Il brutto film di V for Vendetta

Ieri sera mi sono rivisto il brutto film del 2006 tratto dal meraviglioso fumetto di V for Vendetta di Alan Moore e David Lloyd. Avrei voluto evitare lo strazio di rivederlo, ma venerdì 4 novembre a Benevento facciamo una presentazione con l’associazione BN.Comix su V for Vendetta e quindi mi toccava.

Mentre vedevo il film ho scritto un po’ di appunti su Twitter. Quella che segue è la fredda cronaca di quei terribili 133 minuti.

Il prologo è già abbastanza deprimente. Continua a leggere

Un fumetto di Jim Henson

Ogni anno a San Diego, in California, si celebra il principale festival del fumetto d’America al termine del quale vengono assegnati quelli che possono essere considerati gli Oscar internazionali del fumetto, gli Eisner Award.

Nel 2012 c’è stata un’opera che ha vinto ben tre premi, un fumetto disegnato e prodotto quell’anno ma basato su una sceneggiatura scritta negli anni ’60 per essere trasformata in film. Un’opera che allora non uscì perché colui che doveva occuparsi di farne un film venne distratto da pupazzi e marionette.

Oggi vi racconto la storia di questo fumetto, di come Jim Henson fu candidato ai premi Oscar per un cortometraggio senza senso, di come divenne famoso grazie ad una rana e vinse tre Eisner Award 12 anni dopo la sua morte.

Jim Henson, nato nello stato del Mississipi nel 1936, era un genio dai mille talenti, un appassionato di arti grafiche che aveva iniziato a lavorare presso una televisione locale già durante gli anni delle scuole superiori. In questo periodo venne a contatto col mondo dell’animazione e con i burattini usati durante i video pubblicitari. Dopo il diploma si iscrisse ad un corso di Home Economics, un corso di laurea nato in America nell’Ottocento per istruire le giovani figlie della ricca borghesia ed introdurle alla complessa arte della gestione domestica, un percorso di studi non proprio da artista, ma che ad Henson serve per affinare le sue capacità manuali e gli permetterà di creare pupazzi e burattini che faranno la storia.

Passa i successivi venti anni a lavorare per lo più per la pubblicità. Le sue animazioni diventano famose e ricercate. Dai canali locali passa ai grandi network americani, diventa un volto noto invitato a partecipare a talk show e a speciali televisivi. La PBS (il network pubblico americano) lo chiama a supervisionare un progetto per la creazione di uno show educativo per bambini; nasce così Sesame Street, un successo di pubblico e critica che resiste ancora oggi con personaggi celeberrimi tra i bambini in età prescolare come il rosso pupazzo Elmo o il giallo Big Bird (proprio nel 2012 Big Bird venne citato da Romney nel primo dibattito presidenziale contro Obama).

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“I like PBS. I love Big Bird. I actually like you, too. But I’m not gonna keep on spending money on things to borrow money from China to pay for it.”

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Harvey Pekar e il fumetto americano

(questo pezzo è stato inizialmente pubblicato nel 2012 sul Vaglio.it)

Da qualche giorno sta facendo discutere in rete un intervento di Andrea Queirolo dal titolo “Romanzo e autobiografia, ovvero il graphic novel” pubblicato sul blog ‘Conversazione sul Fumetto’ .

La tesi che Queirolo presenta è che la produzione di fumetti d’autore in Italia si è negli anni focalizzata per lo più su storie autobiografiche, tanto da arrivare a una strana sovrapposizione tra il concetto di graphic novel e autobiografia; è come se, per poter chiamare un’opera a fumetto “graphic novel”, questa debba sempre essere in qualche modo legata alla biografia del suo autore.

Nel blog vengono citati diversi esempi di pessime (a parere del blogger) autobiografie spacciate negli anni come capolavori del genere. Viene citato anche un noto autore spagnolo e molto attivo in Italia, Miguel Angel Martin che in un’intervista dichiarava al riguardo: “Molti graphic novel sono ‘autobiografici’. Alcuni dei miei autori preferiti sono anche loro autobiografici come, ad esempio, William Burroughs, Bukowski, Hunter Thompson, Henry Miller o Céline… Non posso sopportare i fumetti dei piccoli borghesi con problemi e vite di merda che sono così piagnucoloni, con la posa triste e ridicola o la posa di “tutto il mondo è tonto, tranne me che sono così speciale”, puagh! Per me sono solo sottoprodotti della cultura del narcisismo, caratterizzata dalla popolarità dell’autobiografismo, nostalgia del passato, paura del futuro, autostima bassa, sentimentalismo pacchiano. Tempi molto mediocri”.

Tutto questo discutere di autobiografia mi ha spinto a prendere in mano un’opera che avevo acquistato qualche mese fa, ma che era rimasta sempre in fondo alla mia lista delle cose da leggere: The Quitman di Harvey Pekar

Partiamo dallo spiegare perché ho comprato un fumetto che poi non ho letto per mesi. L’ho comprato sulla fiducia, quando trovai sul web un video di Alan Moore che partecipava una raccolta fondi per costruire un monumento a Pekar. Dovete sapere che Alan Moore è il mio mito personale. Ho tanti amici che sono cresciuti nel mito di Maradona, i più tecnologici hanno creato il culto di Steve Jobs, io invece sono un fervente accolito della misteriosa setta del Mago (autodichiaratosi tale) Alan Moore. Per chi non fosse membro della setta dirò soltanto che Moore è l’autore di V for Vendetta e Watchmen, fumetti celeberrimi da cui sono anche stati tratti due brutti film.

Moore in questo video spiegava che Pekar era stato un suo ispiratore e che, a suo avviso, era il capostipite del fumetto d’autore americano. Tutti dovevamo qualcosa ad Harvey Pekar ed era per questo motivo che l’autore di Watchmen stava lavorando con la vedova Pekar per raccogliere i fondi necessari alla costruzione di un memoriale a lui intitolato.

Dopo aver visto il video, ho subito donato la mia parte come ordinato da Moore e poi sono andato su wikipedia a raccogliere un po’ di informazioni su questo autore tanto importante, ma che, prima di allora, non avevo mai sentito nominare. Continua a leggere

Warren Ellis e la nuova estetica

(questo pezzo è stato pubblicato nel 2012 sul sito dell’associazione BN.Comix)

Warren Ellis è uno scrittore inglese e negli ultimo vent’anni è stato tra i principali autori del rinnovamento del genere supereroistico.

Tra le sue opere vale la pena ricordare: Doom 2099, Transmetropolitan, Planetary, Authority. Nel 2010 da una sua storia è stato tratto il film Red con Bruce Willis.

Ellis è molto attivo in rete, gestisce un forum e un sito molto interessante ed ha un account twitter davvero “particolare”:

La settimana scorsa Ellis ha rilasciato un intervista a The Verge in cui, tra le altre cose, parla di quanto sia difficile oggi scrivere storie ambientate nel futuro.

Futurism’s gotten harder to write, because the future arrives so quickly — even a few years ago, I was having to rewrite comics on the fly because the future had caught up to their speculation before the damn book had been drawn.

[Il furuismo è diventato difficile da scrivere, perché il futuro arriva troppo velocemente –  qualche anno fa, sono stato costretto a riscrivere dei fumetti a volo perché il futuro aveva raggiunto le congetture su cui mi ero basato prima ancora che il dannato albo fosse stato disegnato.]

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Elvis Presley e Mark Millar

C’è sempre un momento ben preciso, fisso nel tempo e nello spazio, un attimo in cui una serie popolare fa il salto dello squalo. Da quel punto in poi, sia essa una serie televisiva, una saga cinematografica o una collana a fumetti, quella serie è spacciata, va tutto in vacca e nessuno riuscirà mai più a ristabilire gli standard qualitativi raggiunti prima del salto dello squalo. È successo per la saga di Star Wars quando è comparso sullo schermo per la prima volta Jar Jar Binks; è successo a Lost dopo che l’isola è scomparsa nel mezzo di un vortice di computer graphic a basso costo; in The Big Bang Theory tutto è andato perso appena Sheldon si è fidanzato con Amy; Spider-Man è finito con la comparsa di Ben Reilly.

Se siete stati appassionati di queste serie sapete bene di cosa sto parlando. E se, come me, le avete amato alla follia sapete bene quanto siano stati umilianti quei momenti. Il salto dello squalo è la fine peggiore per ciò che si ama.

Questo tipo di analisi sul degrado  di una serie si può applicare anche ad altri contesti. Un esempio è quello che io chiamo “Momento Viva Las Vegas”, in onore di uno dei punti più bassi toccati dalla carriera di Elvis Presley.

Elvis non era ancora The King quando nel 1955 fece un paio di apparizioni televisive che avrebbero rivoluzionato la musica popolare occidentale. Da quel bacino ancheggiante nacque una delle più grandi rivoluzioni del ’900, un movimento che avrebbe cambiato il modo in cui i giovani si mettevano in relazione col resto del mondo. Il Maggio Francese nasce anche grazie a quel ragazzo che ancheggiava in televisione. Continua a leggere

La Justice League che tutti vorremmo

(Questo pezzo è stato inizialmente pubblicato su Il Vaglio nel Marzo 2013)

La settimana scorsa la DC Comics ha annunciato che il prossimo Autunno lancerà una nuova collana intitolata Justice League 3000. Questa nuova serie a fumetti sarà scritta da Jean Marc DeMatteis e Keith Giffen e sarà disegnata da Kevin Maguire. Adesso vi spiego perché, quando ho letto questa notizia, il mio cuore ha sobbalzato.

Tutto inizia nei famigerati anni ’80. In America è stato un decennio di rivoluzioni culturali, Reagan era al potere e lo yuppismo era diventato il credo di una generazione intera. Il cinema stava per reinventare il genere action e la musica rock si era persa tra paillettes e capelloni heavy metal. C’era grande confusione sotto il cielo, ma una cosa era chiara a tutti, quelli erano gli anni del disincanto. Nessuno credeva più che un nuovo mondo fosse possibile, solo qualche figlio dei fiori, sopravvissuto agli anni ’70, poteva ancora pensare di sconfiggere il capitalismo e il consumismo. La fantasia era accettata solo se trattata con tanta ironia, l’immaginazione non era più al potere perché non era permesso perdersi in sogni irrealizzabili, contavano solo le cose concrete, il mondo reale, una buona carriera e la supremazia americana.

In tutto questo il fumetto supereroistico faticava ad adattarsi. I ragazzi degli anni ’80 sghignazzavano all’idea che un tizio con mantello e pigiama potesse essere un modello di eroe. Perfino il cupo e serioso Batman non era ancora riuscito a riprendersi dal terribile serial televisivo degli anni ’70. Gli autori americani stavano cercando le storie giuste per riprendere a divertire questa generazione di giovani disillusi, troppo furbi per potersi divertire con gli eroi dei loro padri.

A metà del decennio la Marvel aveva trovato la sua ricetta grazie ad un gruppo di autori quali Frank Miller e Chris Claremont. Questi avevano trasformato gli eroi della casa delle idee in personaggi cupi e seri, le loro storie si erano riempite di drammi interiori e lunghi monologhi poetici. Una svolta che premiò la Marvel, preparandola al boom che avrebbe avuto nel decennio successivo.

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La casa editrice concorrente, la DC Comics, avrebbe faticato a trovare la sua nuova “voce”; per anni avrebbe provato a rilanciare i vari Superman, Batman, Wonder Woman, ma senza mai riuscire a capire come ricostruire il rapporto con i propri lettori. Solo verso la fine degli anni ’80, grazie alla cosiddetta British Invasion sarebbe riuscita a risollevarsi.

Ma questo avvenne solo molto tempo dopo la nostra storia, torniamo perciò agli anni di DeMatteis, Giffen e Maguire. Siamo nel 1986 e la DC Comics decide di assegnare a questo terzetto di autori il rilancio della Justice League of America, il supergruppo della casa editrice (quello che per la Marvel erano gli Avengers). I tre si trovarono, però, a dover gestire un gruppo a ranghi ridotti, infatti, per motivi editoriali la Justice League di quegli anni non poteva avere nessun calibro grosso, niente Superman, Wonder Woman o Aquaman. L’unico supereroe di un certo peso che fu concesso a DeMatteis, Giffen, Maguire fu Batman. A questo si affiancano personaggi secondari quali Buster Gold, Blue Beetle, Dr. Fate, Martian Manhunter.

Giffen però ebbe un’idea che farà la fortuna di questo gruppo di eroi di serie B. Se il pubblico non credeva più nella magia dei supereroi, tanto valeva riderci su. Nasce così il ciclo di storie detto del “bwa-ha-ha”, chiamato così per ricordare l’onomatopea della risata fracassona.

Keith Giffen era l’autore delle trame, Jean Marc De Matteis scriveva i testi e Kevin Maguire disegnava. Era un terzetto perfetto. Giffen era una fucina d’idee, inventava gag su gag. De Matteis è stato per anni uno tra i più importanti sceneggiatori americani, uomo coltissimo, laureato in psichiatria, i suoi testi non erano mai banali. E infine c’era Kevin Maguire, un disegnatore in grado di far letteralmente recitare i personaggi sulla carta, un artista specializzato nel disegnare le espressioni facciali, un tratto leggero ed elegante che diede nuova vita ai personaggi della DC Comics.

La nuova Justice League continuava a combattere i cattivi, ma lo faceva con stile ed umorismo. I membri del gruppo erano tutti mossi da poco nobili ideali. Sono entrate nel mito le gag di Buster Gold e Blue Beetle che s’inventano mille stratagemmi per arrotondare lo stipendio. Guy Gardner è la peggior Lanterna Verde della terra, un uomo maschilista e ultra-reazionario, ma i suoi battibecchi con Batman sono tra le cose più belle prodotte dal fumetto supereroistico.

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Leggendo le storie della Justice League di questo terzetto magico si ride sempre, ma si ha anche il piacere di leggere storie di avventura raccontate con stile e classe uniche al mondo. Giffen aveva avuto ragione, la loro Justice League ebbe un successo incredibile in quegli anni, fu l’ultimo tentativo riuscito di far divertire i giovani d’America raccontando loro storie di Supereroi. Da lì a qualche anno sarebbero arrivati gli autori inglesi, Frank Miller avrebbe reinventato il mito di Batman, tutto sarebbe diventato ancora più serio e triste, non ci sarebbe più stato spazio per il sogno e il divertimento. 

Per chi vuole approfondire:

Justice League International Vol. 1 di Jean Marc DeMatteis, Keith Giffen, Kevin Maguire
Editore: Lion (23 agosto 2012)
Collana: DC essential
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8866910171
ISBN-13: 978-8866910176

Leggere fumetti aiuta

Martedì 22 Marzo 2016, insieme a tanti amici, abbiamo parlato di fumetti e cose belle. L’evento si intitolava Leggere fumetti aiuta ad essere migliore ed è stato organizzato dall’associazione BN.Comix con il supporto del Liceo Classico Giannone di Benevento.

Durante l’incontro ho citato e consigliato alcune opere. Qui sotto trovate i dettagli delle opere e alcuni appunti che avevo preso in preparazione della serata.

Unflattening di Nick Sousanis, un ricercatore della Columbia University di New York appassionato di fumetto, ha scritto e disegnato la sua tesi di dottorato Unflattening: A Visual-Verbal Inquiry into Learning in Many Dimensions (edita poi su libro dalla Harvard University Press con il semplice titolo Unflattening). Qui un bell’articolo su Fumettologica.

Il titolo viene da Flatlandia: Racconto fantastico a più dimensioni (Flatland: A Romance of Many Dimensions) è un romanzo fantastico-fantascientifico del 1884 scritto da Edwin Abbott. Flatlandia esiste in edizione Adelphi e costa 6 Euro.

Sousanis dice che la cultura occidentale dai tempi di Platone ha deciso di privilegiare la comunicazione verbale (e scritta) e di lasciare in secondo piano le immagini, usate spesso come semplice supporto illustrativo o per “entertainment”.

Ma in realtà“… the two are inextricably linked, equal partners in meaning-making”

Come in Flatland siamo completamente immersi in questo modo di pensare e non riusciamo a capire che esistono anche altri dimensioni del nostro pensare, che il nostro modo di interpretare il mondo è frutto di pensieri, parole, sensazioni, percezioni.

Il fumetto è il mezzo che meglio fonde queste due forme di comunicazione; immagini e parole.

L’opera di Sousanis è bella, profondo e interessante. Copre diversi aspetti, ma qui io vorrei citare solo una tavola: Mona Lisa. Una tavola che racconta come funziona la nostra vista e di come la nostra immaginazione ci aiuti a comprendere il mondo.

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Per la definizione di “fumetto” ho fatto riferimento a due testi. Il primo era di Will Eisner. Di questo autore è possibile trovare gran parte della sua produzione a fumetti tradotta in italiano. Alcuni manuali di Eisner sono stati tradotti in passato, ma da quel che ne so oggi si può trovare facilmente solo “L’arte del fumetto. Regole, tecniche e segreti dei grandi disegnatori”. Se vi interessano i libri che raccontano il mondo e le tecniche del fumetto, di Eisner consiglio anche “Chiacchiere di bottega” e la “Conversazione sul fumetto” con Frank Miller

L’altro testo citato per definire il fumetto è “Il sistema fumetto” di Thierry Groensteen.

Ho poi citato Paolo Interdonato, di cui consiglio il blog Spari di Inchiostro.

Infine abbiamo visto una clip tratta da Smoke di Wayne Wang e Paul Auster.

 

Questi sono invece i consigli di lettura. Lascio anche gli appunti che avevo preso.

  • Arkham Asylum di Morrison McKean: la tavola deve essere percepita nel suo insieme, i percorsi vanno cercati, testo e disegno sono fusi e creano un unico significato. Edizione Lion / 14 Euro
  • Trama di Ratigher. In Trama la storia ha una mappa iniziale. Ratigher ha detto che il motivo dei salti è quello di complicare il lavoro di comprensione del lettore. Vuole stimolare il lettore. C’è anche una pagina che va oltre la storia. Edizioni Saldapress / 10 Euro. Di Ratigher consiglio anche il volume “Le ragazine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra.” che si può scaricare gratuitamente da qui.
  • Love and Rockets di Jamie e Beto Hernandez- giusto due tavole. Panini Comics / 15 Euro a volume
  • Poor Sailor di Sammy Harkham, australiano, famoso per le sue riviste come ad esempio Kramer Ergot. Questa storia è un suo piccolo capolavoro. I sentimenti sono raccontati dal silenzio. Pensate a quanto sia toccante questa storia raccontata con segni così semplici. Massima sintesi. L’opposto di McKean, una ricerca dell’essenziale. Edizioni Coconino – Golem Stories / 16 Euro – Edizioni What Things do – Cricket / 8$
  • Fort Thunder a Providence (Rhode Island) è stato dal 1995 al 2001 una factory / una comune / un centro culturale. Fondata da Brian Chippendale e Mat Brinkman. Sarebbe lungo e complesso parlarne, però volevo citare due artisti… C.F. e Brian Chippendale. Puke Force di Chippendale Edizioni Drawn & Quarterly / 20 Euro (amazon) / Oggi Mat Brinkman pubblica per Hollow Press di Michele Nitro UDWFG 18 Euro. Per acquistare il materiale della Hollow Press andate sul sito.
  •  Great War di Joe Sacco. Una lunga striscia di carta che si legge. La grande guerra. 1 luglio 1916: il primo giorno della battaglia della Somme. Un’opera panoramica – Edizioni Lizard – 21 Euro.
  •  Building Stories  di Chris Ware. Bao Publishing ha annunciato una edizione italiana di Building Stories / Coconino Press ha annunciato una nuova edizione di “Jimmy Corrigan il ragazzo più in gamba sulla terra”  – la versione originale di Building Stories costa 40 Euro
  • Here di Richard McGuire- in Italia è tradotto da Rizzoli Lizard con il titolo di Qui 21 Euro

Per chi vuole approfondire:

Unflattening di Nick Sousanis
Editore: Harvard Univ Pr (28 aprile 2015)
Lingua: Inglese
ISBN-10: 0674744438
ISBN-13: 978-0674744431

Duke 2000

(questo pezzo è stato pubblicato sul Vaglio.it nel Marzo del 2013)

I risultati delle ultime elezioni italiane, con la vittoria così schiacciante di un comico, hanno generato in giro per il mondo reazioni di sorpresa e curiosità. Eppure non è certo la prima volta che un uomo di spettacolo entra in politica e riesce a raggiungere anche ottimi risultati. Si pensi, ad esempio, all’America di Reagan, prima attore brillante e poi presidente della Repubblica o a Schwarzenegger, culturista, attore e poi governatore della California. Oppure ci sono gli esempi in Brasile con Tiririca, prima clown professionista e poi deputato e in Israele con l’ottimo risultato alle ultime elezioni di Lapid, prima giornalista e poi leader di partito.

Però, la storia più strana legata a candidati bizzarri alle elezioni è quella che vide in America correre per la poltrona presidenziale un personaggio nato sulle strisce di un fumetto. Questa è la storia della campagna Duke2000 e del candidato alle presidenziali americane l’Ambasciatore Duke.

L’inventore di questa assurda e divertentissima storia si chiama Garry Trudeau ed è uno degli autori di fumetti più letti in USA. Nel 1968 Trudeau a soli 20 anni iniziò la sua carriera di fumettista pubblicando sul giornale dell’università di Yale le prime strisce con protagonista Michael Doonesbury. Le storie di Trudeau di quel periodo raccontavano la vita del campus e le disavventure di Doonesbury, studente allampanato e imbranato, alle prese con gli anni della rivoluzione, della droga e delle libertà sessuale. Dopo due anni Trudeau riuscì a far pubblicare la striscia di Doonesbury sui quotidiani nazionali, il successo fu folgorante tanto da fargli vincere il premio Pulitzer 1975.

Trudeau ha allora solo 27 anni, i suoi fumetti vengono letti ogni mattina da milioni di Americani, ed è il primo autore di fumetti a vincere il premio Pulitzer. Il presidente Ford dirà “sono tre le maggiori fonti di informazione che ci tengono aggiornati su cosa accade a Washington: i mass-media elettronici, i giornali e Doonesbury – non necessariamente in quest’ordine”.

Doonesbury è un fumetto che racconta l’America e le sue contraddizioni, lo fa con ironia e sarcasmo tagliente, prendendosi gioco di tutti, dai politici di Washington alle grandi multinazionali del tabacco. La storia, come detto, parte nel campus di un Università, l’immaginaria Walden, quando si incontrano il liberal Doonesbury e il suo compagno di stanza B.D., repubblicano e quarterback della squadra di football locale.

Da allora alla saga disegnata da Trudeau si sono aggiunti centinaia di altri personaggi, i parenti e gli amici dei due e tutti i compagni della comune dove Doonesbury ha vissuto durante gli anni ‘70. Nel cast spicca in particolare Zonker, nullafacente e studente a vita. Nel corso degli anni diventerà prima campione mondiale di abbronzatura, poi baronetto d’Inghilterra ed infine tata ufficiale della figlia di B.D.

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Doonesbury dopo essere stato un hippie rivoluzionario negli anni ‘70, negli anni ‘80 si risveglia da un sogno (letteralmente) come dipendente di una società pubblicitaria. Sul finire degli anni ‘90 fonda una software house che fallirà dopo l’esplosione della bolla speculativa del 2001.

B.D. partecipa alla guerra del Vietman e parte poi volontario per la prima e per la seconda guerra nel Golfo. Proprio questa sua ultima disavventura è al centro di “La lunga strada verco casa” uno dei più bei cicli disegnati da Trudeau, la storia in cui B.D. perde una gamba durante una missione in Iraq. Trudeau racconta la sofferenza di un uomo ferito e mutilato che, una volta rispedito a casa, attraversa duri anni di depressione prima di poter finalmente accettare il dramma che ha vissuto.

E infine c’è Zio Duke, l’eroe della storia che vogliamo raccontarvi. Un personaggio che Trudeau inventò per prendere in giro Hunter Stockton Thompson, giornalista di Rolling Stone e autore di “Paura e disgusto a Las Vegas”. Zio Duke nel corso degli anni è stato: ambasciatore americano in Cina, manager dei Washington Redskins, lobbysta per la NRA (la lobby delle armi), mediatore in Iran, trafficante di droga, zombie, proprietario di un industria di profilattici, massimo proconsole di Panama ed infine nel 2000 si è candidato alla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America.

Molti ricordano la campagna del 2000, quella che vide contrapporsi Al Gore e George W. Bush, come una tra le più noiose ed insulse della storia americana. L’America veniva da otto anni di amministrazione Clinton, un presidente che era stato amatissimo, ma che negli ultimi anni aveva dovuto affrontare scandali sempre più imbarazzanti. Il suo vice e candidato per il Partito Democratico, Al Gore, era un uomo che non riusciva ad emozionare gli americani. Il candidato dei Repubblicani era il governatore del Texas George W. Bush, un uomo ignorante con pochissimo carisma.

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Trudeau ebbe allora un colpo di genio, la trovata goliardica per ridicolizzare tutto il sistema politico americano: candidare un personaggio dei fumetti. Ma al contrario dei politici in carne ed ossa, il suo Duke sarebbe stato sincero, non sarebbe stato moderato, avrebbe detto ciò che tutti i politici di Washington pensavano. Ad esempio le proposte di Duke in politica estera avevano l’unico obiettivo di invadere tutti i paesi da cui l’America avesse potuto rubare il petrolio. Per la scuola, invece, l’ex ambasciatore proponeva di licenziare tutti i professori e di creare un canale televisivo via cavo dove trasmettere le lezioni.

Duke si comportava come un vero e proprio candidato, aveva un suo sito internet con tutte le sue proposte elettorali, aveva una lista di possibili candidati per il governo (come ad esempio Martha Stewart come Secretary of Housing), partecipava ai talk show. Fu perfino creato un modello digitale del personaggio che permise all’Ambasciatore Duke di partecipare al Today Show o di essere intervistato da Larry King.

Purtroppo sappiamo tutti come andarono a finire quelle elezioni. I candidati  delusero a tal punto gli americani, che questi non seppero chi scegliere e i due praticamente pareggiarono, costringendo gli USA ad un lungo e triste riconteggio delle schede.

Duke purtroppo non poté mai partecipare ufficialmente a quelle elezioni perché pare che, per una qualche strana legge elettorale, ai personaggi di fantasia non sia permesso candidarsi a libere elezioni.

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p.s. In Italia Doonesbury è stato pubblicato sulle pagine di Linus. Il suo traduttore ufficiale è stato per molto tempo Enzo G. Baldoni. Quando Baldoni fu ucciso in Iraq, Garry Trudeau gli dedicò una striscia con tutti i suoi personaggi più famosi. La striscia venne poi pubblicata sulla copertina di un numero speciale di Linus dedicato alla memoria di Baldoni “un uomo di pace”.

Per chi vuole approfondire:

Doonesbury. La lunga strada verso casa di Garry Trudeau
Editore: Arcana (23 marzo 2006)
Collana: Controculture
Lingua: Italiano
ISBN-10: 8879664115
ISBN-13: 978-8879664110

Charlie Hebdo un anno fa

Nel gennaio del 2015 la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo fu assaltata da due uomini armati di kalashnikov. Tra due giorni sarà il primo anniversario di quella strage e immagino che molti saranno gli editoriali e i post che analizzeranno quegli eventi, che cercheranno di capire come sia potuto succedere e come poter evitare che cose del genere accadano di nuovo.

Io ho preferito andarmi a rivedere i molti articoli che avevo condiviso sulla mia bacheca di Facebook in quell’inizio 2015, le reazioni a caldo, le analisi, i commenti che più mi colpirono in quel periodo.

Se volete onorare tutte le vittime del terrore, tutte, nessuna esclusa, il mio consiglio è quello di cliccare, leggere, continuare a cliccare, approfondire, cercare di capire, farsi delle domande, cercare le risposte. Non è facile, è faticoso, è lungo e a volte perfino noioso, ma è il modo migliore per ricordare e celebrare questo triste anniversario.

Molte persone sono morte per difendere il vostro diritto di pensare e parlare liberamente, fate in modo che ne sia valsa la pena.

La strage di Charlie Hebdo, per punti

Cominciamo con la ricostruzione che Il Post fece il giorno dopo.

L’assalto è durato circa cinque minuti: secondo i testimoni gli assalitori apparivano molto calmi, addestrati e preparati per eseguire un’operazione mirata contro la redazione del giornale.

IO SONO “CHARLIE”

Paolo Interdonato è un critico di fumetti. In questo pezzo racconta brevemente come nacque Charlie Hebdo e perché “io sono Charlie”.

Per fare un esempio, il 9 novembre 1970 muore Charles de Gaulle. Se lo porta via un aneurisma. “Hara-kiri” titola: “Ballo tragico a Colombay [la residenza del generale]: un morto!”. Fa riferimento a una tragedia vera: un incendio in una balera in cui sono morte 146 persone. È uno scandalo. Il giornale viene sequestrato e la testata sospesa. La settimana dopo, la medesima redazione si ripresenta in edicola, senza fare neanche un plissé, con un’altra testata: “Charlie hebdo”.

Why defend freedom of icky speech?

In quei giorni girò molto un estratto da un pezzo di Neil Gaiman, scrittore e fumettista inglese, sul perché si debba sempre difendere il diritto di parola, anche quando si tratta di contenuti “deplorevoli”.

If you accept — and I do — that freedom of speech is important, then you are going to have to defend the indefensible. That means you are going to be defending the right of people to read, or to write, or to say, what you don’t say or like or want said.

On Charlie Hebdo: A letter to my British friendsam

La stampa anglosassone ha difficoltà a capire e comprendere la satira di Charlie Hebdo, molti sono i pezzi che ne criticarono gli attacchi contro le religioni. Un giornalista francese cercò di spiegare cos’è la satira in Francia.

Laïcité does not deny anybody the right to express their religious beliefs, but it aims to found society on a political contract that transcends religious beliefs which, as a result, become mere private affairs

Un fumetto di Joe Sacco sui limiti della Satira, in risposta all’attentato a Charlie Hebdo

Su Fumettologica venne pubblicato un intervento di Joe Sacco in cui l’autore americano cercava di spiegare la sua opinione sui limiti che la satira dovrebbe avere. Manuele Fior, fumettista italiano e cittadino parigino, disse la sua nei commenti al pezzo.

Mi permetto di commentare a caldo questa pagina di Sacco, autore che ammiro molto. Qui da Parigi non riesco ad avere il distacco olimpionico della sua prosa, anzi scrivo portato dall’emozione di un attacco che ha colpito i miei colleghi e sfiorato i miei amici.

this is not a post about free speech

Anche Gary Trudeau si schierò contro la satira di Charlie Hebdo. Lo scrittore Kenan Malik rispose alle accuse di Trudeau con questo bel pezzo.

The charge of ‘hate speech’ has constantly been used as a way of silencing artists whose work challenges what some regard as unviolable ideas or beliefs.

Bill Hicks on Freedom of Speech

Bill Hicks fu un altro autore che venne chiamato in causa. In questa lettera il comico americano rispondeva ad un prete che lo accusava di blasfemia. La lettera è del 1993, ma alcuni estratti sono perfetti per commentare alcune reazioni agli eventi di Parigi del gennaio 2015 (Ciccio, ce l’ho con te).

In support of your position of outrage, you posit the hypothetical scenario regarding the possibly ‘angry’ reaction of Muslims to material they might find similarly offensive. Here is my question to you: Are you tacitly condoning the violent terrorism of a handful of thugs to whom the idea of ‘freedom of speech’ and tolerance is perhaps as foreign as Christ’s message itself? If you are somehow implying that their intolerance to contrary beliefs is justifiable, admirable, or perhaps even preferable to one of acceptance and forgiveness, then I wonder what your true beliefs really are.

Mamme

Papa Francesco disse la sua sugli attentati di Parigi e parlò di mamme e cazzotti. Non fu un approccio molto cristiano e questo pezzo di Luigi Castaldi mi sembra la risposta migliore che si possa dare.

Oh, sia chiaro, metto in conto che tu mi possa tirare il cazzotto che minacciavi oggi a chiunque ti sfiori mamma, ma tu metti in conto il fatto che io mi possa difendere e romperti il culo.

Charlie Hebdo: Alan Moore calls on major religions to clean up their act

Alan Moore, uno dei più grandi fumettisti del secolo scorso, disse la sua e lo fece con chiarezza.

It is probably time for something to be done with regard to monotheistic religion cleaning up its act. It is not about Islam, Jews or Christians. If you come from the position that there is only one God and He’s yours then only one thing can happen when you meet someone who thinks differently.

Salman Rushdie: ‘I Stand With Charlie Hebdo, as We All Must’

Anche Salman Rushdie fu abbastanza chiaro.

‘Respect for religion’ has become a code phrase meaning ‘fear of religion.’ Religions, like all other ideas, deserve criticism, satire, and, yes, our fearless disrespect.

Imperfect Tenderness

The Comics Journal è probabilmente la rivista di fumetti più autorevole in lingua inglese. Qui c’è un gran bel pezzo in cui Tim Hodler elencò molti pezzi per approfondire e capire meglio cosa successe a Charlie Hebdo.

Satire presents some of the thorniest political issues it is possible for an artist to depict or confront, which is both its attraction and its danger. It is almost impossible to evaluate satire outside of the very specific context of the events or figures it is targeting, especially by those who share neither the language nor the cultural background of the artists. And so for those who lack that language and/or background, it may be helpful to try to get a fix on what the CH artists were attempting to do, and how they were attempting to do it, before one ultimately decides to celebrate or condemn their work.

 

2015 Comics Suggestions and Prejudices

Lista dei fumetti che quest’anno mi sento di suggerire. Sono i fumetti che ho letto nel 2015 e che più mi sono piaciuti. Sotto metto anche una lista di fumetti che non ho letto, ma di cui ho letto recensioni tanto convincenti da farmeli piacere a prescindere.

Doctors di Dash Shaw: dall’autore di Bottomless Belly Button una storia che cambia strada due o tre volte, rinascendo e rigenerandosi ad ogni svolta.

Here di Richard McGuire: libro meraviglioso. unico, emozionante. Ogni pagina si apre sempre sullo stesso punto di vista, si muove solo il tempo, unico vero protagonista.

It Never Happened Again: Two Stories di Sam Alden: sono storie che Alden aveva già pubblicato sul suo tumblr. Qui vengono riadattate per il formato cartaceo. La corsa di notte verso la spiaggia hawaiana è uno dei momenti più emozionante del mio 2015 a fumetti.

Avventure sull’isola deserta di Maciej Sieńczyk: storie che si aprono su altre storie che attirano personaggi che raccontano pezzi di vita. Una lettura ipnotica.

Miracleman Volume Edizione Deluxe 1 Sogno Di Un Volo: primo volume della ristampa delle storie di Miracleman scritte da Alan Moore.

Stray Bullets 6: Killers di David Lapham: primo ciclo delle nuove storie di Stray Bullets. Prima di comprare questo volume avevo letto una recensione in cui si diceva che il finale, come da tradizione della serie, non era dei più allegri per i personaggi. Dopo aver letto le prime storie del volume non ho avuto il coraggio di finirlo, voglio troppo bene ai protagonisti e non ho il coraggio di vedere come va a finire.

Lose 6 di Michael DeForge. DeForge è un vulcano di idee. Pubblica una quantità immensa di materiale ogni anno. Questo, ad esempio, è il sesto volume della sua serie Lose. Sono storie originali raccontate con grande tecnica narrativa.

Arsene Schrauwen di Olivier Schrauwen: una biografia del nonno dell’autore, ma che non è una vera biografia, ma che in realtà affronta temi reali, ma che forse nasconde qualcosa di vero, ma che è tutto inventato.

Questi invece sono i fumetti che non ho letto, ma che secondo me sono belli:

(Mi ero sempre riproposto di non pubblicare recensioni su questo blog, un po’ perché ormai tutti fanno recensioni, un po’ perché questo doveva essere un posto dove scrivere e non dove recensire – sono due forme ben diverse di culto del proprio ego. Però mi sono anche un po’ stancato di lasciare queste cose su Facebook, poi restano chiuse là e non le trovo più.)