percorsi vanno cercati, testo e disegno sono fusi e creano un unico significato. Edizione Lion / 14 Euro
  • Trama di Ratigher. In Trama la storia ha una mappa iniziale. Ratigher ha detto che il motivo dei salti è quello di complicare il lavoro di comprensione del lettore. Vuole stimolare il lettore. C’è anche una pagina che va oltre la storia. Edizioni Saldapress / 10 Euro. Di Ratigher consiglio anche il volume “Le ragazine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra.” che si può scaricare gratuitamente da qui.
  • Love and Rockets di Jamie e Beto Hernandez- giusto due tavole. Panini Comics / 15 Euro a volume
  • Poor Sailor di Sammy Harkham, australiano, famoso per le sue riviste come ad esempio Kramer Ergot. Questa storia è un suo piccolo capolavoro. I sentimenti sono raccontati dal silenzio. Pensate a quanto sia toccante questa storia raccontata con segni così semplici. Massima sintesi. L’opposto di McKean, una ricerca dell’essenziale. Edizioni Coconino – Golem Stories / 16 Euro – Edizioni What Things do – Cricket / 8$
  • Fort Thunder a Providence (Rhode Island) è stato dal 1995 al 2001 una factory / una comune / un centro culturale. Fondata da Brian Chippendale e Mat Brinkman. Sarebbe lungo e complesso parlarne, però volevo citare due artisti… C.F. e Brian Chippendale. Puke Force di Chippendale Edizioni Drawn & Quarterly / 20 Euro (amazon) / Oggi Mat Brinkman pubblica per Hollow Press di Michele Nitro UDWFG 18 Euro. Per acquistare il materiale della Hollow Press andate sul sito.
  •  Great War di Joe Sacco. Una lunga striscia di carta che si legge. La grande guerra. 1 luglio 1916: il primo giorno della battaglia della Somme. Un’opera panoramica – Edizioni Lizard – 21 Euro.
  •  Building Stories  di Chris Ware. Bao Publishing ha annunciato una edizione italiana di Building Stories / Coconino Press ha annunciato una nuova edizione di “Jimmy Corrigan il ragazzo più in gamba sulla terra”  – la versione originale di Building Stories costa 40 Euro
  • Here di Richard McGuire- in Italia è tradotto da Rizzoli Lizard con il titolo di Qui 21 Euro

Per chi vuole approfondire:

Unflattening di Nick Sousanis
Editore: Harvard Univ Pr (28 aprile 2015)
Lingua: Inglese
ISBN-10: 0674744438
ISBN-13: 978-0674744431

Duke 2000

(questo pezzo è stato pubblicato sul Vaglio.it nel Marzo del 2013)

I risultati delle ultime elezioni italiane, con la vittoria così schiacciante di un comico, hanno generato in giro per il mondo reazioni di sorpresa e curiosità. Eppure non è certo la prima volta che un uomo di spettacolo entra in politica e riesce a raggiungere anche ottimi risultati. Si pensi, ad esempio, all’America di Reagan, prima attore brillante e poi presidente della Repubblica o a Schwarzenegger, culturista, attore e poi governatore della California. Oppure ci sono gli esempi in Brasile con Tiririca, prima clown professionista e poi deputato e in Israele con l’ottimo risultato alle ultime elezioni di Lapid, prima giornalista e poi leader di partito.

Però, la storia più strana legata a candidati bizzarri alle elezioni è quella che vide in America correre per la poltrona presidenziale un personaggio nato sulle strisce di un fumetto. Questa è la storia della campagna Duke2000 e del candidato alle presidenziali americane l’Ambasciatore Duke.

L’inventore di questa assurda e divertentissima storia si chiama Garry Trudeau ed è uno degli autori di fumetti più letti in USA. Nel 1968 Trudeau a soli 20 anni iniziò la sua carriera di fumettista pubblicando sul giornale dell’università di Yale le prime strisce con protagonista Michael Doonesbury. Le storie di Trudeau di quel periodo raccontavano la vita del campus e le disavventure di Doonesbury, studente allampanato e imbranato, alle prese con gli anni della rivoluzione, della droga e delle libertà sessuale. Dopo due anni Trudeau riuscì a far pubblicare la striscia di Doonesbury sui quotidiani nazionali, il successo fu folgorante tanto da fargli vincere il premio Pulitzer 1975.

Trudeau ha allora solo 27 anni, i suoi fumetti vengono letti ogni mattina da milioni di Americani, ed è il primo autore di fumetti a vincere il premio Pulitzer. Il presidente Ford dirà “sono tre le maggiori fonti di informazione che ci tengono aggiornati su cosa accade a Washington: i mass-media elettronici, i giornali e Doonesbury – non necessariamente in quest’ordine”.

Doonesbury è un fumetto che racconta l’America e le sue contraddizioni, lo fa con ironia e sarcasmo tagliente, prendendosi gioco di tutti, dai politici di Washington alle grandi multinazionali del tabacco. La storia, come detto, parte nel campus di un Università, l’immaginaria Walden, quando si incontrano il liberal Doonesbury e il suo compagno di stanza B.D., repubblicano e quarterback della squadra di football locale.

Da allora alla saga disegnata da Trudeau si sono aggiunti centinaia di altri personaggi, i parenti e gli amici dei due e tutti i compagni della comune dove Doonesbury ha vissuto durante gli anni ‘70. Nel cast spicca in particolare Zonker, nullafacente e studente a vita. Nel corso degli anni diventerà prima campione mondiale di abbronzatura, poi baronetto d’Inghilterra ed infine tata ufficiale della figlia di B.D.

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Doonesbury dopo essere stato un hippie rivoluzionario negli anni ‘70, negli anni ‘80 si risveglia da un sogno (letteralmente) come dipendente di una società pubblicitaria. Sul finire degli anni ‘90 fonda una software house che fallirà dopo l’esplosione della bolla speculativa del 2001.

B.D. partecipa alla guerra del Vietman e parte poi volontario per la prima e per la seconda guerra nel Golfo. Proprio questa sua ultima disavventura è al centro di “La lunga strada verco casa” uno dei più bei cicli disegnati da Trudeau, la storia in cui B.D. perde una gamba durante una missione in Iraq. Trudeau racconta la sofferenza di un uomo ferito e mutilato che, una volta rispedito a casa, attraversa duri anni di depressione prima di poter finalmente accettare il dramma che ha vissuto.

E infine c’è Zio Duke, l’eroe della storia che vogliamo raccontarvi. Un personaggio che Trudeau inventò per prendere in giro Hunter Stockton Thompson, giornalista di Rolling Stone e autore di “Paura e disgusto a Las Vegas”. Zio Duke nel corso degli anni è stato: ambasciatore americano in Cina, manager dei Washington Redskins, lobbysta per la NRA (la lobby delle armi), mediatore in Iran, trafficante di droga, zombie, proprietario di un industria di profilattici, massimo proconsole di Panama ed infine nel 2000 si è candidato alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America.

Molti ricordano la campagna del 2000, quella che vide contrapporsi Al Gore e George W. Bush, come una tra le più noiose ed insulse della storia americana. L’America veniva da otto anni di amministrazione Clinton, un presidente che era stato amatissimo, ma che negli ultimi anni aveva dovuto affrontare scandali sempre più imbarazzanti. Il suo vice e candidato per il Partito Democratico, Al Gore, era un uomo che non riusciva ad emozionare gli americani. Il candidato dei Repubblicani era il governatore del Texas George W. Bush, un uomo ignorante con pochissimo carisma.

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Trudeau ebbe allora un colpo di genio, la trovata goliardica per ridicolizzare tutto il sistema politico americano: candidare un personaggio dei fumetti. Ma al contrario dei politici in carne ed ossa, il suo Duke sarebbe stato sincero, non sarebbe stato moderato, avrebbe detto ciò che tutti i politici di Washington pensavano. Ad esempio le proposte di Duke in politica estera avevano l’unico obiettivo di invadere tutti i paesi da cui l’America avesse potuto rubare il petrolio. Per la scuola, invece, l’ex ambasciatore proponeva di licenziare tutti i professori e di creare un canale televisivo via cavo dove trasmettere le lezioni.

Duke si comportava come un vero e proprio candidato, aveva un suo sito internet con tutte le sue proposte elettorali, aveva una lista di possibili candidati per il governo (come ad esempio Martha Stewart come Secretary of Housing), partecipava ai talk show. Fu perfino creato un modello digitale del personaggio che permise all’Ambasciatore Duke di partecipare al Today Show o di essere intervistato da Larry King.

Purtroppo sappiamo tutti come andarono a finire quelle elezioni. I candidati  delusero a tal punto gli americani, che questi non seppero chi scegliere e i due praticamente pareggiarono, costringendo gli USA ad un lungo e triste riconteggio delle schede.

Duke purtroppo non poté mai partecipare ufficialmente a quelle elezioni perché pare che, per una qualche strana legge elettorale, ai personaggi di fantasia non sia permesso candidarsi a libere elezioni.

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p.s. In Italia Doonesbury è stato pubblicato sulle pagine di Linus. Il suo traduttore ufficiale è stato per molto tempo Enzo G. Baldoni. Quando Baldoni fu ucciso in Iraq, Garry Trudeau gli dedicò una striscia con tutti i suoi personaggi più famosi. La striscia venne poi pubblicata sulla copertina di un numero speciale di Linus dedicato alla memoria di Baldoni “un uomo di pace”.

Per chi vuole approfondire:

Doonesbury. La lunga strada verso casa di Garry Trudeau
Editore: Arcana (23 marzo 2006)
Collana: Controculture
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8879664115
ISBN-13: 978-8879664110

Dialoghi del 2015

Mi capita spesso di sentire la gente dire cose buffe. Di solito scrivo le frasi più divertenti su Facebook o su Twitter. Questa è quello che è ho scritto nel 2015.

Brani tratti da I Dialoghi dell’Ufficio

“… è un sistema osmotico che lavora in modo sinergico”

“… ma prima di farci gli auguri di Natale vorrei ricordarvi qual è la nostra strategia aziendale: per guadagnare quote di mercato dobbiamo semplicemente essere migliori dei nostri competitor in tutto quello che facciamo. Tutto qui.”

“… scusate, ma skippo perché ho delle problematiche short term”

“… e alla fine abbiamo riuorcato tutto”

“… quello lo scifta di sedici e poi somma erre sei”

Brani tratti da I Dialoghi degli Startupper

“… e grazie a questo percorso di incubazione siamo arrivati alla fase di Landing Page”

“… ma la tua idea è scalabile?”

“… siamo una spin-off di una startup”

“… e capirai, ormai un premio sull’innovazione lo fanno pure quelli brdel dopolavoro ferroviario”

Brani tratti da Il Senato della Repubblica Italiana 

“… il cittadino da cui promana la democrazia”

“…. e così avremo fatto ciò che ci siamo assunti”

“… ad un anno di distanza dall’anno scorso”

 

Charlie Hebdo un anno fa

Nel gennaio del 2015 la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo fu assaltata da due uomini armati di kalashnikov. Tra due giorni sarà il primo anniversario di quella strage e immagino che molti saranno gli editoriali e i post che analizzeranno quegli eventi, che cercheranno di capire come sia potuto succedere e come poter evitare che cose del genere accadano di nuovo.

Io ho preferito andarmi a rivedere i molti articoli che avevo condiviso sulla mia bacheca di Facebook in quell’inizio 2015, le reazioni a caldo, le analisi, i commenti che più mi colpirono in quel periodo.

Se volete onorare tutte le vittime del terrore, tutte, nessuna esclusa, il mio consiglio è quello di cliccare, leggere, continuare a cliccare, approfondire, cercare di capire, farsi delle domande, cercare le risposte. Non è facile, è faticoso, è lungo e a volte perfino noioso, ma è il modo migliore per ricordare e celebrare questo triste anniversario.

Molte persone sono morte per difendere il vostro diritto di pensare e parlare liberamente, fate in modo che ne sia valsa la pena.

La strage di Charlie Hebdo, per punti

Cominciamo con la ricostruzione che Il Post fece il giorno dopo.

L’assalto è durato circa cinque minuti: secondo i testimoni gli assalitori apparivano molto calmi, addestrati e preparati per eseguire un’operazione mirata contro la redazione del giornale.

IO SONO “CHARLIE”

Paolo Interdonato è un critico di fumetti. In questo pezzo racconta brevemente come nacque Charlie Hebdo e perché “io sono Charlie”.

Per fare un esempio, il 9 novembre 1970 muore Charles de Gaulle. Se lo porta via un aneurisma. “Hara-kiri” titola: “Ballo tragico a Colombay [la residenza del generale]: un morto!”. Fa riferimento a una tragedia vera: un incendio in una balera in cui sono morte 146 persone. È uno scandalo. Il giornale viene sequestrato e la testata sospesa. La settimana dopo, la medesima redazione si ripresenta in edicola, senza fare neanche un plissé, con un’altra testata: “Charlie hebdo”.

Why defend freedom of icky speech?

In quei giorni girò molto un estratto da un pezzo di Neil Gaiman, scrittore e fumettista inglese, sul perché si debba sempre difendere il diritto di parola, anche quando si tratta di contenuti “deplorevoli”.

If you accept — and I do — that freedom of speech is important, then you are going to have to defend the indefensible. That means you are going to be defending the right of people to read, or to write, or to say, what you don’t say or like or want said.

On Charlie Hebdo: A letter to my British friendsam

La stampa anglosassone ha difficoltà a capire e comprendere la satira di Charlie Hebdo, molti sono i pezzi che ne criticarono gli attacchi contro le religioni. Un giornalista francese cercò di spiegare cos’è la satira in Francia.

Laïcité does not deny anybody the right to express their religious beliefs, but it aims to found society on a political contract that transcends religious beliefs which, as a result, become mere private affairs

Un fumetto di Joe Sacco sui limiti della Satira, in risposta all’attentato a Charlie Hebdo

Su Fumettologica venne pubblicato un intervento di Joe Sacco in cui l’autore americano cercava di spiegare la sua opinione sui limiti che la satira dovrebbe avere. Manuele Fior, fumettista italiano e cittadino parigino, disse la sua nei commenti al pezzo.

Mi permetto di commentare a caldo questa pagina di Sacco, autore che ammiro molto. Qui da Parigi non riesco ad avere il distacco olimpionico della sua prosa, anzi scrivo portato dall’emozione di un attacco che ha colpito i miei colleghi e sfiorato i miei amici.

this is not a post about free speech

Anche Gary Trudeau si schierò contro la satira di Charlie Hebdo. Lo scrittore Kenan Malik rispose alle accuse di Trudeau con questo bel pezzo.

The charge of ‘hate speech’ has constantly been used as a way of silencing artists whose work challenges what some regard as unviolable ideas or beliefs.

Bill Hicks on Freedom of Speech

Bill Hicks fu un altro autore che venne chiamato in causa. In questa lettera il comico americano rispondeva ad un prete che lo accusava di blasfemia. La lettera è del 1993, ma alcuni estratti sono perfetti per commentare alcune reazioni agli eventi di Parigi del gennaio 2015 (Ciccio, ce l’ho con te).

In support of your position of outrage, you posit the hypothetical scenario regarding the possibly ‘angry’ reaction of Muslims to material they might find similarly offensive. Here is my question to you: Are you tacitly condoning the violent terrorism of a handful of thugs to whom the idea of ‘freedom of speech’ and tolerance is perhaps as foreign as Christ’s message itself? If you are somehow implying that their intolerance to contrary beliefs is justifiable, admirable, or perhaps even preferable to one of acceptance and forgiveness, then I wonder what your true beliefs really are.

Mamme

Papa Francesco disse la sua sugli attentati di Parigi e parlò di mamme e cazzotti. Non fu un approccio molto cristiano e questo pezzo di Luigi Castaldi mi sembra la risposta migliore che si possa dare.

Oh, sia chiaro, metto in conto che tu mi possa tirare il cazzotto che minacciavi oggi a chiunque ti sfiori mamma, ma tu metti in conto il fatto che io mi possa difendere e romperti il culo.

Charlie Hebdo: Alan Moore calls on major religions to clean up their act

Alan Moore, uno dei più grandi fumettisti del secolo scorso, disse la sua e lo fece con chiarezza.

It is probably time for something to be done with regard to monotheistic religion cleaning up its act. It is not about Islam, Jews or Christians. If you come from the position that there is only one God and He’s yours then only one thing can happen when you meet someone who thinks differently.

Salman Rushdie: ‘I Stand With Charlie Hebdo, as We All Must’

Anche Salman Rushdie fu abbastanza chiaro.

‘Respect for religion’ has become a code phrase meaning ‘fear of religion.’ Religions, like all other ideas, deserve criticism, satire, and, yes, our fearless disrespect.

Imperfect Tenderness

The Comics Journal è probabilmente la rivista di fumetti più autorevole in lingua inglese. Qui c’è un gran bel pezzo in cui Tim Hodler elencò molti pezzi per approfondire e capire meglio cosa successe a Charlie Hebdo.

Satire presents some of the thorniest political issues it is possible for an artist to depict or confront, which is both its attraction and its danger. It is almost impossible to evaluate satire outside of the very specific context of the events or figures it is targeting, especially by those who share neither the language nor the cultural background of the artists. And so for those who lack that language and/or background, it may be helpful to try to get a fix on what the CH artists were attempting to do, and how they were attempting to do it, before one ultimately decides to celebrate or condemn their work.

 

Betsie e Tommy

Tu sei Bette Midler, è il 26 Maggio del 1979 e hai 33 anni. Sei a New York sul palco del Saturday Night Live, quella settimana sei tu l’ospite musicale dello show. Sei lì per presentare il tuo nuovo disco “Thighs and Whispers”. La scaletta della serata prevede che tu faccia due pezzi, il primo l’hai già cantato, era “Married Men” una canzone tratta dal disco che stai promuovendo.

Adesso sei di nuovo sul palco per cantare il secondo brano. Ti annunciano, tu saluti e poi dici: “La prossima è una canzone che ha scritto il mio amico Tom Waits“.

A dir la verità Tom è ben più di un amico. La vostra storia d’amore è nota, forse non a molti, ma tu sei una delle cantanti più amate dal pubblico americano e lui è uno dei cantautori più promettenti della sua generazione perciò quello che c’è tra di voi non passa proprio inosservato. La vostra è una storia complessa, fatta di alti e bassi, ma qualcosa di speciale vi lega.

Lui ha pubblicato il suo primo lavoro in studio “Closing time” nel 1973 e in quel disco c’era questa canzone che si intitola “Martha”.

Tu sei al Saturday Night Live nel 1979, in diretta di fronte a milioni di americani, il pianoforte attacca a suonare “Martha” e tu canti la tua versione di quella canzone. Nella tua canzone però non c’è nessuna Martha, ci sono solo Betsie e Tommy.

Questa è la storia che quella canzone racconta.

Betsie Frost è al telefono, parla con la centralinista e le chiede di trovare il numero di un certo Tom che adesso vive in un’altra città. Le tremano le mani e gioca nervosamente col filo della cornetta. Il centralino compone il numero e il telefono dall’altro capo inizia a squillare.

Betsie è preoccupata, sta pensando che sono passati troppi anni ormai e che Tommy non la riconoscerà mai. Si sente un groppo in gola e cerca di farsi forza, sente le lacrime salirle in viso, ma aspetta che dall’altra parte alzino la cornetta.

Risponde un uomo, è lui, è invecchiato molto in tutti questi anni, ma lei riconosce lo stesso la sua voce. Betsie prende fiato e inizia a parlare:

“Ciao Tommy, sono io Betsie Frost, ti ricordi di me? Sono passati quasi vent’anni, ma non puoi esserti dimenticato di me. Stavo pensando che sarebbe bello uscire assieme uno di questi giorni per prenderci un caffè in ricordo dei bei tempi.”

Betsie ricorda benissimo quei giorni fatti di rose, di poesie e di prosa. Quando non c’erano che lei e Tommy.

“Mi sento così vecchia in questo periodo” – Betsie continua a parlare, senza pause, forse anche per tenere a bada le emozioni – “Certo, anche tu oggi sarai più vecchio. E come sta tua moglie e i tuoi figli? Sai anch’io alla fine mi sono sposata. Sono stata fortunata, ho trovato un uomo che mi ha aiutata a farmi sentire al sicuro, non come quando…”.

La voce di Betsie si incrina, una breve pausa, impercettibile, poi riprende: “Eravamo così giovani e pazzi. Adesso però siamo diventati maturi e poi io ero così impulsiva, beh… forse lo sono ancora. Immagino che non fossimo fatti per stare insieme, tutto qui.”

“E ti ricordi, Tommy, ti ricordi quei giorni, quei giorni con le rose, con le poesie? Ti ricordi cosa mi dicevi sempre? Mi dicevi di mettere da parte le sofferenze, di metterle via per un giorno di pioggia. Tommy ti ricordi?”

“Tommy, Tommy, Tommy” – quanto le era mancato quel nome, solo ora se ne rende conto, quanto le piaceva parlare con lui, sentirlo vicino – “Tommy, ma davvero non capisci? Tommy, io ti amo.”

Adesso il telefono è muto. Betsie piange piano, una lacrima alla volta. Tommy non parla, però è ancora lì, lei lo sente.

Betsie adesso è un po’ meno triste e riprende a parlare.

“E ti ricordi quei pomeriggi tranquilli che passavamo abbracciati l’uno all’altra e io tremavo un po’.”

Qualche mese dopo, durante un’intervista alla rivista Rolling Stone, ti chiederanno come mai durante l’esibizione al Saturday Night Live, dopo aver cantato quel verso che fa:

I was always so impulsive, guess that I still am,
I guess that our bein’ together was never meant to be­…

ti sia scesa una lacrima lungo il viso, col mascara che arrivava sulla guancia. Tu risponderai che era da poco morta tua madre e che stavi pensando a lei. Io però non ti credo Betsie.

2015 Comics Suggestions and Prejudices

Lista dei fumetti che quest’anno mi sento di suggerire. Sono i fumetti che ho letto nel 2015 e che più mi sono piaciuti. Sotto metto anche una lista di fumetti che non ho letto, ma di cui ho letto recensioni tanto convincenti da farmeli piacere a prescindere.

Doctors di Dash Shaw: dall’autore di Bottomless Belly Button una storia che cambia strada due o tre volte, rinascendo e rigenerandosi ad ogni svolta.

Here di Richard McGuire: libro meraviglioso. unico, emozionante. Ogni pagina si apre sempre sullo stesso punto di vista, si muove solo il tempo, unico vero protagonista.

It Never Happened Again: Two Stories di Sam Alden: sono storie che Alden aveva già pubblicato sul suo tumblr. Qui vengono riadattate per il formato cartaceo. La corsa di notte verso la spiaggia hawaiana è uno dei momenti più emozionante del mio 2015 a fumetti.

Avventure sull’isola deserta di Maciej Sieńczyk: storie che si aprono su altre storie che attirano personaggi che raccontano pezzi di vita. Una lettura ipnotica.

Miracleman Volume Edizione Deluxe 1 Sogno Di Un Volo: primo volume della ristampa delle storie di Miracleman scritte da Alan Moore.

Stray Bullets 6: Killers di David Lapham: primo ciclo delle nuove storie di Stray Bullets. Prima di comprare questo volume avevo letto una recensione in cui si diceva che il finale, come da tradizione della serie, non era dei più allegri per i personaggi. Dopo aver letto le prime storie del volume non ho avuto il coraggio di finirlo, voglio troppo bene ai protagonisti e non ho il coraggio di vedere come va a finire.

Lose 6 di Michael DeForge. DeForge è un vulcano di idee. Pubblica una quantità immensa di materiale ogni anno. Questo, ad esempio, è il sesto volume della sua serie Lose. Sono storie originali raccontate con grande tecnica narrativa.

Arsene Schrauwen di Olivier Schrauwen: una biografia del nonno dell’autore, ma che non è una vera biografia, ma che in realtà affronta temi reali, ma che forse nasconde qualcosa di vero, ma che è tutto inventato.

Questi invece sono i fumetti che non ho letto, ma che secondo me sono belli:

(Mi ero sempre riproposto di non pubblicare recensioni su questo blog, un po’ perché ormai tutti fanno recensioni, un po’ perché questo doveva essere un posto dove scrivere e non dove recensire – sono due forme ben diverse di culto del proprio ego. Però mi sono anche un po’ stancato di lasciare queste cose su Facebook, poi restano chiuse là e non le trovo più.)